Lo stemma delle Assemblee di Dio in Italia è un opera di un massone? Giudicate voi

Le origini dello stemma delle ADI

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Lo stemma delle Assemblee di Dio in Italia (ADI), in base a quanto si legge sul libro Le radici del movimento pentecostale è opera di Paolo Paschetto (pittore battista, ma di famiglia valdese) e fu adottato durante l’Assemblea Generale del 1969: ‘… su proposta di Umberto N. Gorietti, venne adottato uno stemma proprio delle ADI, raffigurante una Bibbia aperta, innalzata al di sopra dei monti, con il motto ‘Tutto l’Evangelo’, per distinguerlo da quello usato dalle chiese strutturalmente legate alle ‘Assemblies of God’ in U.S.A. Tra l’altro il disegno interno dello stemma era opera del noto pittore evangelico Paolo Paschetto, il quale ne permise fraternamente l’uso, autore anche dello stemma ufficiale della Repubblica Italiana’ (David A. Womack – Francesco Toppi, Le radici del movimento pentecostale, ADI-Media, 1989, pag. 168-169).

Su Risveglio Pentecostale, organo ufficiale delle ADI, in un articolo dal titolo ‘Sotto le insegne dei padri’, ciò è confermato in questi termini: ‘Anche la famiglia delle Assemblee di Dio in Italia ha, tutt’oggi, uno stemma caratteristico, un emblema figurativo stilizzato. Infatti nel corso dell’Assemblea Generale del 1969 «su proposta di Umberto N. Gorietti, venne adottato uno stemma proprio delle ADI, raffigurante una Bibbia aperta, innalzata al di sopra dei monti, con il motto “Tutto l’Evangelo”… Tra l’altro il disegno interno dello stemma era opera del noto pittore evangelico Paolo Paschetto… autore anche dello stemma ufficiale della Repubblica Italiana» [D.A.Womack-F.Toppi: Le radici del movimento pentecostale; ADI-Media 1989, pag. 168]. Questo emblema ufficiale delle ADI fu pubblicato per la prima volta sul Risveglio Pentecostale, organo ufficiale delle Chiese Cristiane evangeliche Assemblee di Dio in Italia, nel gennaio del 1978, quando fu adottata la revisionata veste tipografica e da quel periodo, in cui era direttore responsabile il fratello Paolo Arcangeli, il suo utilizzo perdura fino ai giorni nostri. Lo stemma ADI, pur essendo piuttosto articolato nei contenuti, nel suo insieme non è confondibile con altri. Il motto rammenta il mandato del Signore Gesù e dovrebbe costituire motivo di impegno personale per ogni credente: “Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura…” (Marco 16:15). La sua forma, come quella di una porta, ci ricorda che Gesù è quella porta, anzi è l’unica via per il cielo: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov.14:6). Nella raffigurazione iconografica vediamo che la Parola di Dio si erge sopra un alto monte che, elevato rispetto alla pianura, oltrepassa le nuvole, perché “al monte dell’Eterno sarà provveduto” (Gen. 22:14). Possiamo infine osservare come l’acronimo ADI sia attorniato dal bagliore solare, per ricordarci di come Dio ci abbia acquistato a caro prezzo “affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce” (I Pie.2:9) – (Risveglio Pentecostale, Numero 1 – Anno LXI, Gennaio 2007, pag. 2).

Biografia di Paolo Paschetto

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Foto da: it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Paschetto

Paolo Paschetto nacque il 12 Febbraio 1885 a Torre Pellice. Il padre, appartenente ad una antica famiglia valdese, studiò teologia a Ginevra, dove prese il diploma di pastore e poi pasturò la chiesa battista di Milano, e poi quella di Torre Pellice e poi venne a Roma dove insegnò ebraico ed esegesi biblica, prima alla facoltà teologica metodista e poi a quella battista.

Avviato agli studi classici, Paolo Paschetto li lasciò per entrare nel 1904 all’Istituto di Belle Arti, scelta che preoccupò un pò il padre per gli ambienti con cui suo figlio sarebbe venuto in contatto. Finiti gli studi nel 1909, cominciò a lavorare nel campo della decorazione e della grafica. Nel 1911 si sposò con Italia Angelucci. In quel periodo decorò in Campidoglio due ambienti: il Salone degli stemmi e la Sala dei cimeli garibaldini. Decora anche due sale al Ministero degli Interni, al Viminale. Sempre in quel periodo, Paschetto decorò anche il locale di culto della Chiesa Battista di via Teatro Valle a Roma. Nel campo della grafica invece in quel periodo Paschetto lavora ad una copertina della rivista ‘Roma, Rassegna Illustrata dell’Esposizione del 1911′ (n° XV, Roma, 15 Agosto 1911), e poi su dèpliants per le varie manifestazioni, sportive, culturali, artistiche, e poi in collaborazione con altri artisti ad una serie di Guide per le Ferrovie dello Stato. Nel 1912, suo fratello Lodovico, che era archeologo e pastore battista, fondò una rivista di studi religiosi storici culturali che portava il nome ‘Bilychnis’, edita dalla Scuola teologica battista. E Paolo Paschetto collaborò strettamente con suo fratello in questa rivista, fino al 1931 quando la rivista fu chiusa. Paschetto lavorò alla decorazione grafica di altre riviste evangeliche, tra cui ‘il Testimonio’, ‘Il Seminatore’; ed anche a quella intitolata ‘Conscientia’.

Paolo Paschetto chiamava la sua attività artistica in campo religioso ‘arte sacra’, ed affermava in merito ad essa: ‘Quante volte i nostri studiosi che si affaticano per conquistare il mondo a Cristo …. hanno pensato che vi è un campo in cui lottare per la conquista, un campo vasto e fertile non meno degli altri: l’arte? Non si pensa …. che come è nostro dovere combattere la falsa scienza, presentando la vera nella sua meravigliosa luce, è anche eguale dovere combattere l’arte troppo profana, frivola, immorale e quindi dannosa, col promuovere e favorire un’arte seria, educatrice, atta ad attirare il pensiero degli uomini su quanto essi sono troppo inclini a dimenticare?’. Ci sarebbe tanto da dire su queste sue parole, ma voglio limitarmi a dire che alla luce della Parola di Dio non esiste questa cosiddetta arte sacra tramite cui conquistare le anime a Cristo. Nel 1914 Paolo Paschetto venne chiamato dall’Istituto di Belle Arti come incaricato alla cattedra di ornato. Rimase a insegnare per 35 anni. In quello stesso anno, Paschetto terminò la decorazione (vetrate e muraria) del nuovo tempio valdese di Piazza Cavour a Roma. Paschetto compirà poi dei lavori artistici nei locali di culto di altre Chiese Evangeliche. Nel 1928 Paschetto vinse assieme ad altri due artisti un concorso per la decorazione del nuovo ministero della Pubblica Istruzione, ed esegue la decorazione dello studio e dell’anticamera del ministro. Finita la guerra, nel 1945 e 1946 Paschetto disegna alcuni francobolli per la Repubblica, come anche lo stemma della Repubblica Italiana nel 1948. Nel 1951 disegnerà pure la tessera del Partito Repubblicano. Lasciato l’insegnamento nel 1949, morirà a Torre Pellice il 9 Marzo 1963.

Approfondendo però le ricerche su Paolo Paschetto, ho scoperto alcune inquietanti ombre massoniche sul suo conto che mi appresto a mostrarvi e spiegarvi.

‘Artista massone’ su Wikimedia

In questa pagina su Wikimedia dove si parla dello stemma delle ADI, alla voce autore si legge ‘L’artista massone Paolo Paschetto (1885-1963)’.

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Da: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:ADIlogo.jpg

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Lo stile adottato da Paolo Paschetto fu creato da un massone

Paolo Paschetto fu un esponente dello stile chiamato Liberty (più conosciuto internazionalmente come Art Nouveau), anzi tra i ‘massimi esponenti del liberty romano’ (http://www.museivillatorlonia.it/) e questo stile artistico fu creato da Victor Horta (1861-1947), come viene detto in questo scritto dal titolo ‘Storia del Liberty in Italia’ presente sul sito ‘Arte Liberty in Italia’: ‘Nato inizialmente in Belgio, grazie all’architetto Victor Horta, il Liberty si diffuse presto in tutta Europa divenendo in breve lo stile della nuova borghesia in ascesa. Esso si fondò sul concetto di coerenza stilistica e progettuale tra forma e funzione. Adottando le nuove tecniche di produzione industriale, ed i nuovi materiali quali il ferro, il vetro e il cemento, di fatto il Liberty giunse per la prima volta alla definizione di una nuova progettualità: quella progettualità che definiamo industrial design. I centri più importanti dello “Stile del ’900″ furono Torino, Palermo, Firenze, Lucca, Viareggio, Milano, Roma, Emilia Romagna. Nella nostra penisola il Liberty si sviluppa in un paese sostanzialmente pigro e che sembra aver dimenticato le recenti spinte ideologiche e popolari del risorgimento, in una nazione convinta di aver superato tutti i suoi problemi per il solo fatto di essere stata finalmente unita. In questo clima di stasi, tuttavia, va generandosi nel campo artistico, una “minoranza modernista” desiderosa di affacciarsi sul resto d’Europa e che vuole opporsi concretamente alla trita e ritrita mescolanza di stili storici dell’arte “ufficiale”. Questa corrente modernista si muove verso una direzione stilistica, che sfocerà nell’Art Nouveau secondo i criteri già affermatisi nelle altre nazioni europee, e verso una direzione tecnica originata dalle nuove scoperte industriali e da nuove tecniche strutturali, soprattutto nel campo architettonico. Il movimento si affermò definitivamente nel nostro paese dopo l’Esposizione di Torino nel 1902′ (http://www.arteliberty.it/storia.html)

Victor Horta era un massone, infatti si legge su un sito massonico in lingua francese: ‘Victor Horta è entrato nel 1888 nella Loggia Massonica di Bruxelles Les Amis Philanthropes’ (http://www.hiram.be/Victor-Horta_a4362.html – Victor Horta est entré en 1888 dans la Loge maçonnique bruxelloise Les Amis Philanthropes).

Questo è confermato anche da Daniela Palomba nella sua tesi dal titolo ‘Moti ascensionali nell’opera di Victor Horta’ presentata all’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’ Facoltà di Architettura Dipartimento di Configurazione e attuazione dell’architettura, per il suo Dottorato di ricerca in ‘Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente XXI Ciclo’ (pag. 60-61 – il documento in pdf è scaricabile qua http://www.fedoa.unina.it/3299/1/Palomba_Daniela.pdf): ‘La frequentazione dello studio di Balat fu per Horta l’occasione per entrare in contatto e diventare membro di diverse associazioni come la Société Centrale d’architecture de Belgique8 (S.C.A.B.) e la Loggia Massonica Les Amis Philanthropes, grazie alle quali conosce l’establishment intellettual-accademico, artefice dell’arricchimento intellettuale del giovane. Il movimento massonico belga è stato associato sempre al movimento politico progressista socialista, che fin dal 1834, fonda l’Université Libre de Bruxelles. I fortunati ed importanti incontri fatti in questi ambienti gli apriranno le porte verso il mondo della sua principale committenza che gli consentirà di raggiungere, in pochi anni, il meritato successo. E’ qui che ha la possibilità di conoscere il professor Emile Tassel, artefice dell’incontro con Eugéne Autrique, per il quale progetterà la prima abitazione nella capitale belga, e grazie ai quali riceverà nel 1892 la cattedra di disegno al corso di architettura dell’Ecole Polytechnique di Bruxelles, che conserverà fino al 1911′.

Per confermarvi che Victor Horta era massone, vi metto qua un suo ritratto ufficiale in cui con la sua mano sinistra fa un noto gesto o segnale massonico e poi la foto de La Maison Autrique in Belgio, che è una casa famosa di cui lui fu l’architetto, dove compaiono dei triangoli – evidenti simboli massonici – sia sopra l’entrata che sotto nelle inferriate di alcune finestre dello scantinato. Questo perchè gli artisti massoni tendono a mettere simboli massonici nelle loro opere.

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La stella a cinque punte presente sullo stemma della Repubblica Italiana è un simbolo massonico

In un articolo dal titolo ‘L’Italia Turrita e lo Stellone fraterno o Pentalfa massonico’ apparso sulla rivista massonica ‘Il Laboratorio’ (organo del Collegio Circoscrizionale toscano dei Maestri Venerabili del Grande Oriente d’Italia), articolo che tratta anche l’emblema della Repubblica Italiana, che come abbiamo visto poco fa ha come autore Paolo Paschetto, troviamo scritto che Paolo Paschetto era un massone: ‘Passiamo ora allo stellone, altro emblema della nostra attuale repubblica e a noi massoni sommamente caro. Nonostante che lo stellone sia presente massivamente in cima ad ogni documento ufficiale del Capo dello Stato, dei ministeri, dei comandi militari, della burocrazia imperante, e di mille altre istituzioni stataleggianti. Sebbene lo si legga, in filigrana, nelle lettere del Governo e perfino nelle nostre vecchie banconote (lira), lo stemma della Repubblica: stellone a cinque punte, ruota dentata, due rami: uno di quercia ed uno d’olivo al di sopra a chiudere il disegno, pochi sanno della sua nascita. Meno che meno se ne ricorda il padre. Rispondiamo quindi a questa domanda: com’è nato, chi l’ha disegnato, e quale autentica avventura sottostà alla sua introduzione, poiché ciò interessa da vicino noi massoni. Gli italiani, orfani dello stellone dei Savoia, scaramantico e mistico, decidono quando ancora la monarchia non aveva abdicato, di dotare il Paese di uno stemma. La decisione nasce subito: il 19 giugno 1946 un decreto autorizza De Gasperi ad istituire una commissione, e Ivanoe Bonomi, che la presiedeva, bandisce un concorso. I bozzetti dovevano contenere la stella d’Italia, ed ispirarsi al senso della terra e dei Comuni. Arrivarono 637 disegni: a guardarli ora, alcuni davvero assai buffi. Un carroccio, bilance della giustizia, fiaccole perenni; contadini con vanghe; mamme con bimbi in braccio, spirali; e torri, ancora torri, stelle e spighe in quantità. Ma nessuno piacque a sufficienza alla commissione, in cui vi sono anche Duilio Cambellotti e Pietro Toesca. È l’inizio di una lunga sciarada. Umberto Terracini, che presiedeva la Costituente, in tono arrabbiato affermava: È veramente assai strano dal punto di vista morale, e dal punto di vista delle esigenze pratiche, che un popolo non sia riuscito in oltre un anno e mezzo ad esprimere di sé qualche simbolo della sua nuova volontà, e proponeva perfino d’incaricare Duilio Cambellotti, un creativo dell’epoca (art nouveau) a produrre qualcosa di serio. A rincarare la dose ci furono anche i dubbi di De Gasperi, il quale visionando i bozzetti affermò: sono molto perplesso a proporre un simbolo certo non molto ben riuscito. Occorsero oltre due anni prima che l’Italia abbia il suo nuovo emblema, in una ridda di commissioni esaminatrici (almeno tre), di perplessità, e critiche anche accese. Già la prima commissione aveva ristretto a cinque artisti la rosa dei prescelti, sui 341 disegni che avevano i requisiti rispondenti al concorso. Anche se poi, nel 1948, la Costituente bandirà un altro concorso ancora, e altri 96 artisti redigeranno 197 nuovi disegni. Alla fine, la Commissione, presieduta dall’On. Giovanni Conti, approvò proprio il disegno di uno dei cinque partecipanti già prescelto la prima volta, quello di Paolo Paschetto (1885- 1963), docente all’Accademia di Belle Arti di Roma, già decoratore nei ministeri dell’Agricoltura e della Pubblica istruzione e autore anche di francobolli e di vetrate nella Casina delle Civette a Villa Torlonia, com’è riportato nella Storia dell’arte italiana del 900 (edizioni Bora) da Giorgio Di Genova. Così, il Paese che ha per capitale la città dei papi, si ritroverà con uno stemma ideato da un artista valdese e per di più massone. Paschetto, infatti, era di Torre Pellice, e decora anche la chiesa valdese di piazza Cavour in Roma. Alla fine, nemmeno lo stemma adottato va però esente da rilievi. Il cancelliere della Consulta araldica precisa che i rami d’olivo e quercia hanno valenza quasi funeraria, mentre è l’alloro a raffigurare la gloria. Il consigliere delegato delle Costruzioni meccaniche Riva rileva: “i raggi della ruota sono disegnati al contrario, con sezione maggiore alla periferia anziché al mozzo, tanto che nella prima classe di una scuola industriale il disegno sarebbe stato bocciato, e via elencando. Dunque un emblema errato? Interessa poco: più che un’opera d’arte da scrutare al microscopio, è un simbolo. Se vogliamo un simbolo emblematico. Forse, non c’è mai piaciuto, soprattutto quando lo ravvisiamo nella corrispondenza a noi diretta dell’Ufficio delle Entrate; ma, come prevedeva Terracini, ha finito per apparirci caro. Ed è soprattutto questo che importa. L’Assemblea Costituente approvò tale proposta, con votazione avvenuta il 31 gennaio 1948. A noi c’è particolarmente caro poiché fu creato da un massone e soprattutto perché rappresenta il Pentalfa massonico’ (‘Il laboratorio’, n. 78, Ottobre, Novembre, Dicembre 2007, pag. 7-8 – http://www.goilombardia.it/ – vedi foto)

La pagina della rivista massonica ‘Il Laboratorio’ dove si parla di Paolo Paschetto come massone

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A proposito del pentalfa massonico (la stella a cinque punte) presente nell’emblema della repubblica italiana, facciamo notare che esso era presente anche nel bozzetto iniziale di Paschetto che poi fu modificato dalla commissione, infatti si legge sul sito del CISV (Centro Italiano Studi Vessillologici):

