La Cena del Signore non è la ripetizione del sacrificio di Cristo

pope-francis-mass-300x200Il Catechismo della Chiesa Cattolica Romana afferma in merito all’Eucarestia (così viene chiamata la Cena del Signore nella Chiesa papista) che “il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio: «L’Eucaristia è dunque un sacrificio perché ripresenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto: Cristo « Dio e Signore nostro, […] si è immolato a Dio Padre una sola volta morendo sull’altare della croce per compiere una redenzione eterna: poiché, tuttavia, il suo sacerdozio non doveva estinguersi con la morte (Eb 7,24.27), nell’ultima Cena, “nella notte in cui veniva tradito” (1 Cor 11,23), […] [volle] lasciare alla Chiesa, sua amata Sposa, un sacrificio visibile (come esige l’umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e applicando la sua efficacia salvifica alla remissione dei nostri peccati quotidiani». Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi ». «E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che “si offrì una sola volta in modo cruento” sull’altare della croce, […] questo sacrificio [è] veramente propiziatorio» (http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c1a3_it.htm#V. Il sacrificio sacramentale: azione di grazie, memoriale, presenza).

Quindi l’Eucarestia (o la Messa) – per i Cattolici Romani – è la ripetizione del sacrificio di Cristo. Ma ciò è falso perché Cristo ha offerto se stesso una volta per sempre perché la Scrittura dice: “Noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre” (Ebrei 10:10), ed anche che egli è entrato “nel cielo stesso, per comparire ora, al cospetto di Dio, per noi; e non per offrir se stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo; ché, in questo caso, avrebbe dovuto soffrir più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine de’ secoli, é stato manifestato, per annullare il peccato col suo sacrificio” (Ebrei 9:24-26). La messa che fa il prete quindi é un atto di presunzione in abominio a Dio e che inganna tutti coloro che ci credono, perché il prete pretende con la messa di rinnovare il sacrificio di Cristo, mentre la Scrittura insegna che Cristo Gesù nella pienezza dei tempi ha offerto se stesso per i nostri peccati una volta per sempre.

Certo, il clero romano ammette che il sacrificio della messa è un sacrificio incruento in cui Cristo non versa il suo sangue, ma questo non giustifica affatto la messa. La Scrittura infatti condanna questo insegnamento.
E’ un sacrificio incruento senza spargimento di sangue? Per noi non è né un sacrificio e neppure incruento; ma solo un rito in abominio a Dio. Ma dato che i teologi papisti parlano in questa maniera a riguardo della messa e dicono nello stesso tempo che essa viene offerta per placare Dio e dargli soddisfazione dei nostri peccati, e dato che la Scrittura dice che “senza spargimento di sangue non c’è remissione” (Ebrei 9:22), noi domandiamo loro: ‘Ma non vi rendete conto che vi contraddite da voi stessi? Dite infatti che «nel sacrificio della Messa Gesù placa per noi l’Eterno Padre, offrendogli se stesso, affinché dopo il peccato non ci punisca come avremmo meritato (…) e offre a soddisfazione per i nostri peccati», e nello stesso tempo dite che la messa è un sacrificio senza spargimento di sangue, quindi senza il potere di rimettervi i vostri peccati! E poi, ancora: ‘Ma come fate a dire che la vostra messa è il sacrificio di Cristo e poi nello stesso tempo dire che non avviene nessun spargimento di sangue quando la Scrittura insegna che quando Gesù offrì se stesso a Dio vi fu lo spargimento del suo sangue? Ma è o non è un sacrificio? Quante contraddizioni si notano nelle parole dei teologi papisti anche quando parlano della messa!

Quello che noi dunque constatiamo nel leggere quello che afferma il catechismo della Chiesa Cattolica Romana in merito alla Cena del Signore è che essa ha per l’ennesima volta adulterato e pervertito la Parola di Dio, perché mentre la Scrittura afferma che “ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga” (1 Corinzi 11:26) per cui tramite la cena del Signore si annunzia il sacrificio espiatorio di Cristo perché con essa viene annunziata la sua morte, la Chiesa papista insegna che uno durante la cena istituita da Cristo partecipa alla ripetizione del sacrificio espiatorio di Cristo!!

