Conoscitori dell’ebraico e del greco che contrastano la verità

ebraico-greco-luzziÈ possibile conoscere l’ebraico e il greco ed essere in grado di tradurre gli Scritti Sacri e contemporaneamente anche contrastare la verità. In altre parole è possibile conoscere l’ebraico e il greco ed essere ignoranti delle Scritture e avversi alla dottrina di Dio.
Prendo ad esempio Giovanni Luzzi (1856-1948), noto teologo protestante a cui nel 1902 il Sinodo valdese affidò la cattedra di teologia sistematica alla Facoltà valdese di Teologia, dove insegnò Dogmatica, Etica cristiana, Teologia biblica dell’Antico e del Nuovo Testamento, Apologetica, Simbolica, Polemica, Omiletica e Storia ecclesiastica fino al 1923, e che fu il capo revisore del Comitato di revisione incaricato dalla Società biblica di rivedere il testo della Bibbia Diodati (per una esaustiva biografia di Luzzi si vada qua http://www.studivaldesi.org/dizionario/evan_det.php?evan_id=281). Ascoltate quali eresie insegnava Luzzi.

– Gesù Cristo non tornerà in maniera visibile e gloriosa sulle nuvole del cielo perché in realtà egli è già tornato

‘Gesù predisse che, dopo avere lasciato questa terra, sarebbe tornato (…) Quando sarebb’egli tornato? Gesù lo disse: durante la vita della generazione in mezzo alla quale si trovava (…) In qual modo sarebb’egli tornato? Secondo i Sinottici Gesù avrebbe descritto il modo del suo ritorno con un linguaggio vivido, immaginoso, apocalittico, tolto ad imprestito dai profeti dell’Antico Testamento. Matteo e Marco si somigliano molto nel loro linguaggio. Luca ha anch’egli parte dello stesso linguaggio, ma aggiunge altri elementi descrittivi, che non sono di codesta natura. Un fatto qui colpisce; ed è appunto il tono apocalittico di questa predizione; tono che non ha riscontro in alcun altro discorso di Gesù. Come spiegarla questa differenza? Io me la spiego così: il tono non è di Cristo, ma degli scrittori che ci tramandarono i detti di lui, rivestendo le espressioni piane, semplici del Maestro, con le immagini apocalittiche così care alla gente di quei tempi. La cosa certa è che Gesù era sicuro che sarebbe tornato, in un modo o in una altro, nel suo Regno, e che vi sarebbe tornato quanto prima. Nel Vangelo di Giovanni, la predizione del ritorno di Cristo è tanto chiara quanto nei Sinottici, però il tono è differente, e la venuta ch’esso annunzia è tutta di un altro genere. Gesù, infatti, vi parla di una presenza spirituale tra i suoi e nel mondo. A volte chi è presente è lo Spirito Santo; altre volte, è Gesù stesso, e una volta è il Padre con Gesù. Cotesta presenza spirituale, asseriva Gesù, sarebbe stata impossibile finch’egli fosse rimasto sulla terra; non poteva cominciare che dopo la dipartenza di lui, e in seguito alla discesa dello Spirito Santo. Nell’atto d’accomiatarsi dai suoi, ei diceva: ‘Non vi lascerò orfani; tornerò a voi. Fra poco il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete’. ‘Quel giorno’, il gran giorno, era imminente; doveva spuntare in breve, ‘fra poco’; e in quel giorno, fra il Maestro e i discepoli si sarebbero stabilite delle relazioni nuove, profonde, intime, per le quali le parole di Gesù ‘io in voi’ ‘voi in me’ avrebbero cessato d’essere delle frasi misteriose, per diventare dei fatti d’una santa esperienza interiore. Così, nei Sinottici, la venuta che Gesù predisse è la venuta imminente di un Re e di un Giudice; venuta intimamente connessa con la caduta di Gerusalemme, e descritta nello smagliante stile apocalittico come una apparizione visibile. Nel Vangelo di Giovanni, invece, è una venuta più imminente ancora che nei Sinottici, ma invisibile, e