‘Con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, n. 535, dopo un complesso iter prolungatosi per oltre venti mesi, veniva finalmente adottato l’emblema ufficiale della Repubblica Italiana. Quasi due anni prima, il 27 ottobre 1946, in esecuzione di un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno precedente, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi aveva infatti nominato una specifica Commissione, incaricata di «studiare l’emblema della Repubblica». Il successivo 5 novembre la Commissione (presieduta da Ivanoe Bonomi e della quale facevano parte, tra gli altri, il celebre storico dell’arte Pietro Toesca e lo scultore Duilio Cambellotti) emanò il bando per il concorso. Agli artisti fu raccomandato di proporre simboli semplici e facilmente intellegibili, svincolati da qualsiasi riferimento a singoli partiti politici. Si decise anche di «introdurre tra i simboli la stella d’Italia, escludendo le personificazioni allegoriche e traendo ispirazione dal senso della terra e dei comuni». I risultati del concorso apparvero presto deludenti: i disegni presentati furono 637, opera di 341 concorrenti, ma nessuno di essi sembrò soddisfare le aspettative. La Commissione non si diede per vinta e selezionò un ristrettissimo gruppo di artisti (cinque) al quale decise di affidare lo sviluppo di un preciso tema grafico, stabilito il 14 dicembre: l’elemento principale avrebbe dovuto essere una «cinta turrita con porta aperta che abbia forma di corona, ma apparenza anche di nobile edificio», completata dalla «figurazione del mare», da una «stella raggiante di cinque punte» ed eventualmente dal motto UNITÀ, LIBERTÀ. Ai partecipanti venne pure suggerita l’opportunità di «non trascurare le norme del Regolamento tecnico-araldico». La Commissione scelse, nella seduta del 13 gennaio 1947, uno dei tre bozzetti presentati da Paolo Paschetto. Nei giorni successivi vennero via via fornite all’artista altre minuziose indicazioni (riguardanti per esempio le precise tonalità dei colori) fino a che si pervenne al definitivo disegno, così descritto: «Campo di cielo alla corona di otto torri, al naturale, accompagnata in capo dalla stella d’Italia, raggiante, d’oro, e in punta dal mare ondoso. Il tutto incorniciato da due rami d’olivo con le scritte in basso (sinistra) Libertà (destra) Unità» (Fig. 1). Ogni elemento ebbe il suo preciso significato: l’olivo sottolineava la volontà di pace del popolo italiano mentre la cinta turrita ne doveva rappresentare la forza di resistenza e la dignità. La stella, infine, fu indice di «speranza nella nostra Resurrezione». Nonostante gli sforzi compiuti, il bozzetto, esaminato dall’Assemblea Costituente quasi un anno dopo, nella seduta del 19 gennaio 1948, non venne ritenuto soddisfacente e si procedette dunque alla istituzione di una nuova Commissione e al bando di un secondo concorso, questa volta a «tema libero». Nel fulmineo volgere di una settimana giunsero 197 bozzetti, inviati da 96 artisti. La Commissione scelse, ancora una volta e all’unanimità, uno dei disegni presentati da Paolo Paschetto. Si trattava di una grande stella accollata ad una ruota dentata e posta tra due rami di olivo e di quercia. Il 31 gennaio l’emblema – con qualche modifica cromatica e non senza accesissime discussioni – fu definitivamente approvato dall’Assemblea Costituente (Fig. 2). Il 5 maggio successivo fu promulgato il decreto ufficiale di adozione (pubblicato, insieme al disegno, sulla «Gazzetta Ufficiale» del 28 maggio), che descrisse così lo stemma: «L’emblema dello Stato, approvato dall’Assemblea Costituente con deliberazione del 31 gennaio 1948, è composto di una stella a cinque raggi di bianco, bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro rosso, con la scritta di bianco in carattere capitale ‘Repubblica Italiana’»’ (www.cisv.it/azzurro/emblema.html)

A proposito delle due commissioni stabilite per scegliere l’emblema della Repubblica è molto significativa questa coincidenza: sia Ivanoe Bonomi, presidente della prima Commissione incaricata di «studiare l’emblema della Repubblica», che Giovanni Conti, presidente della seconda Commissione, che scelse di nuovo un disegno di Paschetto, erano massoni! (cfr. Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, Mondadori Editore, 2009, pag. 345-352; Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 496, 737,739). Peraltro della seconda Commissione faceva parte anche il massone Mario Cevolotto (cfr. Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 348; Storia della Massoneria Italiana, pag. 517, 581)!

Fig. 1 – Il primo bozzetto a colori di Paolo Paschetto approvato dalla Commissione per l’emblema.

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Fig. 2 – Il bozzetto finale, scelto in via definitiva come emblema della Repubblica.

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Secondo la Massoneria, la stella a cinque punte che, sotto forma di PENTALFA FIAMMEGGIANTE, arde – nella Camera di Compagno – all’oriente di tutte le Logge Massoniche, è l’astro che indica la via ai Compagni Liberi Muratori; è la stella a cui quotidianamente si rivolgono per avere sicuro orientamento nella lenta ascesa.

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E questa stella chi può essere se non Lucifero, che secondo i Massoni è il portatore di luce (ovviamente della luce massonica) nonchè lo strumento che porta la libertà, ovviamente la libertà secondo la carne? Osservate infatti la stessa stella a cinque punte su questa vecchia rivista anarchica dal titolo ‘Lucifero – Il Portatore di Luce’, che promuoveva la libertà sessuale.

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E già, perchè il pentalfa ‘è il significativo emblema della Libertà’ (Albert Pike, Morals and Dogma, Edizione Italiana, Vol. 1, pag. 38 – 1° Apprendista) e dato che per i Massoni il diavolo ‘è lo strumento della Libertà’ (Ibid., pag. 143 – 3° Maestro Massone), è evidente il significato diabolico del pentalfa.

In questa foto potete vedere il pentalfa massonico nella Freemasons’ Hall, che è il quartiere generale della United Grand Lodge of England (Gran Loggia Unita d’Inghilterra).

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Foto prese da http://www.flickr.com/photos/mermaid99/5178463429/in/photostream/

L’artista massone Ernesto Saquella (1958-2008) ha affermato a riguardo del pentalfa:

‘Nell’antichissima simbologia egiziana – madre di tutte le simbologie – la stella a cinque punte raffigurava anche Horus che, ricordiamolo, è figlio di Iside e di Osiride. Il Pentalfa inscritto contiene al suo interno i segreti della sezione aurea, dell’infinita generazione e del numero cinque. Il «5» è un numero che, nel mondo profano, ha di per sé avuto una parte di rilievo in quasi tutte le arti e le scienze dell’uomo. Dopotutto 5 sono le dita della mano e 5 sono le punte della stella marina. Artisticamente ed esotericamente il cinque è stato interpretato da Leonardo da Vinci – anch’egli un iniziato – con il pentagramma, perfetta fusione fra microcosmo e macrocosmo, concreto e trascendentale. Il celebre disegno leonardesco Homo ad circulum, ad esempio, può essere letto ed interpretato con una chiave ermetica che trascende – meglio sublima – la semplice valenza artistica. La stella a cinque punte, formata dall’incrocio delle diagonali del pentagono, è dunque anche il simbolo del rapporto armonioso consentito dalla sezione aurea. Il rettangolo, avente i lati che rispettano la proporzione aurea, è detto rettangolo aureo ed esso si può originare tantissime volte nel Pentalfa (infinita generazione del numero 5). Il Pentalfa è un simbolo ideato da Pitagora, dopo che ebbe risolto il problema del segmento aureo. Il termine significa «cinque alfa», ossia cinque principi. Ai quattro già convalidati da Empedocle, Pitagora ne aggiunse un quinto che è unitario, ovvero la natura. Il Pentagramma era dunque il simbolo dei pitagorici, ed era tracciato con una circonlocuzione che significava un triplice triangolo intrecciato. Nella Massoneria il numero cinque è inestricabilmente intrecciato con l’operatività del Compagno, come ho ben potuto assimilare sin dal rito in cui sono stato iniziato al Grado. Così mi piace ricordare di come, in quell’indimenticabile giorno i quattro punti cardinali erano «segnati» con altrettanti cartelli che riportavano cinque scritte: ad Occidente, VISTA – UDITO – OLFATTO – GUSTO – TATTO; ad Oriente, GRAMMATICA – GEOMETRIA – FILOSOFIA – POESIA – MUSICA; a Meridione, EGIZIO – ELLENICO – ETRUSCO – ROMANICO – GOTICO; a Settentrione, MOSÈ – PLATONE – ERMETE TRISMEGISTO – PITAGORA – PARACELSO. Per tutti questi motivi il Pentalfa simboleggia l’uomo risvegliato, l’iniziato che espande il proprio cosmo divaricando le gambe ed innalzando le braccia al cielo…’ (http://www.fuocosacro.com/).

Lo storico della Massoneria Aldo Mola, nel suo libro Declino e crollo della monarchia in Italia scrive a proposito di questo simbolo che ‘sin dal Settecento la massoneria aveva adottato la stella fiammeggiante. Anche la massoneria Italiana la fece sua: tardi, ma con fervore. In taluni casi a sei punte (stella di Davide), altre volte a cinque (luciferina, atta a incorniciare l’ «uomo di Leonardo», ma anche il capro o il baphomet) …’ (Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 60). Il pentalfa massonico, infatti fu presente, ma capovolto, nell’emblema del Regno d’Italia dal 1870 al 1890, come si può vedere in questa foto (http://it.wikipedia.org/),

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e dietro la sua presenza c’era un influenza massonica. Come dice lo studioso Massimo Leone nel suo scritto ‘È di scena l’Italia: vicende storiche e semantiche dell’‘Italia turrita’: ‘… ancora si discute del fatto, altrettanto misterioso, d’introdurre nello stemma di casa Savoia una stella a cinque punte rovesciata — ovvero con la parte a tre punte rivolta verso il basso anziché verso l’alto — tanto più che in araldica l’inclusione di segni rovesciati è sovente interpretata quale marchio di fellonìa. Sempre una matrice massonica sarebbe stata, secondo alcuni esperti, alla base di questa scelta al momento di sanzionare lo stemma del Regno d’Italia con deliberazione della Consulta Araldica del 4 maggio 1870, poi abrogata dopo accesa discussione alla Camera il 4 marzo 1893, giorno a partire dal quale, con buona pace di garibaldini e mazziniani, la stella scomparve dallo stemma d’Italia’ (pag. 15 – http://unito.academia.edu/MassimoLeone/).

Le stelle a cinque punte nel tempio Valdese

Sulla piazza Cavour a Roma si affaccia il Tempio Valdese, che fu dedicato e aperto al pubblico nel febbraio del 1914. Le vetrate furono realizzate da Cesare Picchiarini su disegno di Paolo Paschetto, rappresentanti simboli biblici e temi naturalistici. Gli arredi, anche essi curati da Paschetto, furono realizzati da diversi artisti (cfr.http://www.romapiazzacavour.chiesavaldese.org/chiesebmv/cvpc/tempio.htm). Ora, tra gli arredi ci sono anche i lampadari, su cui ci sono delle stelle a cinque punte che sono simboli massonici (vedi le foto).

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La fiaccola ardente nei francobolli di Paschetto è un simbolo massonico

Paolo Paschetto ha disegnato anche dei francobolli, tra cui questi:

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Il primo da sinistra fu emesso il 1/10/1945 mentre il secondo il 10/10/1946

La fiaccola ardente che compare in questi francobolli è un simbolo massonico, infatti sta per esempio in mano alla Statua della Libertà che i massoni francesi donarono all’America.

Sul sito della Gran Loggia Autonoma delle Calabrie si legge a proposito della statua della libertà: ‘L’origine massonica della Statua della Libertà è fuor di dubbio: fu, specificamente, un regalo della massonica Francia alla massonica America, copia dell’icona che campeggia sulla Senna […]. Secondo la mitologia massonica, le Statue della Libertà simboleggiano la Regina Semiramide e Iside. Il Sole che circonda il capo della Statua è anch’esso un simbolo di origine ermetica: il quale, peraltro, è stato a lungo sotto gli occhi degli italiani, sui vessilli dei massonicissimi Partito Socialista e Partito Social Democratico – insieme al Libro della Legge, che peraltro entrambe le Statue della Libertà reggono in mano. La torcia simboleggia l’illuminazione, la Luce, la Conoscenza: è un segno della Tradizione Primordiale e Unica’ (http://www.gladc.it/letturecur.htm).

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Lo scultore della statua infatti fu un massone di nome Frederic A. Bartholdi (1834-1904), fervente repubblicano e sostenitore degli ideali garibaldini.

Una cartolina massonica su cui compare Frederic A. Bartholdi

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Da: http://freemasonrywatch.org/statue_of_liberty.html

Alla base della statua c’è una targa dedicata dai massoni di New York per il centenario di quando fu posta la pietra angolare del piedistallo della statua.

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Da: http://freemasonrywatch.org/statue_of_liberty.html

Ma c’è dell’altro. La torcia fiammeggiante in cima alla Statua della Libertà, per i satanisti, rappresenta la vittoria dell’anticristo su Gesù alla battaglia di Harmaghedon, e la vittoria di Satana sopra Dio quando egli si impossesserà del trono di Dio in cielo!!

Un occultista infatti ha affermato: ‘Lucifero, avendo riguadagnato la sua stella e il suo diadema, adunerà le sue legioni per nuove opere di creazione. Attratti dalla sua torcia fiammeggiante, gli spiriti celestiali scenderanno … ed egli manderà questi messaggeri da sfere sconosciute sulla terra. Poi, la torcia di Lucifero segnalerà ‘Dal Cielo alla Terra!’ e il Cristo [quello della New Age] risponderà: ‘Dalla Terra al Cielo’ (parole dell’Occultista Edourd Schure, citate da Texe Marrs in Mystery Mark of the New Age, pag 240 –http://www.cuttingedge.org/free16.htm).

In questo disegno, Prometeo, l’originale ‘portatore della torcia’, che nella mitologia greca rubò il fuoco gelosamente custodito dagli dèi dell’Olimpo per donarlo agli uomini. In molti testi esoterici Lucifero è accostato a Prometeo. Anche nella Massoneria ci sono coloro che accostano Lucifero (che noi sappiamo essere Satana) a questa figura mitologica, perchè per loro Lucifero è il portatore della ‘luce’ massonica, il vero benefattore del genere umano!

disegno-prometeo

Per confermarvi quanto sia caro questo simbolo della torcia fiammeggiante ai massoni, vi metto qua di seguito (sinistra) lo stemma di una loggia di Bonn in Germania (http://p.bonn.freimaurerei.de/) e le foto (centro e destra) di due tessere del partito repubblicano italiano, che come vedremo meglio in seguito ha avuto come padre il ‘massone’ Giuseppe Mazzini.

torcia-simbolo

La dea Minerva dipinta da Paolo Paschetto nel Palazzo dell’Istruzione è un simbolo massonico

Paolo Paschetto in questo suo dipinto presente nella camera del ministro al Palazzo dell’Istruzione, ha collocato in mano a questa donna una statua della dea Minerva, come viene detto in ‘Il Palazzo dell’Istruzione: Storia, arte, identità culturale’: ‘Nelle sei lunette ad arco ribassato dell’anticamera del Ministro, le giovani donne sedute o stanti mostrano nudità efebiche o sono avvolte in sovrabbondanti panneggi, solo allusivamente classici, mentre circondate da attributi s’aprono in gesti enfatici quanto innaturali. Tra queste L’arte (ARS), opposta a La letteratura (LITTERAE), raffigurata in trono mentre sorregge una statuetta di Minerva e avvolge il braccio sinistro a un ramo d’ulivo. Nuda dalla cintola in su, il capo reclinato e un piede sopra un capitello corinzio, appare quasi dimessa nella sua timida postura e poco trionfante nonostante occupi uno scranno regale. Starebbe piuttosto a simboleggiare «un’arte seria, educatrice», compassata, come la intendeva lo stesso Paschetto, per nulla «frivola, immorale» (Annali dell’istruzione, 1-3/2005, pag. 114). Ora, la statua di Minerva è la stessa che i templi massonici prevedono in corrispondenza dello scranno del Maestro Venerabile, in quanto rappresenta la sapienza: è dunque una statua cara alla Massoneria.

Ecco il disegno di Paschetto (a sinistra – ho oscurato il seno scoperto della donna) e la statua in marmo di Minerva nella Corinthian Hall della Grande Loggia del Massachusetts (a destra).

paschetto-minerva

In merito a quello che rappresenta la dea Minerva per la massoneria, ecco quello che afferma lo scrittore massone Pietro Gori (1865-1911), in questo suo articolo dal titolo ‘Minerva all’Oriente’:

‘Ora, tra i simboli che decorano la Loggia massonica, quello di Minerva, situato all’Oriente nelle Obbedienze latine, merita a nostro modo di vedere un’attenzione particolare, in rapporto a quanto abbiamo appena detto. A prima vista, sembrerebbe più appropriato parlare in proposito di una figura allegorica ma, come cercheremo di mostrare, la portata del suo significato va oltre la semplice allegoria. Intanto, tale figura è posta in corrispondenza con la Saggezza, attributo del Maestro Venerabile, mentre Forza e Bellezza, attributi rispettivi del 1° e 2° Sorvegliante – connessi quindi alla Colonna dei Compagni e a quella degli Apprendisti – sono raffigurate in genere da Ercole e Venere. Questa constatazione ci porta a sottolineare una cosa che dovrebbe apparire in fondo ovvia, ossia: se Minerva è posta a rappresentare la Saggezza, dovrà esserci, tra i suoi caratteri, un legame preciso e necessario con ciò che essa simboleggia. Intendiamo dire che, come ogni simbolo, dovrà esserci un rapporto rigoroso tra quest’ultimo e ciò che viene simboleggiato, in conformità alle leggi generali del simbolismo.

Del resto, è possibile rilevare interessanti corrispondenze con dati tratti da altre forme tradizionali, che possono tornarci assai utili al fine di approfondire il significato e la portata della figura simbolica di Minerva. Considerando alcuni «aspetti divini» nell’ambito della tradizione indù, René Guénon segnala che «Lakshmî è la Shakti [o “potenza”] di Vishnu; Saraswatî o Vâch è quella di Brahmâ; Pârvatî, quella di Shiva. Pârvatî è anche chiamata Durgâ, vale a dire “difficile da avvicinare”. È notevole che una corrispondenza con queste tre Shakti si ritrovi perfino nelle tradizioni occidentali: così, nel simbolismo massonico, i “tre pilastri principali del Tempio” sono “Saggezza, Forza, Bellezza”; qui, la Saggezza è Saraswatî, la Forza è Pârvatî e la Bellezza è Lakshmî». Poco prima, commentando lo stato di pânditya, ossia del «sapere», corrispondente a Saraswatî, osserva che esso è un «[…] attributo che si riferisce a una funzione di insegnamento: chi possiede la Conoscenza è qualificato per comunicarla agli altri o, più esattamente, per risvegliare in essi delle possibilità corrispondenti, poiché la Conoscenza, in se stessa, è rigorosamente personale e incomunicabile. Il Pandita ha dunque più specificamente il carattere di Guru o “Maestro spirituale” […]».