Basta dunque solo questo aspetto dell’Eucarestia – perché potremmo parlare di altre cose storte e perverse che la Chiesa Cattolica Romana insegna sulla Cena del Signore – per comprendere che essa non è la vera Cena del Signore che ha istituito Gesù Cristo.
Colgo infine l’occasione per rinnovare ai Cattolici Romani l’esortazione a ravvedersi e a credere nel Vangelo, per ottenere la remissione dei peccati e la vita eterna, e ad uscire dalla Chiesa Cattolica Romana.

Chi ha orecchi da udire, oda.

Giacinto Butindaro

Fonte: http://giacintobutindaro.org/

P.s. Leggete il libro ‘La Chiesa Cattolica Romana’ di Giacinto Butindaro in cui confuta tutte le eresie della Chiesa papista

La Bestemmia dei sacerdoti della Chiesa Cattolica Romana

Nel suo libro (approvato dalla Chiesa Cattolica) “Faith of Millions” (fede di milioni) il prete cattolico John O’ Brien scrive:

“Quando il sacerdote pronuncia le tremende parole della consacrazione, si arriva fino al cielo, porta Cristo a scendere dal Suo trono e lo rende presente sul nostro altare, per essere offerto di nuovo come vittima per i peccati degli uomini. Si tratta di un potere più grande di quello di monarchi e imperatori, superiore ai santi e agli angeli, serafini e cherubini, addirittura più grande della potenza della Vergine Maria. Mentre la Vergine Maria era l’agente umano col quale Cristo si è incarnato una sola volta, il sacerdote porta Cristo che discende dal cielo e Lo rende presente sul nostro altare come vittima eterna per i peccati dell’uomo non una, ma mille volte”.

“Il sacerdote parla ed ecco, Cristo, l’eterno onnipotente Dio, china la testa in umile obbedienza al comando del sacerdote”.

“I sacerdoti cattolici romani di tutto il mondo, credono che Gesù il Re dei Re scende dal Suo Trono al loro comando, ed è presente sui loro altari come offerta per i peccati dei vivi e dei morti”. ( CCC, 1371-1374).

Che grande bestemmia!

Ancora una volta i cattolici ignorano la Parola di Dio, che dichiara che Gesù: Continua a leggere