destinata a diventare una dimora spirituale di Cristo fra il suo popolo e nel mondo’ (Giovanni Luzzi, La religione cristiana secondo la sua fonte originaria, Roma 1939, pag. 338, 339, 340) Quindi per Luzzi i credenti antichi si sbagliarono nell’aspettare un ritorno visibile di Cristo? Certo: ecco cosa dice infatti più avanti: ‘I primi credenti bramarono ardentemente il pronto ritorno di Cristo, sia perché amavano il loro Salvatore, sia perché desideravano lo stabilimento di quel Regno messianico che tanta parte aveva nelle loro più care speranze. I cristiani convertiti dal giudaismo comunicarono cotesta brama ardente ai convertiti dal paganesimo. La prima e la seconda generazione dei credenti crebbero sotto cotesto influsso; credettero fermamente che Gesù sarebbe tornato nel corso della loro vita. Gli apostoli ed i loro compagni dimostrano d’avere anch’essi nutrito la stessa speranza. E il ritorno se lo immaginavano in quella forma giudaica ch’era loro così familiare; se lo immaginavano, cioè come il ritorno visibile, descritto dal linguaggio apocalittico: ‘Ad un dato segnale, alla voce d’un arcangelo e allo squillo della tromba di Dio, il Signore scenderà dal cielo, e i morti in Cristo risorgeranno i primi; poi, noi che vivremo e che saremo rimasti saremo rapiti, nello stesso tempo che loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore’. Così la predizione relativa al suo ritorno fu, fin da principio, interpretata alla luce del pensiero popolare giudaico; interpretazione inevitabile, per la mancanza di conoscenza esatta delle profezie antiche, per la intuizione imperfetta dell’insegnamento del Maestro, e per l’influsso che la letteratura apocalittica esercitava sul pensiero religioso del tempo’ (Ibid., pag. 342). Ma allora quando sarebbe tornato il Signore? Ecco la risposta di Luzzi: ‘Ora, la predizione di Gesù si avverò, ma non nel modo che i Giudei credevano. Il fatto che gli apostoli e i primi cristiani aspettavano non avvenne mai nel modo con cui essi l’aspettavano e, dopo tanti secoli, non è ancora avvenuto. Che dire? che la speranza degli apostoli e della Chiesa fu delusa? No, non fu delusa, perché Gesù, nel modo che aveva promesso tornò, e tornò come Messia nel suo Regno. Esaminiamo attentamente i fatti. Prima di tutto: il ritorno invisibile, spirituale, di Gesù, il ritorno di cui parla il Vangelo di Giovanni, avvenne quasi immediatamente dopo la dipartenza del Signore. La presenza spirituale di Cristo mediante lo Spirito Santo divenne un fatto manifesto nel giorno della Pentecoste (…) Con la sua venuta e con la sua dimora nel mondo mediante lo Spirito Santo, il Salvatore continuò e continua l’opera sua messianica e fondò e va espandendo il suo Regno in mezzo alla umanità; Regno, che non è esterno e terreno come i Giudei se lo figuravano, ma interiore e spirituale. In questo senso, dunque, il vero Messia tornò’ (Ibid., pag. 342-343). Più in avanti Luzzi afferma pure che ‘la distruzione di Gerusalemme fu un ritorno di Cristo per eseguire i suoi giudizi’ (Ibid., pag. 343) ed infine dice: ‘Considerare la parusia di Cristo come un fatto isolato e confinare questo fatto in un lontano, remoto avvenire, è un errore. La Parusia à l’Economia, la Dispensazione della Presenza di Cristo: Economia che, inaugurata il giorno dell’Ascensione, dura ancora, e non ha per limiti che i limiti del tempo (…) La distruzione del giudaismo, del paganesimo, di tutte le potenze ostili al Regno di Dio, l’opera delle Missioni, i Risvegli religiosi, sono tante ‘venute’ di Cristo, tante prove della sua continua e benefica attività, tante dimostrazioni della sua Parusia’ (Ibid., pag. 344).