Si noterà come tali parole si attaglino alla perfezione a Minerva qual è considerata in Massoneria, in rapporto, come dicevamo, con la Saggezza e con la funzione del Maestro Venerabile, il quale «istruisce i Fratelli con il lume della propria Scienza Muratoria ». Del resto, se il nesso fra i «tre pilastri del Tempio» e le tre principali funzioni di Loggia permette di stabilire una stretta relazione tra essi e i tre gradi simbolici, la Sapienza dovrà allora essere una caratteristica peculiare della «Camera di Mezzo». Quest’ultima rappresenta lo «stato» in cui è «situato» il Maestro Massone, il quale, avendo acquisito la «pienezza dei diritti massonici», ha tra l’altro la facoltà di «collocarsi» indifferentemente nell’una o nell’altra «Colonna». A quest’ultimo riguardo è opportuno rilevare che, nella Massoneria latina, sul tronetto del Maestro Venerabile è presente una colonnina dorica, detta «della Saggezza» (mentre sui tronetti dei Sorveglianti sono presenti quelle «della Forza» e «della Bellezza», ornate secondo altri «ordini» architettonici). Data la sua posizione «centrale» in rapporto alle altre due, essa richiama il simbolismo del caduceo ermetico, nel quale «[…] la bacchetta centrale corrisponde a sushumnâ e i due serpenti a idâ e pingalâ; queste ultime due sono talvolta anche rappresentate, sulla canna brâhmanica, dalla traccia di due linee elicoidali che si arrotolano in senso inverso l’una dall’altra, in guisa tale da intersecarsi all’altezza di ciascuno dei nodi che raffigurano i diversi centri. Nelle corrispondenze cosmiche idâ è riferita alla Luna, pingalâ al Sole, e sushumnâ al principio igneo; è interessante notare la relazione che ciò presenta con le “Tre Grandi Luci” del simbolismo massonico ». Il brano che abbiamo riportato mette in luce come l’aspetto «centrale», legato alla «Saggezza», implichi una condizione di equilibrio tra le due correnti «sottili» riferite in Massoneria rispettivamente al Sole e alla Luna, condizione simboleggiata dalla «Stella Fiammeggiante», la quale rappresenta «l’uomo rigenerato».

D’altra parte è noto che, secondo il mito, Atena, assimilata dai latini a Minerva, nasce armata di tutto punto dalla testa di Zeus. Platone, nel Cratilo, attribuisce a Socrate la definizione di «theu noesis» a proposito di Atena, che significa «pensiero divino», e dice che Omero ha raffigurato in lei il «nous» (mente) e la «dianoia» (intelligenza). Aggiunge ancora la formula «a theonoa», poiché «theonoe» vuol dire «intelligenza divina», significato del tutto coerente al racconto mitico. Osserviamo per inciso come, in tale ottica, Atena/Minerva presenti diverse analogie con l’«amorosa madonna Intelligenza» di Dino Compagni e dei «Fedeli d’Amore».

Tra i suoi attributi vi è quello guerriero, ma con caratteristiche tali da differenziarlo da Marte, che rappresenta piuttosto la guerra come distruzione e furia «cieca», mentre nel caso di Minerva esso si riferisce alla guerra intesa come ristabilimento dell’ «ordine». Essa combatte quando è necessario e in funzione equilibratrice, e in una o due occasioni atterra lo stesso Marte. È a fianco degli eroi e li «ispira », sia nelle guerre sia nelle loro «peregrinazioni»: Ulisse, Diomede, Eracle, Giasone, Perseo, Bellerofonte. Bruno accosta tale lato guerriero al fatto che «[…] nient’altro che una milizia essendo la vita dell’uomo sopra la terra, questa [Minerva] è colei che rovescia l’improbità degli scellerati, ne reprime l’audacia e ne disperde i disegni. […] E poiché più di ogni altra cosa nella condotta delle guerre è necessaria la sapienza, madre d’ogni solerzia, si facciano esse contro nemici visibili o contro invisibili, perciò ella è il nume dei belligeranti». Va da sé che, parlando di guerra e degli attributi militari di Minerva, è chiaro che abbiamo in vista in primo luogo il combattimento interiore contro i «vizi» e le «passioni» che l’iniziato è tenuto a ingaggiare senza tregua, mirando a unificare e integrare le «potenze» dapprima disperse della propria individualità. Al tempo stesso, però, e diremmo necessariamente, tale combattimento non può che estendersi all’insieme dell’«ambiente» nel quale si colloca tale individualità talché, in ultima analisi, si tratta in realtà di una sola e unica «guerra», la quale corrisponde del resto all’opera «costruttiva» che il Massone è chiamato a compiere in se stesso e quindi, simultaneamente, sul «cantiere del mondo».

Minerva, d’altro canto, è anche considerata la protettrice delle Arti, ciò che la pone in diretto rapporto con l’«arte della costruzione» e, più in generale, con le Arti Liberali, di cui la Massoneria ha sempre conservato il ricordo. E non sarà sfuggito, da quanto abbiamo detto sinora, come Minerva riassuma in sé funzioni sacerdotali, regali o guerriere ma anche, giustappunto, «artigianali», corrispondenti a quelle proprie delle tre caste «due volte nate», ossia Brâhmana, Kshatriya e Vaishya. È notevole del resto che un altro suo epiteto sia «Tritogenia», generalmente interpretato come indicante che essa era nata sulle rive del fiumeTritone; tuttavia R. Graves, nel suo libro I miti greci, precisa che «Atena fu in origine la triplice dea […]»; in molte raffigurazioni essa appare con un elmo a tre cimieri. Si potrebbe accostare tale triplice funzione a quella dell’Ermete trismegistos o «tre volte grandissimo», rappresentato al contempo come «re» e «pontefice».

Ora, considerando le cose sotto una prospettiva un po’ differente, la radice etimologica di Minerva la pone in relazione sia con la «mente» sia con l’uomo in quanto specie, caratterizzato per l’appunto dal «mentale», cui corrisponde la facoltà razionale: «[…] non è […] senza motivo che una medesima radice man o men è servita a formare in varie lingue numerose parole che designano da una parte la luna (greco mênê, inglese moon, tedesco Mond), e dall’altra la facoltà razionale o la “mente” (sanscrito manas, latino mens, inglese mind), e quindi anche l’uomo considerato in special modo nella sua natura razionale mediante la quale si definisce specificamente (sanscrito mânava, inglese man, tedesco Mann e Mensch). La ragione, infatti, che è solo una facoltà di conoscenza mediata, è la modalità propriamente umana dell’intelligenza; [d’altro canto] l’intuizione intellettuale può essere definita sopra-umana perché è una partecipazione diretta all’intelligenza universale, che, risiedendo nel cuore, cioè proprio al centro dell’essere dove è il suo punto di contatto con il Divino, penetra quest’essere dall’interno e lo illumina con il suo irradiamento».

Le ultime frasi che abbiamo citato riguardano aspetti estremamente importanti dell’iniziazione: da un lato quello connesso alla ragione, intesa come vertice delle facoltà individuali umane; dall’altro quello concernente l’intuizione intellettuale, intesa come facoltà sopra-umana situata al centro dell’essere, la sola in grado d’«illuminare» dall’interno non solo la stessa individualità, ma l’intero essere in tutti i suoi gradi e le sue modalità. È chiaro come il rapporto tra queste due «facoltà» – in particolare quello di «subordinazione» della prima rispetto alla seconda – rivesta grande rilevanza ai fini iniziatici, e consenta di comprendere l’attenzione che, nella via massonica, è attribuita al corretto sviluppo e all’integrazione di tutti gli aspetti individuali, in particolare della ragione, e ciò in virtù del fatto che tale facoltà solo se «ben diretta» è in grado di «riflettere» nell’ambito umano i princìpi universali. La natura della funzione di Minerva può essere allora considerata, da questo punto di vista, come «intelligenza universale» in quanto riflessa e «situata», se possiamo esprimerci in tal modo, nell’essere umano. […]‘ (La Lettera G n° 8, pp. 51-63)

Il piede alato di Paolo Paschetto è un simbolo esoterico-massonico

Ecco il 5 lire emesso l’1 ottobre 1945 con il piede alato, e il 30 lire emesso il 3 luglio 1946, dei quali l’autore fu sempre Paolo Paschetto.

paschetto-piede-alato

Il piede alato è associato al dio greco Hermes, che nell’impero romano era chiamato Mercurio. Infatti veniva rappresentato in questa maniera, cioè con i piedi alati. Mercurio rappresentava il messaggero degli dèi. Egli infatti indossava particolari calzari alati che gli permettevano di volare e di raggiungere le sue destinazioni in breve tempo.

Osservate questa immagine della rappresentazione del dio Hermes (a sinistra) e quella sul Dizionario massonico on line in cui compare la voce Hermes con la relativa immagine e la spiegazione di cosa si intende per Hermes nella Massoneria:

hermes-dizionario

Da: http://www.masonicdictionary.com/hermes.html

Sul sito della loggia massonica ‘R:. L:. “11 settembre” n° 1191 Or:. di Campoformidosi’ si legge in un articolo dal titolo ‘I Diaconi nel Rituale Massonico’:

‘Il Primo Diacono, prende posto all’Oriente, sullo scranno sito ai piedi dei tre gradini del Trono, alla destra del Maestro Venerabile. Il Secondo Diacono siede allo Occidente, ai piedi dei due gradini dello scranno del Primo Sorvegliante. Sono posti, entrambe, uno in fronte all’altro, il Primo Diacono guardando verso Occidente, il 2°D. volgendo lo sguardo ad Oriente. Sono, entrambi, muniti di verga, detta misura, asta di legno a sezione quadra, lunga 24 pollici (72 centimetri) , che ricorda il caduceo di Hermes (greco) o Mercurio (latino) , il Dio alato, messaggero degli Dei. La misura viene tenuta con la mano sinistra che, in posizione seduta, poggia sul femore sinistro; alcuni ritengono che l’asta debba rimanere verticale, parallela al tronco e da esso discosta, sia nella posizione seduta che in ortostatismo, con il braccio sinistro piegato al gomito ad angolo retto. Altri, invece, sostengono che l’estremità superiore debba rimanere reclinata obliquamente, dall’avanti all’indietro, poggiante sulla spalla sinistra’ (http://11settembre.wikidot.com/i-diaconi-nel-rituale-massonico).

Il nome del dio greco Hermes si trova spesso nel linguaggio esoterico e massonico.

Simboli massonici sulla tessera del partito repubblicano disegnata da Paolo Paschetto

Aldo A. Mola, che è considerato da tanti il maggior storico della Massoneria e del Risorgimento in Italia, nel suo libro Declino e crollo della monarchia in Italia scrive a proposito dell’autore dello stemma della Repubblica: ‘[Paolo Paschetto] Era anche autore della tessera del Partito repubblicano italiano e di bozzetti per francobolli’. (Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 351-352). La tessera che disegnò fu quella del 1951 (cfr. Ridolfi Maurizio, Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane, Editore Mondadori Bruno, 2003, pag. 248).

Eccola: notate un’incudine, un libro aperto su di esso, e delle foglie d’edera (in basso a sinistra il cerchietto che usava spesso Paschetto per firmare i suoi disegni).

tessera-1951

Ora, l’incudine è un simbolo riconducibile alla massoneria, perchè esso rimanda all’opera di Tubal-Cain o il dio Vulcano. Albert Mackey infatti nel suo Lessico della Massoneria alla voce ‘Tubal Cain’ afferma tra le altre cose: ‘Tubal Cain è il Vulcano dei pagani, e si pensa che sia stato strettamente associato all’antica massoneria …. L’Oliver ci narra di come ‘nei tempi passati Tubal Cain, sotto il nome di Vulcano ed i suoi ciclopi, lavorassero il metallo ed avessero inventato i misteri; ed è quindi probabile che egli, a suo tempo, fosse il Gerofante, o una simile istituzione, modellato sul pre-esistente sistema di Seth, e dedicato al miglioramento di schemi che meglio si adattassero ai bisogni fisici della razza alla quale egli appartenne’ …. Per queste ragioni Tubal Cain è stato consacrato, tra i massoni d’oggi, come antico fratello. Per mezzo della sua introduzione delle arti civili ecco che alle proprietà immobili s’iniziò ad attribuire un certo valore: per questo motivo Tubal Cain è stato considerato, tra i massoni, come simbolo di possesso terreno, o mondano’.

E nel Glossario de La dottrina segreta si legge: ‘Tubal-Cain (o Thubal-Cain) è un termine usato nel grado di Maestro-Massone nel rituale e nelle cerimonie della Frammassoneria. Tubalcain, o Vulcain, è colui che forgia le armi per gli Dei ed equivale, nella filosofia indù, a Vishvakarman. Simile ad Efesto, istruisce gli artigiani nell’arte del bronzo e del ferro. I Massoni lo hanno assunto a rappresentare il primo lato del triangolo, emblema del grado di apprendista, legato al regno minerale’ (http://www.teosofica.org/it/glossario-dottrina-segreta/glossario/,32?alfa=T&start=520). Ecco perchè il dio Vulcano viene rappresentato con braccio teso a battere il ferro su di una incudine, simbolo di lavoro e produttività.

tubal-cain

A conferma di tutto ciò, c’è questo interessante fatto. La Massoneria bolognese, nell’annunciare la morte del loro amato fratello massone Giosuè Carducci (1835-1907), diffuse tre epigrafi, di cui la terza recitava: ‘Ai piedi della bara di lui/ che artefice infaticato e indomabile / sull’incudine della Massoneria / spezzò catene e temprò spade per la libertà / I Liberi Muratori / depongono rami d’acacia / con i loro innumeri fiori / omaggio / dell’umana famiglia’ (Il laboratorio, n° 77, Luglio, Agosto, Settembre 2007, pag. 9).

Avete notato? La massoneria viene paragonata all’incudine su cui vengono spezzate catene e temprate spade per la libertà!! E difatti è una coincidenza significativa che nel 1925 sulla tessera della Federazione Giovanile Repubblicana appariva il simbolo di un incudine con dei martelli.

tessera-1925

Anche il libro aperto sull’incudine, rimanda alla simbologia massonica, in quanto ci ricorda il ‘Volume sacro della legge’ che viene posto aperto sull’altare all’interno della loggia massonica. Inoltre anche l’edera è un simbolo massonico, in quanto si legge su un sito massonico: ‘… l’edera, pianta funebre che rappresenta Dioniso, e che come lui simboleggia la morte rituale e la rinascita, la Luce e l’Oscurità, il calore e la freddezza’ (http://www.massoneriapistoiese.it/). Ma c’è dell’altro da dire sulla foglia d’edera: dice infatti Vittorio Messori: ”Stando a un’interpretazione corrente, la foglia d’edera del Pri non è che la trasparente mascheratura della stella a cinque punte, l’emblema che la massoneria del post-Risorgimento volle anche sui baveri dei soldati e che, guarda caso, è rispuntata nello stemma della Repubblica’ (Vittorio Messori, Pensare la Storia, pag. 480).

Ovviamente, non siamo sorpresi di trovare questi simboli sulla tessera repubblicana disegnata da Paolo Paschetto, perchè il partito repubblicano italiano ha avuto come ‘padre’ Giuseppe Mazzini, secondo che dice Francesco Nucara, attuale segretario del partito: ‘… è a lui che si deve, con la fondazione prima della Giovane Italia, poi della Giovane Europa, poi del Partito d’Azione, la stessa origine del Partito Repubblicano’ [1] e difatti «Aderiscono al Partito Repubblicano Italiano tutti i cittadini maggiorenni che si riconoscono negli insegnamenti della scuola repubblicana, da Giuseppe Mazzini a Carlo Cattaneo, da Ugo La Malfa a Giovanni Spadolini; nelle lotte del Risorgimento e della Resistenza e nello sforzo di realizzazione di una società basata sul rispetto dei diritti individuali, sulla responsabilità civica, sulla democrazia come metodo per la scelta del governo» (dall’art. 1 dello statuto del Partito Repubblicano Italiano). E Giuseppe Mazzini era un massone secondo alcuni storici della Massoneria, come Fulvio Conti e Marco Novarino per esempio che dicono: ‘Mazzini viene iniziato in carcere a Savona (novembre 1830-gennaio 1831) da Francesco Passano, alto dignitario massone e capo della Carboneria’ (Fulvio Conti & Marco Novarino, Massoneria e Unità d’Italia, Società Editrice Il Mulino, Bologna 2011, pag. 37). Mazzini viene anche dato come membro onorario del Grande Oriente di Palermo, che gli accordò il 33° grado, proclamato Venerabile perpetuo ad honorem della loggia ”Lincoln” di Lodi, con proposta alla carica di “Gran Maestro”, Membro onorario della loggia “La Stella d’Italia“ di Genova, e della “Loggia La Ragione” dello stesso Oriente. Ho detto secondo alcuni perchè ci sono anche coloro che non annoverano Mazzini tra i massoni in quanto pare non risulta essere stato iniziato in nessuna loggia massonica [2] – ossia non ha ricevuto alcuna iniziazione rituale ‘regolare’ – i quali comunque riconoscono che i concetti mazziniani di Dio e popolo erano concetti profondamente massonici, e considerano Mazzini un grande iniziato indipendentemente dal fatto che fosse massone o meno. E questo è dimostrato per esempio da quello che Mazzini scrisse nel giugno 1868 alla Gran Loggia centrale di Palermo: ‘Il culto dell’Umanità non esclude quello della Patria: lo esige. Non vi è lavoro comune senza divisione di lavoro. L’Umanità non può esistere ordinata, attiva, unita in un lavoro di progresso, senza associazione ordinata fra le Nazioni, che sono gl’individui dell’Umanità. Base d’ogni associazione è l’eguaglianza degli associati. Quindi, l’indipendenza, che è l’eguaglianza delle Nazioni: la vostra azione è la leva colla quale potete operare a pro’ dell’Umanità. Patria e politica sono dunque inseparabili dall’opera vostra. E voi, i primi in Europa, avete inteso e sentito questa verità. L’antico spirito dell’Istituzione [la Massoneria] vivifica i vostri lavori; per questo mi mandate un saluto d’affetto fraterno; per questo io spero in voi, e lo accolgo non solo riconoscente, ma lieto. Continuate logicamente l’opera riformatrice. Sia quella verità condizione esplicita dell’iniziazione ai vostri lavori. Quando saremo indipendenti da ogni usurpazione di despoti quando avremo dettato in Roma un Patto Italiano – quando questo Patto dirà: Noi non abbiamo che un padrone, Dio – una norma di vita, la Legge morale – un interprete progressivo di questa legge, il Popolo, rappresentato dai migliori per intelletto e virtù, – saremo fratelli – non prima. Lavoriamo uniti, sotto qualunque denominazione, a preparare quel giorno, ed abbiatemi nel Lavoro. Fratello vostro. Gius. Mazzini’ (citato in Marco Novarino, L’Italia delle minoranze, pag. 155-156). Il valdese Augusto Comba in Storia della Massoneria in Italia: L’influenza di Giuseppe Mazzini nella Massoneria Italiana, afferma che ‘sulla sua bara, nel corso dell’imponente funerale genovese, cui presero parte numerosi massoni diretti dal Gran Maestro Aggiunto Michele Barabino, delegato del Grande Oriente e capo del Comitato per l’accompagnamento a Staglieno, venne posta la sciarpa da maestro. A perenne memoria del triste evento, il 10 marzo divenne ed è tuttora, per i massoni italiani, il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti’ [3].