Confutazione Dottrina Cattolica Romana: La vita eterna

LA VITA ETERNA

La dottrina dei teologi papisti

La vita eterna ce la si deve guadagnare. Quando si parla della salvezza anche con i Cattolici romani si parla molto della salvezza dall’inferno, ma su di essa – come ben sapete – non ci si trova per nulla d’accordo con loro. Noi infatti diciamo loro che per la grazia di Dio abbiamo (o possediamo) la vita eterna e che perciò quando moriremo andremo subito in paradiso con Gesù, mentre loro ci rispondono dicendo che non sono sicuri di andare in paradiso ma che stanno facendo del loro meglio per guadagnarselo [10]. E difatti essi si esprimono quasi sempre in questi termini: ‘La vita eterna ce la si deve guadagnare!’. Ma perché parlano in questa maniera? Semplice, perché i loro preti gli insegnano che il paradiso se lo devono guadagnare. Vediamo da vicino alcuni di questi insegnamenti che vengono loro rivolti: ‘Dio dà il Paradiso ai buoni (…) Coll’essere buoni noi, colle sole nostre forze naturali, non potremmo meritare il Paradiso; lo meritiamo colla grazia che Dio ci ha conferito nel Battesimo, per la quale le nostre buone opere acquistano merito pel Paradiso (….) Ognuno attende con tanti sacrifici e lavori a farsi un buon stato quaggiù, a guadagnare beni incerti, che poi si possono perdere da un giorno all’altro, che non possono mai rendere felice nessuno poiché non appagano il cuore, e che, in ogni modo, bisogna abbandonare presto per la morte. Pensate invece, prima di tutto, a guadagnarvi il Paradiso’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 57-58); ‘Perciò in grazia della speranza noi aspettiamo dal Signore la vita eterna e tutte le grazie necessarie per meritarla quaggiù; ma per meritarla in qual modo?Con le buone opere’ (ibid., pag. 381); ‘Speriamo di salvarci perché Dio ci vuole salvi, e noi vogliamo, da parte nostra, fare ciò che é necessario per salvarci, e cioè, come diciamo nell’atto di speranza, speriamo da Dio ‘la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare’ (ibid., pag. 245); ‘Le opere buone sono assolutamente necessarie per conseguire la salute eterna; in altre parole, non basta la fede, non basta credere per salvarsi’ (ibid., pag. 381); ‘Ma non bastano a salvarci i meriti infiniti di Gesù Cristo? Non bastano, non perché essi non abbiano valore sufficiente, ma perché Gesù Cristo stesso ha voluto il concorso e la cooperazione delle nostre opere buone, perché per applicarcene il merito, vuole che noi sentiamo e vogliamo in unione a Lui, perché ha voluto che noi praticassimo il Vangelo e vivessimo la vita cristiana’ (ibid., pag. 383). Questi insegnamenti sono in pieno accordo con il seguente decreto del concilio di Trento: ‘Perciò a quelli che operano bene fino alla fine e sperano in Dio deve proporsi la vita eterna, sia come grazia promessa misericordiosamente ai figli di Dio, per i meriti del Cristo Gesù, sia come ricompensa da darsi fedelmente, per la promessa di Dio stesso, alle loro opere buone e ai loro meriti’ (Concilio di Trento, Sess. VI, cap. XVI). A proposito del valore del merito delle opere buone i teologi papisti fanno una distinzione tra azione meritoria di premio per convenienza, cioè de congruo; e azione meritoria per giustizia, cioè de condigno. Continua a leggere

Confutazione Dottrina Cattolica Romana: La remissione dei peccati

LA REMISSIONE DEI PECCATI

La dottrina dei teologi papisti

La remissione dei peccati si ottiene con la fede e le opere e nessuno può essere sicuro di possederla. Il concilio di Trento, il 13 Gennaio del 1547, decretò quanto segue: ‘Quantunque sia necessario credere che i peccati non vengano rimessi, né siano stati mai rimessi, se non gratuitamente dalla divina misericordia a cagione del Cristo: deve dirsi, tuttavia, che a nessuno che ostenti fiducia e certezza della remissione dei propri peccati e che si abbandoni in essa soltanto, vengono rimessi o sono stati rimessi i peccati, mentre fra gli eretici [9] e gli scismatici potrebbe esservi, anzi vi è, in questo nostro tempo, e viene predicata con grande accanimento contro la chiesa cattolica questa fiducia vana e lontana da ogni vera pietà’ (Concilio di Trento, Sess. VI, cap. IX); ed anche: ‘Chi afferma che per conseguire la remissione dei peccati è necessario che ogni uomo creda con certezza e senza alcuna esitazione della propria infermità e indisposizione, che i peccati gli sono rimessi: sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VI, can. 13). In altre parole per la chiesa cattolica romana la remissione dei peccati non è qualcosa che si può ottenere soltanto mediante la fede e di cui si può essere sicuri di possedere. Anche qui oltre la fede ci vogliono le opere buone che secondo loro hanno il potere di rimettere i peccati. E per confermare questo potere di rimettere (o espiare) i peccati che avrebbero le opere buone i teologi papisti citano due passi dai libri apocrifi; il primo è quello di Tobia che dice: ‘L’elemosina libera dalla morte e purifica da ogni peccato’ (Tobia 12:9), il secondo è quello dell’Ecclesiastico che dice: ‘L’acqua spegne il fuoco che divampa, così l’elemosina espia i peccati’ (Ecclesiastico o Siracide 3:29), e questo passo dal Vangelo scritto da Luca: “Le sono rimessi i suoi molti peccati, perché ha molto amato…” (Luca 7:47). Secondo loro Gesù rimise a quella donna i suoi peccati perché ella gli aveva rigato i piedi di lagrime, glieli aveva asciugati con i suoi capelli, glieli aveva baciati e unti di profumo; quindi egli le rimise i suoi peccati in base alle sue opere. Continua a leggere