– Non v’è resurrezione dei morti

‘I risorti poi ‘sono simili agli angeli’ perché hanno un corpo creato immediatamente dalla onnipotenza di Dio. E qui viene San Paolo a chiarire bene le cose; a scartare, cioè, la dottrina materialistica della risurrezione della carne e ad insegnare che i risorti sono provvisti di un organismo adattato alle nuove condizioni della loro vita; di un ‘organismo spirituale’, ben diverso dal corpo di prima che, separato dal suo principio vivificatore, torna per sempre alla terra donde fu tratto. Quando avverrà la risurrezione? Nell’insegnamento di Gesù non c’è traccia dell’idea di una risurrezione simultanea della umanità, che debba avere luogo qui sulla terra, in qualche giorno lontano. Che questa idea fosse anzi addirittura estranea alla mente di Gesù è provato dal fatto ch’egli non distingueva neppure fra ‘risuscitare’ e ‘continuare a vivere’. I passati di là dalla tomba, per lui, erano tutti risorti. ‘Che i morti risuscitino, anche Mosè lo ha dichiarato … quando chiama il Signore l’Iddio d’Abrahamo, l’Iddio d’Isacco e l’Iddio di Giacobbe. Or egli non è un Dio di morti, ma di viventi; poiché, per lui, vivono tutti’. I patriarchi, dunque, quando Mosè diceva coteste parole, erano risuscitati, poiché Gesù li cita come prova della risurrezione, confutando i Sadducei che la negavano. (…) La risurrezione è dunque un fatto universale, perché tutti risorgeranno; ma, al tempo stesso, è un fatto che avviene per ogni individuo, all’atto della sua morte. La morte non è che una crisi; l’uomo, in uno stesso momento, muore e risorge’. (Ibid., pag. 357, 359) Come potete ben vedere quantunque in queste parole si ammette che i morti continuino a vivere dopo morti pure in esse c’è una chiara negazione della risurrezione dei morti.

– Un letterale regno millenario di Cristo sulla terra non ci sarà

‘Cristo regnerà trionfante sulla terra, per un periodo di mille anni. Questo è il fatto a cui si allude, quando si dice ‘il millennio’. Ora, questo ‘regno’ in che consisterà? Questo di Cristo sarà esso un ‘regnare’ nel senso ordinario della parola o in un senso più profondamente e spiritualmente cristiano? E questi mille anni come sono da intendersi: letteralmente o figurativamente? (…) L’unica allusione delle Scritture a cotesto fatto si trova nell’Apocalisse; e a me pare che prendere un passo da un libro tutto simboli com’è l’Apocalisse, dargli una interpretazione letterale e costruirvi su tutta una teoria di una importanza come quella che molti danno al millennio, sia addirittura il colmo dell’arbitrio. Per potere ammettere che cotesto passo prometta proprio un periodo di trionfo di Cristo o del cristianesimo nell’avvenire, bisognerebbe poter provare che tuttoquanto il libro, nel quale si trova il passo, si riferisce ad eventi che dovranno accadere nel lontano futuro. Invece, neanche a farlo apposta, al principio ed alla fine del libro stesso leggiamo tutto il contrario (…) Il problema teologico del millennio, quindi, secondo me, è bell’è risoluto, per la semplice ragione che non esiste. Il fatto del regno futuro di Cristo sulla terra rimane; ma rimane nel senso che vedremo tra poco, e non come una questione millenniale’ (Ibid., pag. 336, 337, 338) In sostanza per Luzzi Cristo non avrebbe regnato in maniera visibile sulla terra per mille anni al suo ritorno. D’altronde lui negando il suo ritorno visibile non poteva ammettere un suo regno visibile sulla terra con lui a capo per un periodo di mille anni. Il regno di Cristo per lui sulla terra è solo un regno spirituale cominciato con Gesù e con la predicazione dei suoi apostoli che poco a poco si è sparso per il mondo; per cui il linguaggio dell’apocalisse simboleggia appunto questo regno perché Cristo regna nei cuori dei santi sulla terra.