Paolo Paschetto era Repubblicano e pare anche iscritto al partito. Daniele Jalla, direttore dei Musei Civici di Torino, che è il nipote di Paolo Paschetto afferma infatti: ‘Mio nonno Paolo, il pittore, era repubblicano e durante il ventennio non si iscrisse al partito. Però non ebbe particolari noie. Sa che cosa raccontano? Che qualche suo amico, per salvarlo, lo aveva iscritto al partito di nascosto. Non so se sia vero, ma sarebbe una tipica cosa all’italiana’ (da un articolo dal titolo: ‘Guerre, amori e ideali: Storia di una famiglia italiana’ apparso su lastampa.it il 13/03/2011) [4]. Molti Repubblicani in quel tempo erano massoni. In un documento OSS – i servizi segreti americani – ‘si afferma che il Partito repubblicano italiano era egemonizzato dalla massoneria e che il Pacciardi era un massone pure lui’ (Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia, IV Edizione Tascabili Bompiani ottobre 2007, pag. 146); Randolfo Pacciardi (1899-1991) fu segretario politico del PRI fin dal 1938; eletto all’Assemblea Costituente lasciò la segreteria del partito nel ’47 per ricoprire la carica di Vice Presidente del Consiglio. E comunque anche quei Repubblicani che non erano stati iniziati alla Massoneria, avevano uno spirito e un sentimento massonico, come Giuseppe Mazzini per intenderci. D’altronde, Francesco Nucara afferma che ‘la storia del Partito Repubblicano Italiano si intreccia spesso con la storia della Massoneria ed entrambe si intrecciano saldamente con la Storia dell’Unità d’Italia e del Risorgimento’ [5], e di essere stato lui stesso un massone [6].

Luca Bagatin – che dal Giugno 2011 collabora con la rivista ufficiale della Gran Loggia d’Italia degli ALAM ‘Officinae’ – nel suo articolo ‘Giuseppe Mazzini, il Partito Repubblicano Italiano e la Massoneria’ afferma che ‘nel PRI vi erano e vi sono tutt’ora numerosi massoni …’ [7].

In Italia i rapporti tra protestantesimo, massoneria e repubblicanesimo furono molto stretti nell’età liberale (1860-1922), come anche nel secondo dopo guerra e questo perchè sia i protestanti che i massoni e i repubblicani avevano in comune lo stesso ‘nemico’, ovvero la Chiesa Cattolica Romana. Ecco perchè molti Protestanti aderirono alla Massoneria e al Partito Repubblicano, ed erano quindi sia Massoni che Repubblicani, per opporsi allo strapotere della Chiesa Cattolica Romana, visto che la Massoneria è per natura contro la Chiesa Cattolica Romana, e perciò si trovavano a loro agio nel Partito Repubblicano per sua natura anti-papale. Giuseppe Mazzini, infatti, padre del Partito Repubblicano, era stato il fondatore nel 1831 di un’associazione di rivoluzionari chiamata Giovine Italia, il cui obiettivo era quello di liberare l’Italia dal controllo della monarchia e dal papa, associazione che lui sciolse definitivamente nel 1848, per fondare al suo posto l’Associazione Nazionale Italiana e successivamente il Partito d’Azione, da cui originarono i nuclei del Partito Radicale Storico e del Partito Repubblicano Italiano.

Nel 1848 il massone francese Garnier-Pagès dichiarò: “La repubblica è radicata nella massoneria e la massoneria è la repubblica-ombra”, e centovent’anni dopo un Gran Maestro dei massoni, Jacques Mitterrand, riprese questa frase aggiungendovi: “Questo non significa solamente operare per il diritto di autodeterminazione, che è la regola da noi posta, significa anche servire la repubblica, e nel nostro mondo occidentale questo esige anche la rivolta contro le forze della reazione, come sono personificate dalla Chiesa cattolica romana. Noi non ci accontentiamo di essere nei nostri templi la repubblica-ombra, noi siamo contemporaneamente l’Anti-Chiesa” (Cit. in Alec Mellor, Logen, Rituale, Hochgrade. Handbuch der Freimaurerei [Logge, rituali, alti gradi. Manuale della massoneria], Graz-Vienna-Colonia 1967, pp. 138-139.).

Note

[1]http://www.pri.it/new/22%20Aprile%202011/NucaraPrefazioneMazziniCattaneo.htm

[2] Sul sito della Gran Loggia Regolare d’Italia si legge su Mazzini: ‘… egli non fu mai iniziato alla Libera Muratoria né in Italia né all’estero. Anzi, come riporta per esempio Nello Rosselli nel suo libro “Bakunin e Mazzini” più volte nelle sue lettere Mazzini specificò di non essere Massone. In una lettera a Federigo Campanella del 12.6.1867 scriveva “…La Massoneria accettando da anni e anni ogni uomo, senza dichiarazioni d’opinioni politiche, s’è fatta assolutamente inutile a ogni scopo nazionale. Per farne qualche cosa bisognerebbe prima una misura d’eliminazione ed una revisione delle file, poi una formula nazionale o politica per l’iniziazione…”. Il Campanella era Massone e dopo che Garibaldi rinunciò al titolo di Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del RSAA di Palermo (7.7.1868), propose a Mazzini di divenirne il nuovo Sovrano G.C. In verità il Campanella fece molto di più: inviò al Mazzini la nomina e la formula del giuramento per la firma di accettazione. Mazzini lesse la formula di giuramento e rispose che l’unico giuramento che avrebbe fatto nella sua vita era quello verso la sua libertà di pensiero. Ernesto Nathan il 21.4.1918 dovette affermare inoltre “…Mazzini nella Massoneria non volle mai entrare. Diffidava dell’ascendente goduto dalla direzione massonica francese, e dalla tiepida sua volontà a dare valido aiuto alla propaganda per il risorgimento patrio. Ma fu sempre in amichevole con i massoni più influenti” (http://www.granloggiaregolareitalia.it/).

[3] http://www.grandeoriente.it/index.php?option=com_content&view=article&id=77&Itemid=141%22

[4] http://www3.lastampa.it/focus/unita-italia/articolo/lstp/393162/

[5] http://www.pri.it/new/11%20Ottobre%202011/NucaraMolaMassoneria.htm

[6] Programma Rai ‘In mezz’ora’ del 15/12/2011 (minuto 12:18-20) visionabile suhttp://www.rai.tv/

[7] http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/2011/01/12/giuseppe_mazzini_il_partito_re.html

Triangoli massonici

Questi sono due disegni fatti da Paolo Paschetto: Donna con il mantello rosso – Disegno (1911), La lucerna – Disegno (1920-1921).

Per ciò che riguarda la donna con il mantello rosso, notate ai bordi del vestito diversi triangoli, sia con la punta rivolta verso l’alto che con la punta rivolta verso il basso. Peraltro va fatto notare il numero degli scalini, che è tre, proprio il numero dei gradi della Massoneria Azzurra, vale a dire Apprendista (1°), Compagno d’Arte (2°), e Maestro Massone (3), che nella Massoneria vengono anche chiamati proprio scalini o gradini; nonchè le due colonne con due sfere o globi che rimandano alle due colonne che si trovano nel tempio massonico. Anche nel disegno della lucerna, non si possono non notare i diversi triangoli.

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Da:http://www.museivillatorlonia.it/casina_delle_civette/percorso_per_sale/fumoir/donna_con_il_mantello_rosso

lucerna

Da:http://www.museivillatorlonia.it/casina_delle_civette/percorso_per_sale/fumoir/la_lucerna

Altri simboli massonici-occulti in disegni di Paschetto

In questi due disegni fatti da Paolo Paschetto potete osservare altri due simboli massonici-occulti. Infatti nel primo vedete alcune stelle a cinque punte, mentre nel secondo ci sono ben tre stelle a otto punte: la stella a otto punte come vedremo meglio dopo è un simbolo occulto usato anche nella Massoneria.

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Paolo Paschetto al lavoro nella ‘casina delle streghe’

Quella che in un articolo a firma di Jolanda Bufalini apparso su L’Unità Roma è stata definita ‘La Casina delle Streghe’ (Giovedì 4 Maggio 2006) non è altro che la Casina delle Civette, una casa che si trova nel parco di Villa Torlonia a Roma e che oggi è un museo, e che è una casa in stile liberty disseminata di simboli esoterici-occulti-massonici, soprattutto del simbolo della civetta. Ecco infatti alcune foto di questa casina, che rendono bene l’idea di quanto detto. Ma si tenga presente che al suo interno mancano diversi elementi tenebrosi e occulti che vi erano stati posti dal proprietario e che sono andati perduti. Veramente una villa inquietante a dire poco, sembra uno di quei castelli dove vengono ambientati film horror o che hanno a che fare con l’occultismo e la magia. E difatti gli esoteristi si sentono attirati ad essa.

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Ecco qualche breve cenno storico su questa casina tratto dall’articolo dal titolo ‘ La Casina delle Civette’ scritto dalla giornalista Flavia Capitani: ‘All’inizio era conosciuta come Capanna Svizzera, realizzata dall’architetto Giuseppe Jappelli nel 1840, ed era stata concepita come uno chalet rustico, per la struttura in tufo che la rendeva grezza, secondo i desideri del proprietario, Alessandro Torlonia. Figlio di Giovanni Torlonia, Alessandro si occupò di numerose trasformazioni per dare un aspetto meno ordinario alla struttura, e oltre alla Capanna, arricchì il giardino con viali serpentinati, laghetti e piante esotiche. Ma l’aspetto attuale, quello che vediamo noi oggi, è stato realizzato nel 1908 dal successore di Alessandro, Giovanni Torlonia Junior. Il principe Giovanni, oltre ad essere misantropo, nutriva un curioso interesse per l’esoterismo, e questo spiega perché nelle decorazioni interne ed esterne ci siano rappresentate, in numero cospicuo, le civette, da cui deriva la denominazione della Casina. Il principe fece di questo edificio la sua personale residenza, modificandola ulteriormente tra il 1916 e 1920 con l’inserimento di logge, porticati e articolazioni architettoniche, ed elementi decorativi che la rendono vivace e fiabesca [….] L’edifico, a partire dal 1944 con l’occupazione straniera, venne distrutto e quando il Comune di Roma, nel 1978 acquisì tutto il parco, edifici annessi, trovò una condizione disastrosa. Cominciarono i restauri nel 1992, terminati solo nel 1997, che hanno restituito a Roma e all’intero Lazio, una delle testimonianze, più affascinanti, della cultura liberty.’ (http://egolatina.it/news/2012/09/01/la-casina-delle-civette/). Giovanni Torlonia Junior (1873-1939) quindi era interessato all’esoterismo (e forse era anche massone), tanto da essere definito da molti una persona misteriosa e tenebrosa.

Ma c’è dell’altro, l’architetto Jappelli che l’aveva fatta costruire era un massone e la fece costruire con una chiara impronta massonica: ‘La Capanna Svizzera (divenuta poi, ai primi del Novecento, la Casina delle Civette) «assommava le caratteristiche delle settecentesche ‘laiteries’, (…), a quelle del rifugio solitario e romantico dall’apparenza primitiva e selvaggia» di un rustico romitorio (cfr. Campitelli 1997, pp. 32 sgg.). Il professor Gianni Eugenio Viola (2005) ha avuto modo di soffermarsi, di recente, anche sull’ «unico aspetto simbologicamente significativo (e non poco)» della originaria «Capanna Svizzera» dello Jappelli, consistente nella «costruzione ottagona poggiata in pianta e nell’alzato sulla ‘elle’ formata, perfettamente a squadra, dai due corpi dell’edificio», osservando che «è ben difficile che l’ottagono e la squadra collegati potessero nascere casualmente dalla mano dell’architetto (…) ove si ricordi (come il gruppo di studio di Storia dell’Architettura del Politecnico di Bari ha da tempo evidenziato) che fin dal 1806 lo Jappelli era stato iniziato nella loggia massonica della sua Venezia». Queste osservazioni assumono una rilevanza tale nel presente lavoro, che non potevano essere trascurate; e infatti

l’ottagono rappresenta simbolicamente la mediazione tra il quadrato e il cerchio, cioè tra la terra e il cielo. Le fonti battesimali sono assai sovente a base ottagona, o rette da strutture a otto colonnine (e si oppongono alla struttura esagona che allude alla sepoltura: quest’ultima, quando viene assunta nelle fonti allude alla morte del peccato preludio alla resurrezione nella luce della Grazia) (….). Infine va ricordato che l’otto e l’ottagono alludono alle misure del tempo e alle direzioni dello spazio (otto sono i bracci della rosa dei venti, e l’otto disteso è il simbolo dell’infinito). Quanto alla squadra, a parte ogni richiamo alla simbologia massonica, che qui potrebbe non essere improprio ricercare, non vi è dubbio che essa indichi la misura della terra, dello spazio. L’ottagono appoggiato alla squadra, e proprio nell’angolo interno, indica quindi simbolicamente l’unione del tempo e dello spazio.

Se questa è l’interpretazione simbologica «piuttosto agevole», «essa potrebbe prevedere anche una lettura della ‘capanna’ come luogo antico e tradizionale della iniziazione, simbolo della fragilità e della precarietà della umana natura terrena» (ib). Non c’è dubbio che quanto proposto dal professor Viola – considerare la «Capanna» come «luogo tradizionale della iniziazione» massonica – sia da accogliere come esatto, tanto più che questa lettura si collega perfettamente a quanto la «Capanna» intendeva richiamare tra i luoghi ariosteschi, cioè l’«Abitazione dell’Eremita» ….’ (Autiero Carlo, Un percorso semiotico nel parco romantico jappelliano, Editore Meltemi, 2006, pag. 54-55). Questa casa in effetti se si osserva attentamente sia all’esterno che all’interno ha un aspetto sinistro, direi inquietante. D’altronde se è stata considerata come luogo tradizionale della iniziazione massonica ….

La forma a elle dell’edificio, e quindi la sua forma a squadra

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Tra gli artisti che lavorarono tra il 1916 e il 1920 al servizio di Giovanni Torlonia ci fu anche Paolo Paschetto, che nel 1920 realizzò alcune vetrate per la Casina delle Civette illustrando temi naturalistici con nastri, farfalle, e rose come si può vedere da queste foto.

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Come mai il proprietario della casa volle le rose? Perchè la rosa è un importante simbolo esoterico: ‘La rosa è il simbolo per antonomasia della realtà in divenire, della manifestazione in fieri. La rosa in Occidente ed il loto in Oriente hanno lo stesso significato, cioè la produzione della manifestazione. La rosa, per la sua forma, si ricongiunge ai significati simbolici del pentacolo e della stella a cinque punte. Infatti, la rosa a cinque petali rappresenta l’elevazione spirituale dell’uomo. In quanto tale, rappresenta l’evoluzione, la transizione dallo stato profano allo stato sacro. La rosa con otto petali è simbolo di rigenerazione; per questo venivano portate sulle tombe degli avi e offerte ai defunti’ (http://www.mitiemisteri.it/esoterismo/fiori/rosa.html). Dunque, in questo caso troviamo Paolo Paschetto in un ambiente massonico-esoterico, con persone strane legate all’occulto o all’esoterismo, a realizzare lavori che comunque sia sono legati all’esoterismo.

Paolo Paschetto in alcune pose massoniche

Questa a sinistra è una foto di Paolo Paschetto scattata alla fine degli anni ’30 nel suo studio di Roma. Ora, notate attentamente la posizione del suo braccio destro che è messo in maniera tale da formare una squadra a triangolo (e prestate attenzione anche alla posizione dei suoi piedi che formano una squadra a triangolo). E’ una posizione massonica, quella delle Guardie Reali come si vede dal disegno a destra preso dal Richardson’s Monitor of Freemasonry a pag. 89.

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Che questa sia una posizione massonica (con il suo preciso significato quindi) è confermato da queste foto di tre noti massoni in questa posizione. Sono da sinistra: l’artista massone Victor Horta (1861-1947), il creatore dello stile Liberty; Matteo Prochet (1836-1907), pastore valdese; e Albert Pike (1809-1891), satanista e mago. Notate come in tutti e tre uno dei bracci forma una squadra a triangolo.

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Ma Paolo Paschetto (a destra) lo troviamo anche in questa altra posa massonica, che è quella della mano nascosta.

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Qua sotto potete vedere due massoni in questa posa che sono: da sinistra Colin Powell (politico e militare statunitense, che è stato il 65° Segretario di Stato degli Stati Uniti sotto il Presidente George W. Bush), e Hosni Mubarak, ex presidente dell’Egitto.

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La collaborazione con la rivista Bilychnis, avente uno spirito ‘massonico’

Come abbiamo detto nella breve biografia di Paolo Paschetto, egli collaborò con la rivista ”Bilychnis’, che era un periodico di studi religiosi edito dalla scuola teologica battista di Roma. Questo periodico aveva tra i suoi scopi dichiarati quello di promuovere il modernismo e l’ecumenismo in seno alla Chiesa (e difatti aveva un carattere interconfessionale). Si proponeva di diffondere un ‘Cristianesimo sociale’ in cui fare politica veniva presentato come un comandamento per i Cristiani.

Uno dei redattori di questa rivista ebbe a scrivere in merito agli obbiettivi di questa rivista: ‘Bilychnis è nata per volontà di alcuni cultori di scienze religiose; risponde a finalità proprie ed indipendenti; è redatta con i più ampi criteri di libertà, di tolleranza e di rispetto; è fondata, infine, sul principio fecondo della cooperazione di elementi diversi. Bilychnis vuol essere uno strumento indipendente ed efficace di coltura religiosa in Italia, per destare e rendere più vigile l’interesse del gran pubblico sulle gravi questioni della nostra vita religiosa e morale, interesse che il clericalismo ha cercato sempre di soffocare per non perdere il suo dominio e il suo diritto di ‘privativa’ sui problemi etici e religiosi. Bilychnis [….] crede che in Italia c’è un problema religioso vivo ed aperto, la cui soluzione è legata intimamente ai problemi più vitali della nazione; crede anche che la libertà sia la condizione sine qua non per discutere tali problemi e che la libera, onesta discussione ne sia il metodo migliore. Quanto ai limiti del suo campo di lavoro, B. è convinta che la coltura religiosa non debba chiudersi unicamente in ricerche storiche e critiche, perchè il presente, con le sue rapide trasformazioni, con i problemi formidabili che ad ogni momento pone nel vasto dominio della vita morale e religiosa, è per uno studioso altrettanto interessante e ricco di insegnamenti quanto il più remoto passato [….]. L’erudizione e l’archeologia hanno già da un pezzo i loro organi di diffusione; Bilychnis vuol essere soprattutto una rivista costruttrice ed ‘attuale’ ‘ (A. Vaccari, La Civiltà Cattolica denunzia ….!, in «Bilychnis», a. III, fasc. V, maggio 1914, pp. 345-352, p. 347).

Ora, fu Paschetto a disegnare il logo della rivista, che è il seguente:

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Qual’è il significato di questa antica lucerna a doppia fiammella? Lodovico Paschetto, fratello di Paolo Paschetto, nell’introduzione al numero 1 (gennaio – febbraio 1912) spiegò che ‘la modesta antica lucerna a doppia fiammella simboleggia ciò che vuol essere la rivista: alimento di scienza e fede’.