Confutazione Dottrina Cattolica Romana: La Salvezza

La dottrina dei teologi papisti in termini generali

La chiesa cattolica romana afferma che ‘il Figliuol di Dio si fece uomo per salvarci, cioè per redimerci dal peccato…’ (ibid., pag. 71). Quindi, essa insegna il giusto in questo; ma passando a spiegare il come Cristo ci salva essa afferma una eresia perché dice che Cristo ‘ci redense dal peccato originale che cancella in noi col Battesimo, e ci redime dai peccati nostri colla Penitenza che perdonandoceli, ci condona anche l’Inferno per essi meritato, e ci riacquista il diritto al Paradiso’ (ibid.,pag. 71). Che cosa vogliono dire queste parole? Questo, che quando il bambino viene battezzato (cioè – per loro – quando gli viene versata l’acqua benedetta sul capo) viene liberato dalla schiavitù del peccato, viene giustificato dinanzi a Dio, gli viene cancellato il peccato originale, ed ottiene di entrare in paradiso (senza fede quindi); poi quando è cresciuto e compie dei peccati mortali, che sono i soli che secondo la teologia papista lo privano della grazia divina e lo rendono degno di pena o morte eterna all’inferno, allora si deve andare a confessare dal prete, che lo redime da essi, lo giustifica, e glieli rimette, assolvendolo e dandogli delle opere di penitenza da compiere per espiarli appieno perché i meriti di Cristo non bastano: l’uomo deve anche lui dare la sua parte di soddisfazione per i suoi peccati a Dio! Così, tramite la confessione fatta al prete e l’osservanza delle opere prescrittegli, egli può ricuperare la grazia perduta, e meritarsi il paradiso [1]. In sostanza la salvezza di cui parlano i teologi papisti non si ottiene per fede soltanto (e quindi non per grazia di Dio) il che equivale a dire che Cristo in realtà non è venuto a salvarci ma ad aiutarci affinché ci salvassimo da noi stessi. Ho voluto fare questa premessa per fare capire, senza entrare per ora nei dettagli di questi due sacramenti essenziali alla salvezza (questo lo faremo quando parleremo specificatamente di essi), che la teologia papista insegna non la salvezza per (sola) fede, come la insegna la sacra Scrittura, ma una salvezza per mezzo del battesimo quando si è fanciulli (o quando si è adulti) e per mezzo della penitenza (il che implica sempre – si tenga presente questo – il dovere fare qualcosa per espiare i propri peccati) quando si è cresciuti. E’ vero che parlano anche loro di fede, ma (oltre a fare delle strane distinzioni di fede come quella tra la fede teologale e quella di fiducia) fanno capire chiaramente, e ripeto chiaramente, che per la sola fede non si viene salvati, per la sola fede non si ottiene la remissione dei peccati, per la sola fede non si viene giustificati, per la sola fede non si ottiene la vita eterna. Il loro messaggio in sostanza è questo: ‘Non basta credere per essere salvati, giustificati, perdonati, ed entrare in paradiso’. Continua a leggere

Confutazione Dottrina Cattolica Romana: L’affrancamento dalla schiavitù del peccato