– Gesù Cristo nacque come tutti gli altri uomini

‘…il popolo che aveva pieno il cuore del vibrante sentimento di fede nella divinità del Signore, diede espressione a quel suo sentimento con la storia così soave, così cara, così infantilmente ingenua, della ‘nascita miracolosa’ (…) nella ‘nascita miracolosa’, che è la spiegazione fisica della divinità del Salvatore, non parla la speculazione dottrinale, ma parla l’immaginazione, canta l’eterno poeta, il popolo’ (Giovanni Luzzi, op. cit., pag. 280) In altre parole quella della nascita miracolosa di Gesù per Luzzi non fu un fatto storico realmente accaduto ma un idea sorta in mezzo al popolo, un mito popolare sorto a motivo dell’affetto che i cristiani nutrivano verso il suo Salvatore. Ma non ci vogliamo fermare qui nell’esposizione di questa sua dottrina ma vogliamo pure dire come egli cercò di dimostrare ciò. Egli dice che questa idea della nascita miracolosa di Gesù sorse per questi motivi. 1) A motivo della mentalità israelitica che era abituata ad attribuire ai suoi antenati ed ai suoi eroi nazionali un inizio di vita straordinario. E cita a tale riguardo la nascita di Isacco, di Sansone, di Samuele e quella di Giovanni Battista. Poi egli afferma: ‘Ora, se la fede trasse l’Israele antico ad attribuire ai sui antenati, ai suoi eroi nazionali, ai suoi grandi, un inizio di vita così straordinario, così miracoloso, v’è forse da meravigliarsi se i primi cristiani, nelle cui vene scorreva sangue giudaico e la cui mentalità era prettamente ebraica, v’è forse da meravigliarsi, dico, se, profondamente convinti che la persona e l’opera del Cristo erano divine, attribuirono a Gesù una nascita anche più miracolosa di quella degli uomini più grandi dell’Antico Patto?’ (Ibid., pag. 282) – 2) Perché c’era l’idea che la corruzione della natura umana era una conseguenza della caduta di Adamo: ‘..il diffondersi dell’idea che il male è innato nella natura umana e si propaga nella razza per eredità, non fu estraneo alla formazione del mito della ‘nascita miracolosa’. Con questo mito il popolo della prim’ora del cristianesimo cercò di mantenere intatta ed intangibile la pura, immacolata, divina figura del Salvatore’. (Ibid., pag. 285) 3) Perché nei primi tempi della Chiesa si era insinuata tra i cristiani la dottrina gnostica che ‘l’atto della riproduzione della specie è peccaminoso, e che lo stimolo sessuale non è della natura come fu originariamente creata, ma un effetto, una conseguenza del peccato’ (Ibid., pag. 286-287) per cui Luzzi dice: ‘Ora, qual meraviglia se, nei primi albori della nuova fede, i cristiani, gelosi della immacolata, perfettamente santa figura del loro Salvatore, credettero d’aver sufficientemente protetta da ogni profana speculazione cotesta divina figura, col sottrarla all’impero delle leggi normali dell’esistenza mediante la ‘nascita miracolosa’? Dico ‘credettero, così facendo, d’averla sufficientemente protetta’; perché, in realtà, il loro mito non era atto a raggiungere lo scopo; giacché la santità perfetta di Gesù non è un risultato necessario della nascita miracolosa di lui; la santità, vale adire la separazione dal male e la consacrazione al bene, è un fatto di volontà e non di natura. Come si potrebbe dare un senso serio alle lotte morali della storia di Gesù, alla tentazione nel deserto, per esempio, se la santità assoluta del Signore fosse stata conseguenza necessaria della nascita miracolosa di lui?’ (Ibid., pag. 287) ed arriva a dire per concludere che il passo di Isaia che dice: “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figliuolo, al quale sarà posto nome Emanuele’ ‘non ha ombra di significato messianico’ (Ibid., pag. 289) e che Matteo ‘dette al mito della ‘nascita miracolosa’ un appoggio biblico, ma l’appoggio di un passo erroneamente tradotto e malamente interpretato’. (Ibid., pag. 290) Qualcuno a questo punto si domanderà come spiegava Luzzi i racconti di Matteo e di Luca sulla nascita di Gesù. Ecco come lo faceva: ‘..nei Vangeli di Matteo e di Luca, i loro due primi capitoli non formano, evidentemente, parte integrale dei Vangeli stessi; e la supposizione che possano essere delle aggiunte posteriori non è senza fondamento. Le narrazioni di Matteo e di Luca non hanno la medesima intonazione; contengono tradizioni sorte in località diverse e indipendenti l’una dall’altra. Sono narrazioni che, non soltanto differiscono per l’intonazione, ma spesso si contraddicono’ (Ibid., pag. 274). Dopo avere esposto tutte le sue idee Luzzi sull’origine della storia ‘soave e infantilmente ingenua’ della nascita miracolosa di Gesù afferma: ‘E noi, studiamola pure attentamente; riteniamo pure ch’essa non giova a provare la divinità e la santità di Gesù, perché la divinità e la santità da ben altro dipendono, e non possono essere infuse da un atto di generazione fisica; riteniamo pure ch’essa nuoce al concetto della umanità del Salvatore il quale, se ‘non è nato come nascono gli altri uomini’, viene più che mai allontanato da noi, che tanto bisogno abbiamo, invece, d’averlo, quanto più sia possibile, vicino; e riteniamo pure ch’essa getta come un ombra di biasimo su di un atto, che Dio stesso ha stabilito nella natura: l’atto, per cui la specie si riproduce e continua nel mondo; ma dite: Chi di noi, nonostante tutto questo, vorrebbe escludere dai due primi capitoli di Matteo e di Luca la cara storia dei magi d’Oriente, la soave narrazione della nascita di Giovanni Battista, il dolce annunzio angelico a Maria della nascita di Gesù, il canto paradisiaco di Maria, quello mirabile, potente di Zaccaria, tutto il celeste poema della nascita di Gesù, l’ispirato cantico del ‘giusto e pio Simeone’, il divinamente sobrio, meraviglioso episodio di Gesù dodicenne’? No, no; i sacri, ispirati documenti, rimangano pure dove sono!…’. (Ibid., pag. 292-293)