Lo storico valdese Giorgio Spini dice: ‘L’ultima a nascere, fra le riviste evangeliche italiane del primo Novecento, fu Bilychnis, uscita a Roma nel 1912 ad opera della Scuola Teologica battista con Lodovico Paschetto redattore e Dexter G. Whittinghill redattore per l’estero. In compenso, fu la più importante e quella che ebbe maggiore incidenza sulla cultura italiana. La sua nascita aveva avuto la strada aperta dall’esperienza di una rivista laica come Coenobium, pubblicato a Lugano nel 1906-19 da Enrico Bignami, di cui si è già detto in precedenza. Fra Coenobium e i successivi periodici di matrice battista, Bilychnis e Conscientia, vi fu una continuità così forte che si è potuto parlare di una sola rivista in tre stadi successivi. In realtà Coenobium era una rivista aperta anche ai credenti di varie fedi religiose, inclusa la cristiana, ma saldamente in mano a laici che credenti cristiani non erano davvero; Bilychnis, invece, era una rivista aperta anche a liberi pensatori, oltre che a cristiani di convinzioni diverse da quella evangelica o ad ebrei, ma saldamente in mano a protestanti di stampo «evangelico», anche se di spirito liberale e poco curanti di formule dogmatiche. Però è innegabile che la religiosità adogmatica e il socialismo non materialistico di cui Coenobium era permeato avessero una forte parentela col protestantesimo liberale e col Social Gospel di cui era nutrita Bilychnis. Inoltre Paschetto e Whittinghill accettarono in pieno l’idea «cenobitica» di una rivista che fosse una sorta di libera convivenza di spiriti muoventi da posizioni diverse, anziché l’organo di un’unica corrente religiosa. Il che non vuole dire che la loro fosse una posizione asettica sul piano ideologico: il titolo stesso Bilycnis era una squilla di battaglia in un anno non troppo lontano ancora da quel 1907 della Pascendi. Il simbolo di una lucerna cristiana a due becchi stava ad indicare la volontà della rivista di unire fede cristiana a scienza moderna, cioè proprio il binomio per cui i modernisti erano stati condannati. Era lo stesso per qualificare Bilychnis come l’organo di una alleanza tra evangelici e modernisti, sia pure aperta alla collaborazione di uomini di studio e di pensiero di altre posizioni e correnti. In un certo senso si potrebbe dire che Bilychnis ebbe così largo ascolto da parte dell’Italia colta proprio perchè rispondeva alla necessità storica di dare una risposta all’esplosione della crisi modernista che non fosse quella meramente negativa di Croce e Gentile ….’ (Giorgio Spini, Italia Liberale e protestanti, pag. 331-332).

Stando dunque così le cose, e cioè che ‘il simbolo di una lucerna cristiana a due becchi stava ad indicare la volontà della rivista di unire fede cristiana a scienza moderna, cioè proprio il binomio per cui i modernisti erano stati condannati’, vediamo cosa dichiarò Ernesto Nathan (1845-1921), Ebreo di origine inglese primo sindaco di Roma, che fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (lo fu dal 1896 al 1903 e dal 1917 al 1919), in un suo famoso discorso pronunciato a Torino nel 1898, intitolato al «Compito massonico»: ‘E però siamo associazione educatrice. Perono le religioni, vive immortale la religione, quel sentimento che, nella lenta evoluzione delle razze, ispira gli uomini a muoversi innanzi e risalire le vette inesplorate della civiltà, alla ricerca delle leggi che li governa. Base e fondamento d’ogni fede, non isterilità, permane nel cuore umano la conoscenza, la sete dell’idea e, che, attraverso la scoperta della scienza e le manifestazioni della natura, lo martella e persegue. Là gli eroi nostri del risorgimento attinsero la forza per subire persecuzioni e martiri, e il martirio più d’ogni altro doloroso, l’opera persistente, sconosciuta, calunniata: là il gran coro greco del popolo ignoto trasse ispirazione e lena per morire, senza speranza di riconoscenza o di guiderdone, in cento attentati, in cento, in cento campi di battaglia; là pensatori e poeti trovarono le forti ispirazioni che scossero le coscienze e sollevarono le sante ire e i santi odii. Risvegliare nelle anime assopite quelle sante ispirazioni, informandole alle esigenze odierne di riscatto morale; temprare le coscienze col sentimento del dovere civile all’amore fraterno, alla fraterna difesa contro la ingiustizia; piantare profonde le radici della idealità che, fondendo la fede con la scienza, sollevi in alto l’essere, ecco l’apostolato educatore dell’Italia civile; e per essa, nel desiderio del bene che ci punge, dove altri non comprendano e si incarnino il compito sublime della Massoneria …. un’associazione universale, che non riconosce limiti al progresso, nè ceppi alla pacifica manifestazione del pensiero, mancipia di uomini e gruppi i quali asservono progresso e pensiero a parziali, immediati, determinati fini’ (sul discorso pubblicato in «Garibaldi», numero unico edito dalla massoneria savonese, Savona, 4 Luglio 1907, cfr. L. Fucini, La massoneria nel Ponente ligure, Edizioni Atene, Arma di Taggia 2003).

Dunque, l’obbiettivo della massoneria era unire fede e scienza, e la scienza doveva servire come base per la formazione della nazione, e dunque in questo compito si dovevano impegnare tutti. Per i massoni dell’epoca questa era una missione, e si impegnarono fortemente con lo scopo di costruire la nazione ognuno attraverso le proprie qualità e attività. Perchè come disse il massone Albert Pike: ‘Il vero Massone è colui che opera strenuamente per aiutare l’Ordine a realizzare i suoi grandi scopi’ (Albert Pike, Morals and Dogma, Edizione italiana, Vol. 1, pag. 58 – 2° Compagno d’Arte). Ed anche Bilychnis, visto che si proponeva anch’essa ‘di unire fede cristiana a scienza moderna’, prese parte a questa missione massonica. E difatti vi collaborarono anche dei massoni, come il pastore valdese Ugo Janni (1865-1938) che era stato ‘iniziato massone nella loggia «Mazzini» di Sanremo’ (Augusto Comba, Valdesi e Massoneria, pag. 95); l’esoterista Julius Evola (1898-1974), che lo storico Aldo Mola definisce grande iniziato (Aldo A. Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 591), e lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni (1883-1959), anche questo definito da Aldo Mola ‘un grande iniziato’ (Ibid., pag. 833). La collaborazione di Janni e di Pettazzoni è confermata da Demofonti Laura in La riforma nell’Italia del primo Novecento. Gruppi e riviste di ispirazione evangelica (Storia e Letteratura, 2003, pag. 114-115, pag. 98-99), mentre quella di Evola da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Julius_Evola) e dal sito di Edizioni di AR (http://www.edizionidiar.it/evola-julius/saggi-di-bilychnis.html).

A proposito di Julius Evola, è interessante notare che la casa editrice Edizioni di Ar, che non è affatto cristiana, nel pubblicare in un volume dei saggi di Julius Evola (seconda edizione 1987), sulla copertina ci ha messo la stessa immagine della lucerna a due becchi, presentandolo in questa maniera: ‘Questa nuova edizione de I saggi di Bilychnis comprende tutti gli scritti pubblicati da Julius Evola su una rivista di studi religiosi. L’opera espone, e ribadisce, i tratti caratteristici dell’itinerario dell’autore, le sue prese di posizione culturali come le sue inclinazioni e vocazioni speculative: dalla filosofia alla politica, dalla magia alle dottrine sapienziali occidentali e orientali, dall’alchimia all’ermetismo’.

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A proposito di Ugo Janni, invece, è significativo quello che dice Luca Fucini nel suo scritto ‘Alla ricerca del bene dell’umanità. Scienza, politica e religione nell’impegno civile dei massoni italiani tra ’800 e ’900′: ‘Questo impegno venne preso sul serio dai massoni dell’epoca i quali profusero le proprie energie nell’azione concreta di voler costruire la nazione ognuno attraverso le proprie qualità e attività. Esempi paradigmatici di ciò furono tre operosi «fratelli» della loggia «Giuseppe Mazzini» n. 98, costituita all’Oriente di Sanremo nel 1900, veri e propri campioni nella scienza, nella politica e anche nella religione, che spaziarono col proprio vulcanico ingegno, riconosciuti non solo in Italia ma anche a livello internazionale’: Il celebre botanico Mario Calvino, padre dello scrittore Italo, il deputato Orazio Raimondo, il pastore valdese Ugo Janni, furono i protagonisti di una costante azione sociale e civile che ebbe come unica finalità la ricerca del «Bene dell’Umanità» (Marco Novarino, L’Italia delle minoranze, pag. 96). Ugo Janni viene elogiato perchè, dato che fu un pioniere dell’ecumenismo (come lo ha definito il suo ‘fratello’ massone Augusto Comba), ricercò anche lui nel suo campo il ‘bene e il progresso dell’umanità’!

Alla luce di tutto ciò, quindi non ci sorprendiamo di trovare Paolo Paschetto tra i collaboratori a questa rivista, visto che anche lui aveva questo spirito massonico che spingeva ad aprirsi al modernismo e all’ecumenismo. Paolo Paschetto infatti faceva parte di quella che lo storico Giorgio Spini chiama ‘la nuova elite evangelica italiana’ tutta permeata dello spirito del protestantesimo liberale e quindi in cerca di ‘liberazione’. Ascoltate cosa dice Giorgio Spini: ‘Attraverso la collaborazione a Fede e Vita, o alle attività della Federazione Studenti per la Cultura Religiosa, emerse un complesso di giovani che, insieme a qualche più anziano di loro – Giovanni Luzzi (1854-1948), Ugo Janni (1865-1930) e l’americano Walter Lowrie (1869-1959) – costituì in certo modo lo stato maggiore intellettuale del protestantesimo italiano del primo Novecento: Mario Falchi (1870-1945), Teodoro Longo (1879-1930), Lodovico Paschetto (1879-1967), Giovanni E. Meille (1882-1958), Salvatore Mastrogiovanni (1883-1964), Cesare Gay (1892-1970). Diversi di questi nomi li abbiamo già incontrati, trattando di Lumen de Lumine e de L’Avanguardia, insieme con quelli di pastori metodisti episcopali come Alfredo Taglialatela (1872-1949), Luigi Lala (1872-1919), Vincenzo Cassiodoro Nitti (1871-1957), oppure di pastori valdesi di idee socialiste, come Adolfo Chauvie (1877-1908) e Giuseppe Banchetti (1866-1926), o almeno preoccupati di problemi sociali, come Enrico Meynier (1878-1947). Tutti li ritroveremo sugli altri periodici già ricordati, come Riforma Laica e Bilychnis, o sugli organi denominazionali L’Evangelista e La Luce. Insieme a loro ritroveremo inoltre il pittore Paolo Paschetto (1885-1963), i cui fregi ed incisioni adornano Lumen de Lumine, L’Avanguardia, Fede e Vita e in misura ancora maggiore Bilychnis. Di stirpe valdese, ma battista e fratello di Ludovico, pastore battista, Paolo Paschetto è colui che, col suo Liberty cristiano-simbolista, ha dato il tono – nella veste editoriale – un pò a tutta la pubblicistica evangelica del primo Novecento. Le incisioni di Paolo Paschetto, piene di voli di ali angeliche verso l’Alto e di simbologie, ora paleocristiane ed ora estetizzanti, suonavano liberazione dal retaggio, ormai greve ed uggioso, di una ortodossia letteralistica, per cui gli evangelici italiani avevano tenuto sbarrata la loro porta a qualsiasi lume d’arte visiva, durante tanti anni. Forse non è casuale che questa nuova élite protestante non venisse più dalle aule di Palazzo Salviati, ma da quelle di facoltà universitarie laiche; chi da Legge, come Mastrogiovanni e Meille, avvocati di un certo nome, l’uno a Roma e l’altro a Milano, o come Cesare Gay, chi da Scienze Matematiche e Naturali come Falchi e chi da Lettere come Teodoro Longo: anche se questi nel 1919 prese la licenza teologica a Palazzo Salviati e in seguito vi insegnò egli stesso. La nuova élite evangelica italiana era tutta permeata, in un modo o nell’altro, dello spirito del protestantesimo liberale e quindi in cerca di liberazione, chi aprendosi ai risultati della critica filologica e storica, sulle orme di Harnack e di Paul Sabatier, chi alle prospettive di riforma della società, sulla scorta del Social Gospel anglo-americano e del Christianisme Social francese ed elvetico. Il n. 1 di Fede e Vita si apriva con un articolo di Giovanni Luzzi: Perchè non sono ateo? in polemica con l’ormai obsoleto materialismo positivistico e proseguiva esaltando l’erezione a Ginevra del monumento espiatorio a Serveto e riportando un articolo in merito di Luigi Luzzatti sulla Nuova Antologia del 16 Ottobre 1908. Nell’annata successiva, un numero di Fede e Vita appariva listato a lutto per la fucilazione dell’anarchico Francisco Ferrer in Spagna. Anche in altri numeri continuava intanto il dibattito sul darwinismo e sul rapporto tra scienza e spirito religioso, e questo e quello avevano un suono di liberazione, rispetto al greve conservatorismo vittoriano per un verso e al non meno greve dogmatismo, per un altro, che i positivisti avevano fatto pesare sulla cultura dell’ultimo trentennio dell’Ottocento. Liberazione era pure, per un protestantesimo italiano da tanto tempo immobilizzato sulla breccia di Porta Pia e sui furori della Questione Romana, aprirsi a rapporti con interlocutori cattolici, sulla scorta sia della visione di Giovanni Luzzi di un recupero dell’originaria cristianità, anteriore alle scissioni del secolo XVI, attraverso un approccio modernamente scientifico alla Scrittura, sia del «pancristianesimo» di Ugo Janni’ (Giorgio Spini, Italia Liberale e Protestanti, pag. 322-323).

Ora, di questa nuova élite protestante citata da Spini facevano parte i massoni Ugo Janni, Enrico Meynier, Vincenzo C. Nitti, Alfredo Taglialatela, e Cesare Gay, che ci stavano proprio a loro agio in questa nuova élite perchè gli ideali massonici coincidevano con quelli del protestantesimo liberale che si era schierato apertamente contro il letteralismo biblico. Una coincidenza significativa. D’altronde da uno come Giorgio Spini, che ha svolto una ‘ultradecennale attività a sostegno dell’importanza storica della Libera Muratoria’, questo parlare c’era da aspettarselo. Se dunque Paolo Paschetto faceva parte anche lui di questa nuova élite protestante, certamente anche lui era fatto della stessa pasta lievitata degli altri.

Peraltro voglio che teniate presente che quella che Spini chiama la ‘visione di Giovanni Luzzi di un recupero dell’originaria cristianità’ includeva le seguenti eresie:

1) Non v’è resurrezione dei morti,

2) Un letterale regno millenario di Cristo sulla terra non ci sarà;

3) Gesù Cristo nacque come tutti gli altri uomini;

4) L’uomo discende da esseri inferiori;

5) La nostra esistenza non cominciò quando venimmo al mondo (la preesistenza delle anime);

6) Il terzo capitolo della Genesi è un racconto allegorico;

7) Alla fine Dio salverà tutti nel suo amore (universalismo);

8) La preghiera per i defunti.

Queste cose infatti facevano parte della cosiddetta visione di Giovanni Luzzi, così come la presenta nel suo libro La religione cristiana secondo la sua fonte originaria.

In merito al ‘pancristianesimo’ di Ugo Janni, non era altro che l’ecumenismo cioè l’unione di tutti i Cristiani, di cui Janni era un paladino. In merito a Janni, però, bisogna anche dire che lui insegnava anche la reincarnazione. Praticamente Janni insegnava che un Cristiano dopo morto si andava a reincarnare per continuare a vivere sulla terra e portare a termine il processo della santificazione cioè quel processo che ha come fine quello di raggiungere la perfezione, iniziato con la nuova nascita, per cui la reincarnazione è utile a questo fine perchè fornisce al cristiano molto più tempo di quanto gliene conceda solo un’esistenza sulla terra per svilupparsi fino a raggiungere la perfezione (cfr. Ugo Janni, Ultra: Problemi relativi alla finalità del creato ed alla nostra vita dopo la morte, Modena, 1935, pag. 318-334)!!

Ecco questi due campioni del protestantesimo liberale quali eresie insegnavano!

La collaborazione con la rivista Conscientia, avente anch’essa uno spirito ‘massonico’

Paolo Paschetto collaborò anche con la rivista Conscientia (1922-1927), diretta da Giuseppe Gangale (1898-1978) a partire dal giugno 1924. Appartenente ad una Chiesa Battista, Gangale era un massone (aderì alla Massoneria nel gennaio del 1923, e diventò maestro della Loggia ‘Tommaso Campanella’ di Catanzaro) e fu quello che coniò il termine ‘Massonevangelismo’ per indicare quella doppia militanza, in una Chiesa evangelica e nella massoneria, che caratterizzava così tanti personaggi di primo piano delle Chiese Evangeliche del suo tempo.

Paschetto illustrò le pagine di ‘Conscientia’ con fregi e testate (cfr. Giorgio Spini, Italia di Mussolini e Protestanti, pag. 91; Demofonti Laura, La riforma nell’Italia del primo Novecento. Gruppi e riviste di ispirazione evangelica, pag. 152-153), fino a quando nel 1927 essa fu chiusa dal governo fascista perchè con il tempo era diventata ormai una rivista politica che combatteva il fascismo e Benito Mussolini quindi la fece chiudere.

Con la rivista ‘Coscientia’, collaborarono tra gli altri, il pastore valdese Ugo Janni (1865-1938), massone (cfr. Augusto Comba, Valdesi e Massoneria, pag. 48); il valdese Cesare Gay (1892-1970), segretario nazionale della Federazione studenti per la cultura religiosa, che era oltre che profondamente ecumenico anche massone (cfr. Augusto Comba, Valdesi e Massoneria, pag. 48,140); il socialista Lelio Basso (1903-1978), anche lui massone (cfr. Erasmo, Anno VI – Numero 1-2, 15-31 gennaio – 2005, pag. 12); e il filologo meridionalista Tommaso Fiore (1884-1973), che era maestro massone (cfr. Gnocchini Vittorio, L’ Italia dei liberi muratori. Brevi biografie di massoni famosi, Editore Mimesis, 2005, pag. 123); il filosofo socialista Alfredo Poggi (1881 – 1974) che al XIV Congresso di Ancona del Partito Socialista (aprile 1914) si era scontrato con Benito Mussolini sulla incompatibilità fra Socialismo e Massoneria sostenuta da Mussolini, sostenendo invece che si poteva essere socialisti e massoni: ‘Il Partito non può adombrarsi di una associazione che ha lo scopo di tendere al perfezionamento morale, intellettuale e materiale dell’uomo. Non si deve dimenticare che la Massoneria che fu in passato rifugio di tutti gli spiriti insoddisfatti, è oggi una associazione di studio, che si occupa di problemi filosofici e morali. Essa tende ad educare un uomo libero da ogni suggestione esterna, libero nella religione, libero nella morale, nella politica. Perciò combatte ogni tirannia politica e religiosa e aspira a una società nuova, ove l’uomo, liberatosi da ogni pregiudizio di classe, di religione, di patria, possa vivere degnamente da uomo’; e l’esoterista Julius Evola (1898-1974), che era anche lui un massone, il quale pubblicherà alcune cronache filosofiche (cfr. Davide Dalmas e Anna Strumia, Una resistenza spirituale ‘Conscientia’ 1922-1927, Claudiana Editrice 2000, pag. 92).