L’AFFRANCAMENTO DALLA SCHIAVITÙ DEL PECCATO

La dottrina dei teologi papisti

La redenzione dal peccato si ottiene mediante il battesimo e la penitenza. I meriti di Cristo non bastano per riceverla, bisogna perciò fare delle opere buone per ottenerla. I teologi papisti – come ho già accennato – sostengono che il battesimo libera dal peccato chi lo riceve (quindi non solo gli infanti ma anche gli adulti che per esempio si convertono dal buddismo al cattolicesimo); ed affermano pure che una volta battezzati se si compiono dei peccati ‘mortali’ si perde la grazia e quindi è necessario andare a confessarsi dal prete per ottenere la liberazione da essi e ricuperare la grazia perduta. Va detto però che quantunque il prete abbia ricevuto da Cristo l’autorità di rimettere i peccati, al penitente dopo la confessione rimane da espiare una parte della colpa meritata. Perché questo? Perché i meriti di Cristo (che il prete pretende di applicare al penitente con la formula assolutoria) sono insufficienti a salvarlo per cui non è sufficiente la fede a salvarlo, cioè per lui non è sufficiente pentirsi e credere che Gesù Cristo è morto anche per i suoi peccati sulla croce ed è risuscitato per la sua giustificazione, ma occorrono pure delle opere buone (chiamate opere di soddisfazione). E come sostengono ciò con le sacre Scritture? Prendono le seguenti parole di Paolo ai Colossesi: “E quel che manca alle afflizioni di Cristo lo compio nella mia carne a pro del corpo di lui che è la Chiesa” (Col. 1:24), e gli danno questo significato: ‘Noi dobbiamo cooperare con Cristo per la nostra salvezza mediante le nostre opere meritorie, quindi con i nostri patimenti; e questo perché noi dobbiamo compiere quello che manca alle afflizioni di Cristo’. Quindi quando si sente parlare di redenzione ai Cattolici bisogna tenere presente le seguenti cose; che il battesimo e la penitenza sono reputati indispensabili per essere salvati (questo lo vedremo meglio più avanti), e che nel caso dell’adulto che si va a confessare dopo avere peccato ‘mortalmente’ contro Dio, la fede in Cristo soltanto non lo può in alcun modo redimere perché egli è chiamato a compiere opere di soddisfazione. Ecco perché i teologi papisti ripetono continuamente che la fede soltanto non salva, che non basta soltanto credere per essere salvati: perché secondo loro per essere salvati occorre la fede e le buone opere [3]. Ma le cose non stanno affatto così, perché se per essere salvati da Cristo oltre la fede sono necessarie delle opere giuste allora la salvezza cessa automaticamente di essere per grazia ossia gratuita.

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Confutazione Dottrina Cattolica Romana: Il Matrimonio

La dottrina dei teologi papisti

Il matrimonio fu elevato da Cristo al rango di sacramento; esso dà ai coniugi la grazia di vivere santamente e di allevare cristianamente i figli. Non si può contrarre un vero matrimonio fuori dal sacramento. Il controllo delle nascite è ammesso, ma senza fare uso di contraccettivi. Il matrimonio è indissolubile, ma in alcuni casi la chiesa, in virtù di un potere divino, lo può sciogliere e dare la facoltà di passare a seconde nozze. La chiesa ammette i matrimoni misti a certe condizioni. Secondo la dottrina della chiesa romana ‘il Matrimonio è il Sacramento che unisce l’uomo e la donna indissolubilmente, (come sono uniti Gesù Cristo e la Chiesa sua sposa), e dà loro la grazia di santamente convivere e di educare cristianamente i figliuoli’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 569). Il matrimonio è un sacramento perché ‘Gesù Cristo lo elevò alla dignità di Sacramento che conferisce la grazia’ (ibid., pag. 569). Ma quando avvenne questa elevazione? Molti teologi non lo sanno dire; ma alcuni ritengono che questo avvenne alle nozze di Cana di Galilea dove Gesù mutò l’acqua in vino. A sostegno del matrimonio come sacramento i teologi papisti prendono le seguenti parole di Gesù: “Talché non son più due, ma una sola carne; quello dunque che Iddio ha congiunto, l’uomo nol separi” (Matt. 19:6), e quelle di Paolo: “Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola… Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e s’unirà a sua moglie, e i due diverranno una stessa carne. Questo mistero è grande; dico questo, riguardo a Cristo ed alla Chiesa” (Ef. 5:25,26,31,32). E per chi non lo accetta come sacramento c’è il seguente anatema tridentino: ‘Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XXIV, can. 1). Continua a leggere