– L’uomo discende da esseri inferiori

‘…il primo uomo, nel racconto genesiaco, sarebbe presentato come un essere fin da principio intellettualmente evoluto in modo completo; come un essere fin da principio nel pieno, perfetto, armonico sviluppo di tutte le sue facoltà (….) Come dissi già nel quarto capitolo, le ultime conclusioni dell’archeologia, della geologia, della biologia e delle altre scienze affini ritengono come fatto probabilissimo che l’uomo, invece di aver cominciato la sua esistenza in mezzo ad un tranquillo, felice paradiso terrestre, sia uscito lentamente, a poco a poco, dalla condizione selvaggia nella quale primordialmente si trovava ; condizione che, almeno esternamente, non avrebbe differito molto da quella dei bruti. ‘E perché no …?’ io chiedevo a quel punto del capitolo quarto. Ora qui aggiungo. Non è forse più in armonia con quanto sappiamo del governo provvidenziale di Dio nella natura e nella storia l’ammettere, non che l’uomo fosse fin da principio intellettualmente evoluto in modo completo e nel pieno, armonico sviluppo di tutte le sue facoltà, ma un essere perfettibile, chiamato, come tutto nell’immenso dominio della creazione, a passare gradualmente da forme più rudi a forme meno rudi, da forme meno perfette a forme più perfette’. (Ibid., pag. 181-182)

– La nostra esistenza non cominciò quando venimmo al mondo (la preesistenza delle anime)

‘L’uomo, secondo Gesù (che in questo punto s’attenne essenzialmente al concetto ebraico), è composto di un elemento materiale, di polvere della terra o di carne, e dello spirito che vivifica la materia inerte. Questo spirito, nell’insegnamento genesiaco al quale Gesù si riferisce, non è soltanto cosa di Dio, ma addirittura parte di Dio. Ogni creatura umana che vive, vive perché ha in sè una particella di Dio, una scintilla di Dio. Noi siamo dunque particelle di Dio in involucri mortali; e quel tanto del divino che è in noi è eterno, perché parte di un Dio eterno. (…) Quel tanto di divino per cui noi siamo, esisteva già prima che fossimo; e, prima d’incarnarsi in noi, passò probabilmente per una molteplice successione d’altre incarnazioni. La nostra esistenza, quindi, non cominciò, in senso assoluto, allorché venimmo al mondo; ma al mondo venimmo già con una storia; con una lunga storia, ignota a noi, ma non a Colui che tutto sa, con una storia, di cui forse qualche reminiscenza ci traversa di quando in quando la mente, con la rapidità del lampo (…) Origene considerava la esistenza terrena, non come il principio della nostra storia, ma come la continuazione di un’esistenza precedente; come un capitolo intermedio nella nostra storia spirituale; come la conseguenza logica e naturale della nostra condotta in altre esistenze anteriori. Per lui, la terra era un luogo di castigo e una casa di correzione. Questo concetto gli spiegava le ineguaglianze fra gli uomini. Se uno vive fra i selvaggi, un altro in mezzo agli splendori delle arti, delle scienze, della cultura, e un altro gode i benefizi spirituali della comunione cristiana, non è a caso; non è perché Dio abbia delle preferenze per gli uni anzi che per gli altri, ma è il risultato della loro condotta in una esistenza precedente. Ognuno si trova, di qua, nella condizione ch’egli stesso s’è fatta di là’ (Ibid., pag. 362, 363, 364)