Che questa rivista protestante fosse influenzata da uno spirito massonico, è confermato dalla seguente scritta apposta al titolo: ‘E’ diretto a tutti coloro che ritengono l’avvenire di Italia strettamente connesso con la sua rinascita spirituale. Si propone di rievocare le tradizioni italiane di Riforma religiosa per trarne motivi attuali di rinnovamento’. Infatti l’espressione ‘rinascita spirituale’ andava bene sia per i Protestanti che per i Massoni, i quali parlano anch’essi di rinascita spirituale, ma intesa in un senso completamento diverso da come lo intende la Bibbia, e poi in quella scritta era evocato il patriottismo così caro ai massoni, infatti si parla dell’avvenire della nazione Italia. Anche la rievocazione delle tradizioni italiane di riforma religiosa, andava bene anche per i massoni, perchè vedevano in esse comunque una presa di distanza dal cattolicesimo romano ed anche la possibilità di rinnovamento per la nazione Italia, nel senso di affrancamento dalla prepotenza del papato.

Non sorprende dunque sapere che una parte dei suoi cinquemila lettori era costituita da aderenti alla massoneria o ad associazioni ad essa collegate. Ecco perchè c’erano spesso dei rimandi ad una rivista di Aosta che si chiamava «Mont-Blanc» fondata e diretta da Edouard Duc, valdese e massone.

Addirittura, nel 1924 su ‘Conscientia’ fu recensito il testo Filosofia della Massoneria di Fichte. La recensione fu fatta da Arnaldo Belluigi, il quale affermò che lo scopo della massoneria, in quanto società particolare, può essere dedotto soltanto ‘dallo scopo finale dell’Uomo’, ossia può ‘essere soltanto quello di risollevar a coltura umana universale l’unilateralità delle classi sociali’, mediante l’educazione all’amor di patria ed al sentimento cosmopolitico, tra loro non in contrasto’ (cfr. Davide Dalmas e Anna Strumia, Una resistenza spirituale ‘Conscientia’ 1922-1927, pag. 33).

E poi nel febbraio 1925 fu recensito il libro La Franc-maçonnerie (La Massoneria) di Joseph De Maistre (1753 – 1821), un eminente membro della Massoneria.

Per non parlare poi del fatto che su ‘Conscientia’ il 10 Marzo 1922 apparve un articolo dedicato al ‘massone’ Giuseppe Mazzini, dal titolo ‘Mazzini anima religiosa’, in cui il Mazzini viene chiamato ‘meteora luminosa’ e alla fine viene fatto passare per un credente in quanto vengono riportate le sue ultime parole prima di spirare, e cioè «Se credo in Dio? Certo che credo in Dio!», quando in realtà Mazzini non era affatto un credente, in quanto egli stesso ebbe ad affermare: ”Non sono Cristiano; non credo alla religione cristiana, alla divinità di Cristo, al dogma della caduta, ecc., credo alla morale del Cristo, ma credo che essa sia insufficiente all’adempimento dei destini sociali dell’umanità’ (Lettres intimes de Mazzini [Lettere intime di Mazzini], pubblicate da D. Melegari, Parigi 1895, pag. 57),

E poi, a conferma dell’ispirazione massonica di questa rivista, c’è questo fatto che risale a Gennaio 1925 (in piena persecuzione fascista quindi, contro la rivista Coscientia che ormai era diventata una rivista politica antifascista e quindi in avversione a Benito Mussolini) quando Gangale scrisse a «Il Turbine» di Caserta, che era un giornale di evidente impronta esoterico-massonica, affinchè pubblicasse una sua lettera dalla quale si desume che i lettori dei due periodici in qualche misura coincidevano.

Ecco la lettera di Gangale: ‘Egregio direttore, con ordine prefettizio del 4 Gennaio è stata sequestrata la prima edizione di «Conscientia» rivista settimanale di cultura religiosa e politica, e, con successivo ordine del 6 gennaio, ne è stata sequestrata anche la seconda edizione riveduta e corretta. Messo così nell’impossibilità di far avere per questa settimana al pubblico il giornale o almeno di comunicare direttamente le ragioni della mancata pubblicazione di quel primo numero, partecipo, a mezzo del suo diffuso giornale, ai lettori e agli abbonati, la notizia del sequestro. Giuseppe Gangale’. Questa lettera fu pubblicata su Il Turbine il 10 Gennaio 1925 (cfr. Davide Dalmas e Anna Strumia, Una resistenza spirituale ‘Conscientia’ 1922-1927, pag. 32).

Ma andiamo avanti, perchè c’è qualcosa d’altro da dire sul massone Giuseppe Gangale, direttore di ‘Conscientia’, che mostra come fosse permeato da uno spirito massonico. Il 22 agosto 1925 pubblicò un articolo su ‘Conscientia’ dal titolo ‘Annotazione’ in cui fece delle sconcertanti affermazioni su Gesù Cristo.

Ecco questo suo articolo: ‘Gli intellettuali, cioè coloro i quali vivono, pensano, parlano, discutono su basi di concetti anziché di miti, sentono, di solito, profonda difficoltà per la comprensione di Cristo e per l’inquadramento di esso nel loro sistema mentale. La loro religiosità che c’è, spesso, ed è, spesso, profonda e severa non riesce ad assorbire il Cristo. Chi osservi attentamente il fenomeno e la difficoltà si accorge che la causa di ciò è in una figurazione tradizionale del Cristo. E’ la concezione di questo come persona soprattutto fisica, materiale che dà l’impressione di essere inassimilabile al mondo spirituale e ideale degli intellettuali. Ora è tempo di accorgerci che si tratta di una storta visione procurata, alimentata, tramandata sia dal cattolicesimo – a causa del suo iconismo artistico – sia dal protestantesimo popolare portato, dalla accentuazione dei motivi fideistici verso la persona di Cristo, a confondere persona fisica con persona morale. Il Cristo storico infatti fu persona fisica in un modo così ridotto al minimo necessario che chi legga gli Evangeli ne è stupefatto. La sua vita brevissima è di una squallida monotonia e sfuma ad ogni momento nell’indeterminato: egli non scrive nulla; non parla mai di sè se non per affermare la sua indeterminatezza, la sua divinità; si può dire quasi che la sua vita e la sua gloria cominci veramente dalla sua morte fisica e che sia nato fisicamente, solo per negare fisicamente sè morendo sul Calvario. Il vero Cristo così mostra essere non la persona fisica e fenomenica, ma l’idea che quella incorporò e che dal suo corpo spezzato si riversò nel mondo per redimerlo nell’autocoscienza di sè. A quell’idea il corpo fisico, gli atti, le contingenze di Cristo obbediscono con una precisione ed una sobrietà maravigliosa; sicchè vedere dei cristiani seguaci della religione dello spirito e nemici cioè delle religioni dell’oggetto, adorare il servo anzichè il padrone, lo strumento anzichè il fine, se non fosse un tragico segno della irremediabile tendenza umana all’antropomorfismo idolatra, dovrebbe far sorridere di compatimento’.

E questo sarebbe il parlare di un Cristiano? A me pare il parlare di uno gnostico. Ma come fa innanzi tutto un discepolo di Cristo a dire che la vita di Gesù Cristo fu ‘di una squallida monotonia’? E poi, che cos’è questa distinzione tra il Cristo storico, ossia Cristo persona fisica, e il vero Cristo che non è – secondo Gangale – la persona fisica ma l’idea che quella persona incorporò e che dal suo corpo spezzato si riversò nel mondo per redimerlo nell’autocoscienza di sè? Se ho capito bene, non è Cristo quale persona fisica quindi, ma l’idea incorporata in Cristo, a salvare il mondo, e lo fa nell’autocoscienza di sè!

Ma questo parlare, ripeto, non è il parlare di un Cristiano, ma di qualcuno che non conosce Cristo. Ed infine, che significa che Gesù è nato fisicamente, solo per negare fisicamente sè morendo sul Calvario? D’altronde, Giuseppe Gangale era massone, mai dimenticarselo questo, e la massoneria non proclama il Cristo di cui parla la Bibbia, ma un altro Cristo. E se si considera che lui questo articolo lo scrisse anche per i suoi numerosi ‘fratelli’ massoni che leggevano ‘Conscientia’, si capisce tutto. Vergognoso.

Ma questo Gangale era veramente uno che si abbandonava a tanti altri vani ragionamenti, come quando biasimava la Chiesa primitiva per non essersi data alla politica: ‘Il primitivo cristianesimo non seppe comprendere il senso attivistico di se stesso. Esso si chiuse in un eroismo di difesa che non passò mai all’offesa e alla conquista; e l’interpretazione del «date a Cesare» evangelico come imperativo di separazione tra politica e religione, tra questo e l’altro mondo, tra Impero e Chiesa, fu la codificazione dell’irrigidimento difensivo del Cristianesimo’ (‘Itinerario del cristianesimo’ in Conscientia, il 28 Marzo 1925), e incitava le Chiese a darsi alla politica: ‘Il protestantesimo per affermarsi deve diventare patrimonio di masse. Le masse in Italia più evolute, più autonome e quindi più preparate sono le masse organizzate politicamente. Le altre sono amorfe. Qui ritorna il problema di una cultura protestante. Solo una cultura protestante piena ed integrale che si interessi cioè anche di problemi politici ed economici può aspirare a transustanziarsi sulle masse’ (‘Aspetti del protestantesimo’, in Conscientia, il 19 aprile 1924), e in questo suo incitamento tirava fuori i principi massonici: ‘In verità, finora Stato democratico e spirito di riforma, pur battendo la stessa strada, non hanno curato d’incontrarsi; quello si appellava al trinomio della rivoluzione francese disinteressandosi della religione, questo esauriva la rivoluzione etica dell’Evangelo nei catechismi domenicali, mostrando un sacro orrore della politica e l’uno e l’altro non s’accorgevano che le parole di libertà, di fratellanza, d’uguaglianza si trovavano così sulle porte dei templj massonici, come nell’Evangelo’ (‘Le vie per una Riforma’ in Conscientia, il 21 Ottobre 1922).

Queste sue ultime parole ritengo spiegano la sua adesione alla massoneria, e il termine ‘massonevangelismo’ da lui creato. Questo Gangale era veramente pericoloso per la Chiesa!

Ora, il disegno sulla copertina di Conscientia era di Paschetto, ed era questo.

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Osservandolo bene si noterà che esso rimanda anche a dei simboli massonici. Infatti il martello rappresenta nel Rito Scozzese ed accettato il lavoro fatto dall’Apprendista che deve dare i primi colpi sulla pietra grezza per sgrossarla, mentre il fuoco che arde privo di vita propria con le fiamme protese verso l’alto indica ‘il movimento verso una realtà sovrastante il piano della storia’ che i massoni chiamano ‘Il Grande Architetto dell’Universo’. Poi ci sono anche qui delle ali, che sono poste in un vorticare apparentemente disordinato, e che esprimono il palpitare della vita interiore, e che nella Massoneria mostrano i palpiti interni che il massone sperimenta in questo suo cammino alla ricerca della luce e della verità.

L’articolo ‘Annotazione’ di Giuseppe Gangale

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Amico di un pastore valdese massone

Paolo Paschetto era amico di un pastore valdese massone, un certo Arturo Mingardi (1877-1942), ex teologo cattolico modernista che, divenuto pastore valdese fu responsabile della Chiesa di Riesi dal 1918 al 1930 (www.riesi.com/ cfr. Augusto Comba, Valdesi e Massoneria, pag. 48; Giorgio Spini, Italia Liberale e protestanti, pag. 290). La conferma di questa amicizia è in queste parole di Filippo Scroppo (1910-1993), nipote di Arturo Mingardi: ‘Non potevano che giungermi provvidenziali i suggerimenti soprattutto disegnativi di Paolo Paschetto, che lo zio Arturo Mingardi pastore della Chiesa Evangelica di Riesi, che saliva regolarmente a Torre Pellice per l’annuale sinodo della Chiesa Valdese, dopo essersi incontrato con lui, al suo rientro in sede, mi trasmetteva puntualmente’ (Da una sua presentazione contenuta in Paolo Paschetto. 1885-1963, XXXV Mostra d’Arte Contemporanea, a cura del Collegio Valdese di Torre Pellice, Società di Studi Valdesi, agosto/settembre 1985, pag. 9)

Amico di un pittore massone

Paolo Paschetto era amico di Adolfo De Carolis. Questo è quello che afferma Mila Pistoi nel parlare dello stile artistico di Paolo Paschetto: ‘Nella successiva elaborazione delle tematiche formali si fa strada un’impostazione lineare più geometrizzata, talora sottolineata da una certa qual enfasi di sentimenti che ben poteva venire dagli scambi e dalle amicizie con Adolfo De Carolis e Duilio Cambellotti, ma che, soprattutto, è frutto della personale sintassi compositiva e di una cultura attenta alle novità del momento. Infatti, dopo l’esposizione parigina dell’Art Déco del 1925, mentre a Torino le finezze dell’impostazione ambientale si precisano con l’opera di Sartorio per il teatro Gualino, l’ambito romano esprime, assieme all’interesse estetico per l’oggetto e l’arredo, le volontà puriste dell’architettura’ (Mila Pistoi, La decorazione: e gli aspetti dimenticati della produzione di Paolo Paschetto, in Paolo Paschetto. 1885-1963, XXXV Mostra d’Arte Contemporanea, a cura del Collegio Valdese di Torre Pellice, Società di Studi Valdesi, agosto/settembre 1985, pag. 38); come anche Francesco Franco quando dice: ‘A Roma particolare rilievo assume la figura di Adolfo De Carolis. Già si è accennato che fra i Paschetto e i De Carolis intercorrono legami di amicizia; le due famiglie abitano nel medesimo palazzo’ (Francesco Franco, La grafica: appunti sull’opera, in Paolo Paschetto. 1885-1963, XXXV Mostra d’Arte Contemporanea, a cura del Collegio Valdese di Torre Pellice, Società di Studi Valdesi, agosto/settembre 1985, pag. 52).

Adolfo De Carolis, anche noto come Adolfo de Karolis (1874-1928), è stato un pittore, incisore, illustratore, xilografo e fotografo italiano, che collaborò con grandi letterati, illustrando con disegni e xilografie opere di Gabriele D’Annunzio e di Giovanni Pascoli, che erano ambedue massoni.

Ora, anche Adolfo De Carolis era un massone, infatti in un articolo sulla rivista massonica ‘Erasmo’ che riguarda Roberto Mandel, poeta sufi e amico di Gabriele D’Annunzio, il figlio di Mandel afferma: ‘Mi chiamo come D’Annunzio perché mio padre lo scelse come mio padrino di battesimo”. …. “Mentre per mio padre il tramite fu Badoglio, D’Annunzio giunse alla Massoneria per altre vie cui non era estraneo Adolfo De Carolis”, ovvero il pittore liberty autore di molte xilografie che illustrano i romanzi di D’Annunzio’ (Anno X – Numero 11-12, 15 – 30 giugno 2009, pag. 28). In una nota del redattore presente in ’1957-1959 Quaderno articoli e poesie ROBERTO MANDEL’ si legge’: ‘Il forte legame di amicizia con Gabriele D’Annunzio non fu dovuto solo all’aver condiviso inizialmente gli ideali del fascismo con la marcia di Ronchi e la impresa di Fiume ma per la comune passione per la poesia e per l’ideale massonico di elevazione individuale e della società. Roberto Mandel entrò nella massoneria attraverso il generale Badoglio ed ebbe come riferimento a Napoli la loggia del Grande Oriente d’Italia mentre D’Annunzio attraverso il poeta Adolfo De Carolis’.

Amante della musica del massone Felix Mendelssohn

Paolo Paschetto, in base alla testimonianza di Francesco Franco, era amante della musica del compositore massone Felix Mendelssohn: ‘E più e meglio ancora mi pare oggi di potermi avvicinare alla Sua figura, dopo aver appreso, in un rinnovato felice incontro, dalla voce del nipote Enrico – un tempo Suo allievo e tuttora pittore – un dato illuminante, fra altre annotazioni, sulla personalità del Maestro: l’amore per la musica, in particolare per due autori, Felix Mendelssohn e Edvard Grieg. Del primo, apprezzava la raffinata classicheggiante eleganza manifestata in armonie serene, in una soprattutto, fra le più complesse delle ‘Romanze senza parole’, amando ritrovarsi e suonare, l’op. n° 30, ‘Canto di primavera’. (Francesco Franco, La grafica: appunti sull’opera, in Paolo Paschetto. 1885-1963, XXXV Mostra d’Arte Contemporanea, a cura del Collegio Valdese di Torre Pellice, Società di Studi Valdesi, agosto/settembre 1985, pag. 48).

Che Felix Mendelssohn era un massone lo si trova in diversi elenchi di famosi massoni presenti su siti massonici, come per esempio su quello del Grande Oriente d’Italia della Lombardia a questa pagina http://www.goilombardia.it/personaggi_illustri.php, e soprattutto sul sito ‘The music of Freemasonry’ (La musica della Massoneria) a questa pagina http://www.masonmusic.org/composers.html

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Non amante della teologia, ma difensore dello spiritista e massone Fogazzaro

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‘In uno scritto giovanile …. a difesa de ‘Il Santo’ di Fogazzaro, Paolo Paschetto riporta la seguente confessione di Giovanni Selva, il ‘maestro’ di Maironi: ‘Dubito di me …. Dubito di essere puramente un intellettuale e di esagerarmi l’importanza, davanti a Dio, delle mie idee…’; e in prima persona commenta: ‘La teologia, quella dei teologi, con quei sistemi più o meno astratti ed astrusi, in cui molto abitano beati e che, secondo ciò che anche si predica, non possono essere compresi se non da certi credenti avvezzi ad un certo acrobatismo mentale e ad un certo trascendentalismo ‘spirituale’ (?), io, confesso, non l’ho mai compresa e non l’ho mai potuta amare!’ (Giuseppe Mantovani, ‘Religio rerum’, in Paolo Paschetto. 1885-1963, XXXV Mostra d’Arte Contemporanea, a cura del Collegio Valdese di Torre Pellice, Società di Studi Valdesi, agosto/settembre 1985, pag. 79).