Contro il culto ai santi

La dottrina dei teologi papisti

I santi che sono in cielo vanno pregati perché essi intercedono presso Dio per noi. Solo la chiesa ha il diritto di riconoscere santo un cristiano defunto. I credenti hanno dei santi in cielo che li proteggono. Giuseppe, il marito di Maria, è il patrono della Chiesa di Cristo. Le reliquie dei santi sono degne di essere venerate. Secondo la curia romana coloro che sono sulla terra si devono rivolgere in preghiera pure ai santi perché essi intercedono per loro presso Dio, infatti il concilio di Trento ha decretato quanto segue: ‘Il santo sinodo comanda a tutti i vescovi e a quelli che hanno l’ufficio e l’incarico di insegnare, che (…) prima di tutto istruiscano diligentemente i fedeli sull’intercessione dei santi, sulla loro invocazione (….) insegnando che i santi, regnando con Cristo, offrono a Dio le loro orazioni per gli uomini; che è cosa buona ed utile invocarli supplichevolmente e ricorrere alle loro orazioni, alla loro potenza e al loro aiuto, per impetrare da Dio i benefici, per mezzo del suo figlio Gesù Cristo, nostro Signore…’ (Concilio di Trento, Sess. XXV). E questo è quello che fa il Perardi nel suo catechismo quando dice: ‘Preghiamoli di intercedere per noi’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 282). Anche per coloro che sono contrari a questa dottrina c’è l’anatema: ‘Quelli, i quali affermano che i santi – che godono in cielo l’eterna felicità – non devono invocarsi o che essi non pregano per gli uomini o che l’invocarli, perché preghino anche per ciascuno di noi, debba dirsi idolatria, o che ciò è in disaccordo con la parola di Dio e si oppone all’onore del solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo; o che è sciocco rivolgere le nostre suppliche con la voce o con la mente a quelli che regnano nel cielo, pensano empiamente’ (Concilio di Trento, Sess. XXV). Per sostenere questa dottrina i teologi papisti prendono questo passo scritto nel libro della Rivelazione: “E un altro angelo venne e si fermò presso l’altare, avendo un turibolo d’oro; e gli furon dati molti profumi affinché li unisse alle preghiere di tutti i santi sull’altare d’oro che era davanti al trono. E il fumo dei profumi, unendosi alle preghiere dei santi, salì dalla mano dell’angelo al cospetto di Dio” (Ap. 8:3,4), ed anche un passo scritto in uno dei libri dei Maccabei (che ricordiamo sono dei libri non ispirati da Dio) dove si parla di un sogno che raccontò Giuda Maccabeo, il quale disse di avere veduto un sacerdote che era morto il quale pregava per il popolo dei Giudei; ‘Ecco che cosa aveva veduto: Onia, già Sommo Sacerdote, uomo dabbene, verecondo d’aspetto, dolce nei costumi, distinto nel suo parlare, adorno di ogni virtù sin da fanciullo, Onia tendeva le mani e pregava per tutto il popolo dei Giudei’ (2 Maccabei 15:12 [Bibbia, Torino 1971]). Essi prendono anche diverse citazioni dei cosiddetti padri, tra cui alcune di Agostino secondo le quali ai suoi tempi molte persone ottennero la guarigione per l’intercessione dei martiri; una di queste dice: ‘Se volessi soltanto riferire i miracoli delle guarigioni ottenute per l’intercessione del glorioso martire santo Stefano nella città di Calama e nella nostra, tralasciando tutti gli altri, dovrei scrivere una quantità di libri’ (Agostino di Ippona, La città di Dio, lib. XXII, cap. VIII). Continua a leggere