– Il terzo capitolo della Genesi è un racconto allegorico

‘Il terzo capitolo della Genesi non è un capitolo di storia, ma un racconto allegorico che mira a ritrarre in modo vivido, concreto, un fatto psicologico universale, di cui ognuno può verificare la realtà, rientrando nell’intimo santuario della propria esperienza (…) I particolari di questa allegoria, di questo apologo che dir si voglia, non sono da prendersi in senso strettamente letterale; essi hanno un senso simbolico, e significano dei fatti reali della vita, degli stadi per i quali la natura umana va di continuo realmente passando. L’apologo nacque nella notte dei tempi; il pensatore che, servendosi di tradizioni viventi fra i suoi connazionali e d’altro materiale, lo compose, parlò all’umanità che si trovava allora nella infanzia della propria vita, un linguaggio infantile; e l’apologo stupendo finì con l’essere accolto nel Libro dei libri a fare parte integrante della Genesi. Lasciamo che i nostri bimbi leggano questa meravigliosa pagina della Bibbia così com’è, in tutta la sua grandiosa semplicità; lasciamo che la leggano con l’infantile candore dell’animo loro; essi riceveranno da cotesta lettura delle impressioni durature e salutari, che più tardi gl’invoglieranno ad investigare le verità nascoste sotto il velame della parabola appresa prima come storia’ (Ibid., pag. 136).

– Alla fine Dio salverà tutti nel suo amore (universalismo)

‘Come è possibile essere felici in cielo quando sappiamo che nell’inferno qualcuno dei nostri cari è tormentato in perpetuo? Ma così non può essere, e così non è. Gesù insegna che la punizione, di là e di qua, mira a educare, a migliorare il punito, e non è eterna; dura, quanto dura il peccato; quando cessi il peccato, cessa la punizione (…) credo con Origene che anche i reprobi più ostinati saranno alla fine vinti dall’amore di Dio; credo alla ‘restaurazione universale’, al trionfo della longanimità di Dio ottenuto rispettando la libertà di tutti, al compimento perfetto del disegno provvidenziale…’. (Ibid., pag. 368, 369)

– La preghiera per i defunti

‘Non tutto quel che viene dal Cattolicesimo romano è da condannare. Nel seno del cattolicesimo romano palpita ancora il cuore della gran Chiesa antica e vi aleggia ancora lo spirito degli antichi Santi e delle antiche liturgie. La ribellione del secolo decimosesto era inevitabile. Date le miserande condizioni nelle quali si trovava allora il Cattolicesimo romano, essa fu una protesta di coscienze oneste, e i Riformatori salvarono la Chiesa dalla ruina totale. Ma, come avviene sempre di tutte le reazioni, la rivoluzione protestante esorbitò; e nella demolizione di tante pratiche e di tante dottrine antibibliche o corrotte, tante altre cose rimasero sacrificate, che erano buone, legittime, sante. Fra queste, la preghiera per i defunti, che i Riformatori non seppero sceverare dalle grossolane fantasticherie del Purgatorio e dal traffico simoniaco delle indulgenze. Oggi, noi tutti lo sentiamo, in religione, il tempo delle demolizioni violente è passato; comincia l’èra delle ricostruzioni ireniche. La parola d’ordine dei nuovi costruttori, siano essi cattolici romani o figli della Riforma, non può essere che questa: Torniamo all’antico! L’antico dirà ai cattolici romani che cosa abbiano da abbandonare o da correggere, ed ai figli della Riforma che cosa abbiano da riconsiderare e da accettare di nuovo; persuaderà questi a riprender l’uso della preghiera per i defunti, e insegnerà a quelli qual sia il vero spirito che deve informare cotesta preghiera. Lo so, molti figli della Riforma faranno il viso dell’arme a queste mie parole. Ma io vorrei dir loro: E perché non vorreste riprendere cotest’uso? Ve lo vieta forse la Scrittura? Non ve lo domanda il cuore? (Ibid., pag. 382-383)

State molto attenti dunque, fratelli, perchè il semplice fatto di conoscere l’ebraico e il greco non significa proprio niente, ossia non equivale automaticamente a conoscere le Scritture o ad essere attaccati alla fedel Parola. In effetti dietro taluni traduttori biblici o esegeti biblici presenti in seno alle Chiese Evangeliche si nascondono dei falsi dottori, che con i loro discorsi pomposi e vacui adescano le anime instabili. Guardatevi e ritiratevi da costoro: sono dei serpenti velenosi.

Chi ha orecchi da udire, oda

Giacinto Butindaro

Fonte: http://giacintobutindaro.org/

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