Antonio Fogazzaro (1842-1911), l’autore de ‘Il Santo’ (1905), era uno zelante spiritista infatti lui stesso ebbe a dire: ‘Io fui sempre uno spiritualista ardente ed ebbi da fanciullo in poi una forte inclinazione al misticismo: ne appaiono tracce, credo, in tutto quello che ho pubblicato. È quindi naturale che io non abbia riso mai delle credenze spiritiche. Esse non contraddicevano in sostanza alla mia fede religiosa e rispondono alle intime tendenze dell’animo mio. Vi ero dunque disposto a priori e ne pigliai avidamente conoscenza per mezzo di un amico mio che vi aderiva egli pure per via di ragionamento, senz’averne fatta esperienza personale. Lessi parecchie pubblicazioni spiritiste e sono tutt’ora associato al giornale Psychischen Studien di Lipsia […] Le notizie ch’io tengo dello spiritismo mi persuadono che non tutto è illusione ed inganno e che seguono veramente molti fatti inesplicabili con le leggi naturali a noi note’ (Stefano Bertani, L’ascensione della modernità: Antonio Fogazzaro tra santità ed evoluzionismo, Editore Rubbettino, 2006, pag. 124). Fogazzaro infatti è stato presidente onorario della Società di Studi psichici di Milano, in cui si pratica lo spiritismo (cfr. Stefano Beverini e Daniela Nacucchi, Il mondo dello spiritismo, Edizioni Mediterranee, 1991, pag. 48-49; si legga Stefano Bertani, L’ascensione della modernità: Antonio Fogazzaro tra santità ed evoluzionismo, pag. 120-130 per capire il forte legame tra Fogazzaro e lo spiritismo). In merito al suo romanzo ‘Il Santo’ – avente come protagonista un religioso, che si chiama Benedetto (un certo Piero Maironi che si fa chiamare Benedetto), venerato come un santo dai suoi fedeli, che intendeva convincere lo stesso Papa della necessità di una radicale riforma della Chiesa Romana anche aprendosi al modernismo [come ha detto uno studioso cattolico romano: ‘Egli propugna un cattolicesimo svecchiato e progressista, la purificazione della Fede, la quale si trova nel sottosuolo profondo (esoterismo) della Chiesa, nella quale il Papa e la gerarchia restano alla superficie (essoterismo) delle acque stagnanti, immobili (immutabilità del dogma) e putride, mentre i laici illuminati (gnostici) attingono acqua fresca e corrente (evoluzione eterogenea del dogma) in profondità (occultismo) – http://www.sisinono.org/anteprime-2009/108-anno-xxxv-n-13%5D – messo all’indice dalla Chiesa Cattolica Romana, ci sono dei chiari riferimenti allo spiritismo. Come per esempio questo che mi pare quello più significativo: ‘Anche la duchessa volle parlare a Benedetto [n.d.e. ‘Il Santo]. Portò con sè compagni e compagne. Non più giovine ma galante ancora, mezzo superstiziosa e mezzo scettica, egoista e non senza cuore, voleva bene alla figliuola tisica di un suo vecchio cocchiere. Udito parlare del Santo di Jenne e dei suoi miracoli, aveva combinata la gita, un pò per divertimento, un pò per curiosità, per vedere se fosse il caso di far venire il Santo a Roma o di mandargli la ragazza. Cugina di un cardinale, aveva conosciuto presso di lui uno dei preti che villeggiavano a Jenne. Ora colui, incontratala, le aveva già parlato a modo suo del Santo e annunciato il crollo della sua riputazione. Però siccome la duchessa non si fidava di nessun prete ed era curiosa di conoscere un uomo cui si attribuiva un passato romanzesco, e la stessa curiosità avevano i suoi compagni, una compagna in particolare, si risolse di avvicinarlo a ogni modo. Era venuta con lei una vecchia nobildonna inglese, famosa per la sua ricchezza, per le sue toilettes bizzarre, per il suo misticismo teosofico e cristiano, innamorata metafisicamente del Papa e anche della duchessa che ne rideva con i suoi amici. I quali amici, nel vedere Benedetto in quell’arnese, si scambiarono occhiate e sorrisi che per poco non diventarono sghignazzamenti quando la vecchia inglese, prevenendo tutti, prese la parola. Disse, in un cattivo francese, che sapeva di parlare a una persona colta: che lei, con amici e amiche di ogni nazione, lavorava per riunire tutte le Chiese cristiane sotto il Papa, riformando il cattolicismo in alcune parti troppo assurde che nessuno nel suo cuore credeva più buone a niente, come il celibato ecclesiastico e il dogma dell’inferno; che avevano bisogno, per fare questo, di un Santo; che questo Santo sarebbe lui perchè uno spirito – ella non era spiritista ma un’amica sua lo era – anzi proprio lo spirito della contessa Blawatzky aveva rivelato questo; ch’era perciò necessaria la sua venuta a Roma e che a Roma egli avrebbe potuto con i suoi doni di santità rendere servigio anche alla duchessa di Civitella, ivi presente. Finì il suo discorso così: «Nous vous attendons absolument, monsieur! Quittez ce vilain trou! Quittez-le bientôt! Bientôt!» Benedetto, girato rapidamente lo sguardo severo per la cerchia delle facce sardoniche o stolide, dall’occhialetto della duchessa alla caramella del giornalista, rispose: «A l’instant, madame!» E uscì della camera’ (Antonio Fogazzaro, Il Santo, versione Kindle, posizione 2527-2561). Ora, la signora Helena Petrovna Hahn (anche Hélène), meglio nota come Helena Blavatsky o Madame Blavatsky (1831-1891) – che viene menzionata in questo libro – è stata una spiritista e occultista, ed è molto conosciuta negli ambienti spiritisti e di magia di tutto il mondo. Era una donna malvagia, una figlia del diavolo, che fondò la Società Teosofica. Tra i suoi libri più celebri troviamo Iside svelata (Isis Unveiled) e La dottrina segreta (The Secret Doctrine), pieni di eresie di perdizione. Affinchè vi rendiate conto di chi fosse questa signora, basti questa citazione tratta da uno dei suoi noti libri di occulto: « (…) Satana, o il Dragone Rosso Infuocato, il “Signore del Fosforo” e Lucifero, o “Portatore di Luce”, è in noi: è la nostra Mente, il nostro Tentatore e Redentore, il nostro Liberatore intelligente e Salvatore dal puro animalismo» (La dottrina segreta, vol. II, p. 513).

Questa figlia e adoratrice del diavolo, tramite la sua teosofia ha influenzato tanti uomini, tra cui tanti massoni in mezzo ai quali la teosofia è ben accetta, non solo perchè è formata da dottrine occulte ed esoteriche, ma anche perchè essa nega che Gesù è il Cristo e si propone di fondere assieme tutte le religioni e costruire una grande fratellanza umana su tutta la terra esattamente come la Massoneria. Ecco perchè su un sito massonico troviamo l’elogio della Società Teosofica espresso in questi termini: ‘La Società Teosofica è un’organizzazione antidogmatica che raccoglie studiosi e ricercatori delle Verità dell’Esistenza per mezzo dello studio e dell’esperienza personale. Tre sono gli scopi principali: Fratellanza Universale dell’Umanità senza alcuna distinzione; studio comparato delle fedi, delle filosofie e delle scienze; ricerca dei poteri latenti dell’individuo. La Teosofia si diffuse nel mondo soprattutto nella seconda metà dell’800 ed in Italia anche grazie ad una certa comunanza d’ideali con le correnti democratiche mazziniane e garibaldine. Ricordiamo che Helena Petrovna Blavatsky partecipò attivamente alla battaglia di Mentana a fianco del Generale Garibaldi nel 1867 ove fu gravemente ferita e si dice che fu iniziata alla Massoneria proprio dallo stesso Generale, Gran Maestro dell’Umanità. Conobbe inoltre Giuseppe Mazzini che incontrò a Londra collaborando alle sue iniziative e contribuendo a far erigere un monumento in suo ricordo al Central Park a New York. Fra i Teosofi famosi ricordiamo l’inventore Thomas A. Edison e l’insegnante italiana Maria Montessori. ….. (http://massoneria.wordpress.com/). Ora, alla luce di tutto ciò, dunque, leggere che Paolo Paschetto prese le difese de ‘Il Santo’ di Fogazzaro, non solo riempie di profonda indignazione, ma fa sorgere tante legittime domande. Come può un ‘evangelico’ levarsi in difesa di un tale libro dove l’autore appoggia lo spiritismo? Come fa un ‘evangelico’ a difendere un libro dove viene detto sostanzialmente che bisogna eliminare dal Cristianesimo ‘alcune parti troppo assurde che nessuno nel suo cuore crede più buone a niente’ tra cui la dottrina biblica dell’inferno – ma di dottrine bibliche che la Teosofia vorrebbe eliminare ce ne sono altre – perchè questo poi è il proposito della teosofia che attinge dalla Massoneria? Evidentemente Paolo Paschetto aveva in avversione diverse dottrine bibliche, e questo infatti è confermato da queste sue parole: ‘La teologia, quella dei teologi, con quei sistemi più o meno astratti ed astrusi, in cui molto abitano beati e che, secondo ciò che anche si predica, non possono essere compresi se non da certi credenti avvezzi ad un certo acrobatismo mentale e ad un certo trascendentalismo ‘spirituale’ (?), io, confesso, non l’ho mai compresa e non l’ho mai potuta amare!’ Queste sue strane parole dunque, nascondono una sua avversione verso delle dottrine bibliche, un pò come le parole dei massoni che in fin dei conti contestano ogni forma di dogmatismo del Cristianesimo. D’altronde, voglio far presente che Paschetto non si trasse indietro dal fare un ritratto di Gesù, come anche dal disegnare una donna con il seno scoperto e con la statua della dea minerva in mano, come si può vedere in questa foto (ho oscurato anche qui il seno della figura femminile), per cui è evidente che lui non era per nulla attaccato alla fedel Parola di Dio.

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Ma su Antonio Fogazzaro c’è da dire anche che pare che fosse massone. Infatti nel libro Il mondo dello spiritismo a cura di Stefano Beverini e Daniela Nacucchi, viene detto di lui: ‘Secondo il parere di M. Baronci – che in suo favore cita E. Barbier – il collegamento del Fogazzaro con il cattolicesimo modernista trova la sua spiegazione nel fatto che lo scrittore sarebbe stato addirittura un esponente della massoneria’ (Stefano Beverini e Daniela Nacucchi, Il mondo dello spiritismo, Edizioni Mediterranee, 1991, pag. 51-52). Quindi, ancora una volta dobbiamo riscontrare una coincidenza significativa.

Appartenente alle ACDG, avente legami ed ideali massonici

Paolo Paschetto risulta (da dei fogli dattiloscritti conservati presso l’Archivio della Tavola Valdese a Torre Pellice) essere nell’elenco dei componenti il comitato organizzatore del Congresso Nazionale degli Evangelici Italiani del 1920, in quanto appartenente alle A.C.D.G. (Associazioni Cristiane Dei Giovani), che erano legate alla YMCA che aveva stretti rapporti con la massoneria. Ecco infatti cosa si legge sul sito della Chiesa Evangelica Valdese di Pinerolo in merito al massone Cesare Gay che fu segretario delle ACDG: ‘Cesare Gay fu molto legato all’altra grande figura del modernismo, Ernesto Buonaiuti; questi, cacciato dalla chiesa cattolica per le sue posizioni teologiche e dall’università italiana per aver rifiutato il giuramento di fedeltà al fascismo, fu a lungo ospite proprio di casa Gay a Pinerolo. In un periodo di scarso o nullo ecumenismo con la chiesa cattolica ufficiale, e di diffidenza verso i cattolici dissidenti, la nostra città si trovò quindi testimone dell’attività del “pellegrino di Roma”, come viene chiamato Buonaiuti dal titolo di una sua celebre opera. Di segno ecumenico in tempi difficili fu anche un altro rilevante aspetto dell’attività di Cesare Gay: il ruolo di segretario nazionale delle Associazioni Cristiane Dei Giovani (ACDG), legate all’internazionale YMCA, a sua volta in stretti rapporti con la massoneria’ (http://www.pinerolovaldese.org/).

Sul legame tra le ACDG e la YMCA (Young Men’s Christian Association) e sul carattere massonico della YMCA ecco cosa scriveva il periodico «Les Nouvelles religiones» di Parigi in un articolo dal titolo «L’effort protestant à Rome et en Italie» del 1 settembre 1917. «L’Associazione Cristiana dei Giovani è la branchia italiana della Young Men’s Christian Association vasta federazione protestante internazionale dei Circoli della Gioventù, che conta all’incirca 8500 associazioni particolari e quasi un milione di membri sparsi attraverso i due emisferi, specialmente in Inghilterra, negli Stati Uniti e nelle Indie. La sua insegna è un triangolo rovesciato in cui sono scritte le iniziali YMCA. La YMCA dispone di fondi considerevolissimi. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra essa raccolse in poche settimane cinquanta milioni di dollari per le opere che si proponeva di fondare a favore dei soldati sia in America, sia in campi di battaglia di Europa. Gode dell’appoggio di personaggi influentissimi per lo più protestanti e massoni’. Il Santo Uffizio del Papato in quel tempo mise in guardia dalla YMCA perchè la riteneva una associazione anti-cattolica fondamentalmente massonica, e la condannò nel 1920. La YMCA veniva catalogata come ‘massoneria bianca’ perchè promuoveva gli ideali massonici. A conferma dello stretto legame che in quegli anni c’era tra la YMCA e la Massoneria, c’è un chiaro riferimento nell’Encyclopedia of Freemasonry (Volume 2), scritta da Albert Gallatin Mackey e H. L. Haywood a pag. 648 (vedi la foto qua sotto – leggi la parte dedicata specificatamente alla YMCA nel capitolo ‘Il piano dei Massoni/Illuminati: distruggere il Cristianesimo per mezzo delle Chiese evangeliche’ dove ci sono altre prove dei legami tra la YMCA e la Massoneria).

ymca-massoneria

E poi si consideri che il capitolo di Ginevra della YMCA fu fondato nel 1852 dal massone Jean Henri Dunant (1828-1910), fondatore anche della Croce Rossa. A conferma della collusione tra le ACDG e la Massoneria c’è poi questa notizia: ‘Il prefetto di Torino, in data 29 dicembre 1930, scriveva al ministero dell’Interno per comunicare che dall’Ufficio provinciale di investigazione politica di Napoli era pervenuta la seguente informazione confidenziale: «Il 1° novembre ebbe luogo a Torre Pellice il Convegno annuale del gruppo piemontese dei protestanti per la propaganda pan-cristiana: erano presenti anche i rappresentanti delle ACDG. (…) Si consideri come questi potenti gruppi evangelici, costituiti e capeggiati da massoni giustiniani, tentano penetrare nel cuore della cultura italiana, capovolgendo i termini dello spirito Latino e delle scuole di Stato e sviluppando programmi di puro stampo anglo-sassone’ (ACS, Serie PS, Div. AGR, Cat. G1, b. 194)’ (Cinzia Rognoni Vercelli, Mario Alberto Rollier un valdese federalista, Edizioni universitarie Jaca, 1991, pag. 53).

Le A.C.D.G erano impregnate di teologia liberal-protestante, e avevano un carattere interdenominazionale, ma il loro scopo era andare oltre l’interdenominazionalismo, in quanto erano per un ecumenismo interconfessionale, proprio ciò che è nell’agenda della massoneria dunque. Non meraviglia dunque sapere che il Congresso Nazionale degli Evangelici Italiani del 1920 fu ‘l’attuazione di un progetto maturato soprattutto nell’A.C.D.G.’ (Giorgio Spini, Italia Liberale e Protestanti, pag. 360), e che uno dei suoi segretari nazionale fu il massone Cesare Gay (1892-1970) che era un forte sostenitore del massone Ugo Janni.

Come potete vedere, Paolo Paschetto lo ritroviamo spesso o con massoni o in mezzo ad ambienti massonici o che promuovono ideali massonici.

Lo stemma delle ADI rimanda alla simbologia massonica

Infine veniamo allo stemma delle ADI, che come abbiamo visto è opera di Paolo Paschetto, perchè esso rimanda a degli elementi simbolici massonici. Infatti ha una forma che assomiglia all’Arco Reale, che è un simbolo presente nella Massoneria, tanto che esiste il Supremo Ordine del Sacro Arco Reale.

Ora qui di seguito vi metto un arco reale con all’interno ‘il volume sacro della legge’ preso da un sito massonico, (nella seconda foto ho ingrandito il libro al suo interno affinché lo vediate meglio) con a fianco lo stemma delle ADI, affinchè possiate da voi stessi constatarne la somiglianza con il disegno dello stemma delle ADI (preso da:http://it.wikipedia.org/wiki/Assemblee_di_Dio_in_Italia):

arco-reale-logo-adi

Disegno a sinistra preso da: http://www.masonsmart.com/masonic-clipart-blue1.html

Qual’è il significato dell’arco reale? Uno studioso massone dice quanto segue: ‘L’arco reale cerca di comunicarci un immagine della vita dell’aldilà. La certezza della sua esistenza è fissata nella nostra mente dalle nostre tradizioni, educazione e crescita, così come da una sorta di sesto senso corroborante l’idea comune che la vita sulla terra, con tutte le sue tribolazioni, sarebbe priva di significato se non ci fosse alcuna forma di esistenza o vita dopo di essa. Comunque, immaginare la vita dopo è estremamente difficile. Nessuno è stato attraverso la morte, od è stato in grado di dirci come era: chi potrebbe comunicare l’impressione dell’odore di una rosa a qualcuno che non ne ha mai annusata alcuna? Pertanto dobbiamo basarci sulle parole dei mistici visionari; e la prova che questi racconti hanno qualche fondamento di verità, persino se incomprensibile a noi, giace nella similitudine dei loro racconti dove la vita nell’aldilà è una forte integrazione o comunione con l’Essere Supremo, in qualsiasi modo esso sia chiamato: יהוה, Brahmah, Allah, Іησοΰ, Cristo. Ogni mistico ha testimoniato questa re-integrazione con la fonte di tutte le creazioni, il מלכות della Kabbalah, e qualcuno di loro è stato così fortunato di vedere tutto in una visione. Senza rivelare alcun segreto dell’Arco Reale posso dire che, per me, questo è cio’ che questo grado illustra attraverso il suo simbolismo. Il suo rituale cerca di re-integrarci con il Vero e Vivente Iddio Altissimo, nello stesso modo con cui il rituale del Craft cerca di integrarci con la nascita, vita e morte spirituale. Questa re-integrazione con la Suprema Fonte ed Essenza puo’ essere ottenuta solo attraverso un unione mistica’ (http://www.freemasons-freemasonry.com/).

Ma c’è altro da dire, e in particolare sulla montagna che si vede nel disegno fatto da Paschetto, perchè anch’essa fa parte della simbologia della massoneria, in quanto corrisponde al triangolo massonico, i cui tre lati indicano i tre principi massonici di libertà, uguaglianza e fratellanza, o i tre gradi della massoneria azzurra che sono apprendista, compagno d’arte e maestro massone.