Confutazione Dottrina Cattolica Romana: L’ordine

La dottrina dei teologi papisti

L’ordine è il sacramento con cui il prete riceve la potestà di ministrare l’eucarestia e di rimettere i peccati. Il prete che lo riceve non può sposarsi. Ci sono otto ordini nella Chiesa; quattro minori e quattro maggiori. Poi ci sono i cardinali, ed infine il papa; questa è la gerarchia ecclesiastica istituita da Cristo nella sua Chiesa. ‘L’Ordine è il Sacramento che dà la potestà di compiere le azioni sacre riguardanti l’Eucarestia e la salute delle anime, e imprime il carattere di ministri di Dio’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 556). Il significato di queste parole è che questo sacramento conferisce, a chi lo riceve, la potestà di ‘celebrare la S. Messa, di rimettere i peccati, ecc.’ (ibid., pag. 556). ‘Ministro dell’Ordine è il Vescovo, che dà lo Spirito Santo e la potestà sacra coll’imporre le mani e consegnare gli oggetti sacri propri dell’Ordine, dicendo le parole della forma prescritta’(ibid., pag. 557); ‘Amministrando l’Ordine, il Vescovo impone le mani all’ordinando per esprimere che diviene cosa di Dio, e gli consegna gli oggetti sacri propri dell’Ordine, che pel prete sono il calice col vino e la patena coll’ostia, dicendo le parole della forma prescritta che pel prete sono: ‘Ricevi la potestà di offrire a Dio il Sacrificio pei vivi e pei morti.. Ricevi lo Spirito Santo; saranno perdonati i peccati a chi tu li perdonerai; e saranno ritenuti a chi tu li riterrai’ (ibid., pag. 558). Per sostenere il sacramento dell’ordine Bartmann afferma questo: ‘Cristo ha trasmesso agli Apostoli il potere di offrire il sacrificio e di perdonare i peccati e gli Apostoli l’hanno esercitato subito fin dall’inizio. Tuttavia non si può dimostrare che Cristo si sia servito di un rito esteriore per trasmettere tali poteri. Ciò d’altra parte non era necessario, perché Cristo non è legato ai suoi sacramenti; egli poteva produrne l’effetto con un semplice atto di volontà. Ha però prescritto un rito per questa trasmissione ai discepoli; lo prova il fatto che essi hanno subito adoperato tale rito – la preghiera e l’imposizione delle mani – il cui effetto era la comunicazione della grazia’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 347), e poi cita gli esempi dei sette diaconi i quali furono presentati agli apostoli i quali dopo avere pregato imposero loro le mani, l’esempio di Barnaba e Saulo ad Antiochia che ricevettero l’imposizione delle mani, degli anziani fatti eleggere da Paolo e Barnaba, dopo avere pregato e digiunato, al ritorno del loro viaggio missionario, e quello di Timoteo che aveva ricevuto il dono di Dio per l’imposizione delle mani di Paolo, e un dono quando gli furono imposte le mani dal collegio degli anziani. Continua a leggere

Maria rimase sempre vergine?

‘Maria concepì e partorì suo Figlio senza danno per la sua verginità, e restò vergine anche dopo il parto. – E’ di fede’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 163).

E’ falso che Maria è rimasta vergine dopo il parto perché la Scrittura afferma che Giuseppe “prese con sé sua moglie; e non la conobbe finch’ella non ebbe partorito il suo figlio primogenito, e gli pose nome Gesù” (Matt. 1:24,25). Questo significa che Giuseppe, dopo che Maria partorì Gesù, conobbe sua moglie [4]. Ma non solo Giuseppe la conobbe ma ebbe anche dei figli da lei perché Gesù aveva dei fratelli e delle sorelle. Queste Scritture confermano che Maria concepì e partorì altri figli dopo Gesù.

“Ella diè alla luce il suo figliuolo primogenito” (Luca 2:7), perciò se Gesù fosse stato il suo unico figlio sarebbe stato chiamato il suo unigenito e non il suo primogenito.

“Poi si partì di là e venne nel suo paese e i suoi discepoli lo seguitarono. E venuto il sabato, si mise ad insegnar nella sinagoga; e la maggior parte, udendolo, stupivano dicendo: Donde ha costui queste cose? e che sapienza è questa che gli é data? e che cosa sono cotali opere potenti fatte per mano sua? Non é costui il falegname, il figliuol di Maria, e il fratello di Giacomo e di Giosè, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mar. 6:1-3); Continua a leggere