A tale proposito vi propongo questa interessante parte di un libro dal titolo ‘Giardini Massonici dell’Ottocento veneto’ scritto dal massone Umberto Nino Agostinetti:

‘Vediamo alcuni elementi presenti nel nuovo giardino di possibile tradizione simbolica massonica, ricordando che simboli veramente tali sono unicamente le colonne J e B e la Stella fiammeggiante; altri simboli non sono peculiari come il triangolo equilatero con o senza occhio, altri ancora sacri come l’acacia sono tali anche per i Giudei orientali. Cominciamo dalla montagna, spesso creata dall’apporto di terra scavata per fare un più o meno grande lago. Talvolta alberata, era il simbolo di ascensione spirituale, dove la vetta poteva rappresentare Dio o l’Olimpo o il Sinai, e la cui salita metaforica era dura e difficile. Per Dante: “… che questa montagna è tale, che sempre al cominciar di sotto grave e quant’uomo più va su, e men si fa male” (D. Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, IV, 87-90.). Nella montagna erano presenti la caverna e la grotta, ambedue fondate su un’idea esoterica dell’uomo primitivo, che qui trova riparo e protezione e dove probabilmente veniva iniziato – certi graffiti inducono a crederlo – ad una arcaica superstizione. Caverna e grotta intese come simbolo della creazione; la psicanalisi le identifica con il grembo materno, tanto da ritenerle nucleo della vita, santuario; la montagna interpretata “centro del mondo” e, come tale, identificata in Giove, padre di tutti gli dei, assiso sull’Olimpo, o più semplicemente nella difficoltà di scalarla con la sua mitizzazione, sia piramide egizia o tempio di Salomone, al centro del mondo. Grotta, caverna, antro, ninfeo: tanti nomi per nominare un comune elemento presente nella vita dell’uomo dalla mitologia classica alla consuetudine cristiana. Così Tommaseo: “La grotta, sebbene anch’essa si possa immaginare cupa e selvaggia, può, più sovente, ricevere senso di ameno ritiro. Quindi che ne’ giardini così detti inglesi, artificialmente costruisconsi grotte. E può essere tutta artificiale” (N. Tommaseo, Nuovo Dizionario dei sinonimi della lingua italiana, I, Napoli, 1859, 937). Un esempio nel Veneto, la grotta di Melchiorre Cesarotti nella sua villa di “Selvaggiano”, dedicata a Tetide e amato luogo di studio. Più grande della grotta, ma sempre arcano atrio di un mondo sotterraneo, era la caverna, talvolta ornata da stalattiti e stalagmiti Anticamente, in Egitto, si riteneva che il Nilo uscisse da una misteriosa caverna). Spesso più luogo di culto che abitazione: nelle storie popolari dimora di gnomi o draghi, per i cristiani come grotta della nascita a Betlemme e nello stesso tempo “tomba rupestre” di Cristo. Da un punto di vista iniziatico, René Guénon ricordava una forte relazione simbolica tra la caverna e il cuore. “Infatti – scriveva Guénon – il cuore è essenzialmente un simbolo del centro… lo stesso significato convenga ugualmente alla caverna… La caverna del cuore in sanscrito designa in genere una caverna, ma si applica anche alla cavità interna del cuore, il centro vitale in cui risiede” – e ricordava il greco kriptos (donde cripta) sinonimo di caverna. Concetto che poteva “anche riferirsi al segreto iniziatico”, cioè a un “luogo nascosto o coperto (donde l’espressione massonica essere al coperto) cioè inaccessibile ai profani, sia che l’accesso sia impedito da una struttura labirintica o in qualsiasi altro modo” (R. Guenon, Simboli della Scienza Sacra, Adelphi, Milano, 1978, p. 185). Lo stesso simbolo del cuore, un triangolo con la punta verso il basso, ha lo stesso schema della caverna (per la montagna è l’inverso: punta in alto). Tra la montagna e la caverna esiste – sempre per Guénon – uno stretto rapporto “come simbolo dei centri spirituali”, anche se la montagna ha “un carattere più primordiale… perché visibile all’esterno, mentre la caverna è nascosta e chiusa”. Inoltre la caverna, che dovrebbe trovarsi sull’asse della montagna, è il “simbolo più appropriato… ai santuari iniziatici che ne sono l’immagine”. Altro segno: la montagna rappresenta il mondo celeste, la caverna quello sotterraneo e, in termini più generici, i due triangoli possono riferirsi anche al principio maschile e femminile: In ogni caso la caverna ha sempre, per la massoneria, carattere iniziatico; (Ibidem, p. 193) quello che resta fuori è il mondo profano, buio perché la caverna è “come l’unico luogo illuminato” (Ibidem, p. 197. A differenza della caverna di Platone poco illuminata dall’esterno). Inoltre nella caverna massonica dovrebbe esistere al centro una pietra chiave di volta, dov’è sospeso il filo a piombo del Grande Architetto, luogo identificato con la stessa stella polare; tanto che nella progressione dei gradi massonici scozzesi il 13° grado è detto Arco Reale ed il 14° della Volta Sacra (Ibidem, p. 200) – da: Umberto Nino Agostinetti, I Giardini Massonici dell’Ottocento veneto, pag. 12-14

Vi confermo ulteriormente che la montagna è un simbolo massonico e che sostanzialmente corrisponde alla piramide massonica, prendendo alcune dichiarazioni da quest’altro interessante scritto di un autore massone, presente sul sito francese L’edifice: La bibliothèque maçonnique du net [L’Edificio: La biblioteca massonica della rete] dal titolo ‘La montagna e la caverna’ (http://www.ledifice.net/7124-2.html).

In esso infatti viene detto innanzi tutto che ‘dominando il mondo degli uomini, la montagna si trova al limite del cielo e della terra, essa esprime l’incontro del temporale e dello spirituale. Il suo carattere massivo incarna la perennità e l’eternità. Essa simboleggia, per tutti i popoli, la prossimità degli dèi. La montagna si rivela anche come il luogo della scoperta della presenza divina: l’Olimpo in Grecia, il Fuji-Yama in Giappone, il Sinai. Il simbolismo della montagna esprime differenti realtà dell’immaginario religioso. La montagna sacra, vera cima del mondo, costituisce il punto di contatto tra la divinità che scende dal suo soggiorno elevato e l’uomo che sale a incontrarla. Sul Sinai, Dio concluse una Alleanza con Mosè e il popolo eletto’, e poi che ‘il simbolo della piramide è esattamente equivalente a quello della montagna: simbolo della verticalità, della comunicazione assiale, della relazione terra-cielo’.

E la piramide nella massoneria rappresenta lo sviluppo spirituale dell’essere umano. L’esoterista e massone Renè Guenon – viene ricordato nell’articolo – insegnava che ‘la piramide (o la montagna) rappresentata dal triangolo che punta verso l’alto rievoca il mondo sopra-cosmico ed il suo Principio, raffigurato dalla cima’. Ma la montagna ‘simboleggia anche la verticalità, cara al massone. E’ un ponte tra il basso e l’alto, la sua funzione consiste nel legare le dimensioni terrestri e celesti’.

piramidePer cui il simbolo delle ADI – in base a questa interpretazione – può essere visto in questa maniera:

stemma-adi-piramide

Ma secondo l’autore dell’articolo, il simbolismo della montagna porta a immaginare ‘degli uomini di buona volontà, che partendo da luoghi opposti, e prendendo delle vie differenti, progrediscono lentamente verso la stessa cima. Ognuno sceglie il suo itinerario, ciascuno dispone delle sue proprie capacità, ciascuno possiede la sua concezione della maniera di salire i fianchi della montagna. Malgrado le loro differenze, essi sono animati dallo stesso desiderio di elevarsi. Essi si congiungeranno, presto o tardi, per accorgersi che essi sono ancora lontani dalla cima. Scopriranno che essi non sono pervenuti che ad una tappa della loro evoluzione, che la verità non è alla fine del cammino, ma che essa è il cammino, e che ogni passo verso la cima è una rivelazione, una briciola della verità. Noi ci avviciniamo a questa meta ultima, ma non la raggiungeremo mai. Prendendo coscienza che non bisogna scalare la montagna per impadronirsi del cielo, ma per far discendere il cielo sulla terra, l’uomo forgerà infine gli strumenti della sua evoluzione’.

Come potete vedere dunque, la montagna nella massoneria simboleggia il cammino spirituale o l’evoluzione spirituale del singolo massone, che non importa a che religione appartenga intraprende nella massoneria un percorso in cerca della verità, usandosi degli strumenti che gli fornisce la massoneria, ma rimarrà sempre in cerca della verità!!

Dunque, per ritornare al disegno di Paschetto, dal punto di vista massonico, quella montagna rappresenta la scalata o l’ascesa alla verità che invece è simboleggiata dal ‘libro sacro’ posto in cima alla montagna (che vi ricordo è diverso a secondo che il massone è un Cristiano, un Induista, un Buddista, un Mussulmano e così via), ma che il massone non raggiungerà mai. Quindi, quel disegno rappresenta la perenne ricerca della verità o della luce da parte del massone, verità o luce che egli non troverà mai.

Peraltro, vi ricordo che Paschetto nella tessera che disegnò per il Partito Repubblicano mise anche lì un libro aperto, ma lo mise sopra una incudine che rappresenta la massoneria. Questa analogia non vi sembra quantomeno singolare?

logo-incudine

Guardate ora questa foto presa da un certificato massonico del terzo grado, cioè di Maestro Massone, dove si vede una montagna alla destra e una montagnola alla sinistra.

terzo-grado

Dato che ho menzionato pure la montagnola, su cui è posto un altare massonico con il ‘volume sacro della legge’ posto sopra di esso (che vi ricordo nelle logge ‘Cristiane’ è la Bibbia), e le tre candele massoniche, diciamo qualcosa pure su di essa. Qualcuno si domanderà quale sia il significato di ciò? Bene. Dobbiamo quindi parlare di Atum, una divinità della mitologia egizia, dalla quale come voi sapete la Massoneria ha preso diverse cose. Atum (denominato anche Tem, Temu, Tum e Atem) è un’antica divinità della mitologia egizia. Originariamente associato con la terra, era considerato il dio creatore nella teologia eliopolitana. Nel mito cosmogonico legato all’enneade di Eliopoli si narra che in principio vi fosse Nun, il Caos incontrollato, elemento liquido e turbolento, il non creato. Dal Nun emerse una collinetta dalla quale nacque Atum. Questi sputando o eiaculando diede vita a Shu (l’aria) e Tefnut (l’umido), i quali a loro volta generarono Geb (la terra) e Nut (il cielo). Il mito racconta che questi ultimi se ne stavano sempre uniti e impedivano alla vita di germogliare, così Atum ordinò al loro padre, Shu, di dividerli. Con le mani Shu spinse Nut verso l’alto facendole formare la volta celeste e con i piedi calpestò Geb tenendolo sdraiato. In questo modo l’aria separò il cielo dalla terra. Geb e Nut, a loro volta, generarono quattro figli: Osiride, Iside, Nefti e Seth (http://it.wikipedia.org/wiki/Atum).

La montagnola si chiamava Benben, e si racconta che si trasformò in una piccola piramide, localizzata in Annu, che era il luogo dove si diceva dimorava Atum. E la piramide è un simbolo usato nella Massoneria; basta vedere la banconota americana da un dollaro.

In quest’altra foto, presa sempre da un certificato del Terzo Grado massonico, potete vedere meglio questa montagnola con l’altare e il libro aperto con la squadra e il compasso sopra.

montagna-libro

Foto da: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Masonic_Register_1876.jpg

Guardate ora questi disegni e stemmi massonici, fatti quindi da massoni, in particolare la posizione del libro, come sia messo in maniera rialzata in mezzo a due colonne o dentro l’arco reale (la sua posizione nelle prime due foto assomiglia molto a quella del libro nello stemma delle ADI) con altri simboli massonici. Il significato di questi simboli massonici che vedete vi ricordo è questo. Nelle logge massoniche esiste un altare (chiamato anche ‘ara’) su cui viene posto quello che viene chiamato ‘Il Volume sacro della Legge’, che è diverso a secondo della loggia. Nelle logge mussulmane è il Corano, nelle logge Brahmite sono i Veda, e nelle logge ‘cristiane’ è la Bibbia (che i massoni però considerano semplicemente un simbolo della volontà e della rivelazione di Dio), e questo perchè nella Massoneria la Bibbia vale quanto qualsiasi altro cosiddetto libro sacro. Sul volume vengono posti la squadra e il compasso, che sono degli importanti simboli massonici: la Squadra rappresenta il principio generativo femminile (e quindi il principio passivo), mentre il Compasso rappresenta il principio generativo maschile (e quindi il principio attivo). E questo perchè alla base della Massoneria c’è il culto fallico! Per quanto riguarda l’occhio che si vede in alto, è l’occhio ‘onniveggente’ del Grande Architetto dell’Universo (che secondo il massone Albert Pike rappresenta Osiride, il dio egizio dei morti), la divinità dei massoni che veglia affinché gli iniziati portino al compimento la Grande Opera, la creazione di una nuova umanità!

libro-arco-colonne

Guardate qua il raffronto tra il primo disegno e lo stemma delle ADI (alla destra ho messo l’arco reale precedente con il libro di questo disegno all’interno per farvi capire la forte somiglianza).

raffronto

Il disegno massonico a sinistra è preso da:http://www.jamespringle.co.uk/html/haughfoot.html

Nota – Ma c’è un’altra cosa molto interessante che vorrei farvi notare, e cioè che nella città di Valdese – che è una città negli USA fondata da dei Valdesi delle Valli emigrati in America verso la fine del XIX secolo – esiste una loggia massonica chiamata Lovelady Lodge #670 che fu fondata nel 1933 e di cui era membro anche John Pons (1877-1944) che fu pastore della Chiesa Presbiteriana Valdese di quella cittadina dal 1907 al 1909 e dal 1918 al 1925 – e che fa parte della Grande Loggia della Carolina del Nord il cui stemma assomiglia proprio a uno di quelli vista prima e difatti sul sito di questa loggia di Valdese (http://ncmason.net/lovelady670/) c’è proprio lo stemma della Gran Loggia della Carolina del Nord.

loggia-valdese

Uno screenshot preso dal sito della loggia Lovelady Lodge #670 dove si può vedere a sinistra lo stemma in piccolo della Grande Loggia della Carolina del Nord, e sotto due stemmi uguali dove si possono vedere meglio gli elementi al suo interno. Ora, siccome Augusto Comba afferma che ancora oggi questa cittadina è ‘legata alla patria e alla chiesa d’origine da vividi ricordi storici e da frequenti scambi di visite’ (Augusto Comba, Valdesi e Massoneria, pag. 92), e Paolo Paschetto era un Valdese proprio delle Valli da cui partirono quegli emigrati, mi domando se Paolo Paschetto non sia stato ispirato anche dallo stemma di questa Gran Loggia per fare il suo disegno. E’ una domanda più che legittima, ritengo. D’altronde ci sono delle somiglianze tra i due disegni.

Nelle ADI alcuni sanno che …

A proposito dello stemma delle ADI, per quello che mi risulta, nelle ADI qualcuno sa che nello stemma delle ADI ci sono elementi massonici o riconducibili alla Massoneria, e mostrando tutta la sua avversione verso di esso, è arrivato ad affermare che questo stemma ‘è diventato una specie di idolo, si mette dappertutto, è un legame demoniaco, questo stemma ci manca solo che se lo mettono in fronte!’. Alla luce di tutto ciò che vi ho mostrato sino a qua, devo quindi confessare che da quando ho approfondito i miei studi sulla Massoneria e la sua simbologia, e sul pittore battista Paolo Paschetto, quando ora guardo lo stemma delle ADI non riesco a guardarlo più come facevo prima, perchè in quel disegno vedo qualcosa di sinistro: delle tenebre massoniche.

Conclusione

Ma allora Paolo Paschetto era un massone? Aldo Mola, grande esperto di storia della Massoneria, afferma che Paolo Paschetto ‘non compare in alcun elenco di massoni, ma non se ne può escludere un’iniziazione e affiliazione all’estero’ (Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 352). Perchè il Mola non esclude che Paschetto fosse un massone? Evidentemente perchè a lui sono venuti dei sospetti che Paschetto fosse massone. D’altronde, come viene detto nell’articolo ‘Emblema della Repubblica Italiana: dentro c’è la ruota del Rotary’ apparso sulla Voce del Rotary (il Rotary International è di chiara impronta massonica e ha dei legami con la massoneria) a proposito del fatto che Paolo Paschetto vinse di nuovo il concorso per l’emblema del 1948: ‘Il vincitore di questo concorso, “come previsto” è nuovamente Paolo Paschetto, da diversi anni, pure durante il fascismo, largamente introdotto negli ambienti che contano della capitale’ (Voce del Rotary, n° 36, Febbraio 2006, pag. 5). Comunque, ci sono elementi nella vita e nelle opere di Paolo Paschetto – tra cui anche le sue due pose massoniche in foto ufficiali – che fanno propendere a ritenere che fosse massone. E poi, vorrei che teniate bene a mente che esistono persone che sono massoni pur non essendo stati mai iniziati in nessuna loggia massonica, secondo che viene detto in ambienti massonici: ‘Ci sono poi moltissimi non massoni che sono massoni nell’intimo pur non sapendo di esserlo, ovvero percorrono – nella loro quotidianità – un percorso spirituale e di ricerca molto profondo’. In altre parole, esistono moltissimi che non sono iscritti ad alcuna loggia massonica, ma spiritualmente sono massoni, per cui mostrano simpatia verso la Massoneria o meglio promuovono i principi della Massoneria che sono Libertà, Uguaglianza e Fratellanza. Perchè, come ho trovato scritto su un sito massonico, ‘un Massone non è necessariamente un membro di una loggia. In un senso ampio, è massone qualsiasi persona che giornalmente cerca di vivere la vita Massonica, e di servire intelligentemente i bisogni del Grande Architetto’. Cosa questa che è stata confermata da un Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, 33° Grado del Rito Scozzese, che ha affermato: ‘Un uomo che, pur non essendo massone, condivide ed appoggia i nostri principi, è già un massone senza grembiule’. Per cui quand’anche Paolo Paschetto non fosse stato mai iniziato in alcuna loggia, certamente aveva uno spirito o un sentimento massonico in lui, e questo mi pare evidente dalle varie prove raccolte; e quindi spiritualmente era un massone. Concludo dicendo questo. Dio è luce – dice l’apostolo – e in Lui non vi sono tenebre alcune (1 Giovanni 1:5). E noi siamo chiamati a camminare nella luce, rifiutandoci di partecipare alle opere infruttuose delle tenebre o di mostrare simpatia verso di esse. Se facciamo così, avremo comunione l’un con l’altro. Ma se uno dice di essere nella luce e poi cammina nelle tenebre, certamente con lui non si può avere o sentire comunione spirituale. E nello studiare la vita e le opere di Paschetto sono emerse delle tenebre, delle zone oscure, che non si addicono a uno che proclama di essere un Cristiano. Infatti certe sue affermazioni, certi suoi disegni, alcune sue posizioni in foto ufficiali, certe sue amicizie, non sono altro che tenebre massoniche. E verso queste tenebre sentiamo e proviamo una forte repulsione.

Ma di tenebre massoniche nelle ADI oltre che nella loro storia nel dopoguerra e nel loro stemma ce ne sono anche in altri ambiti, e anche di queste mi accingo a fornirvi le inequivocabili prove.

GIACINTO BUTNDARO, La Massoneria Smascherata, Roma 2012, pag. 604-662

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