La clamorosa bugia di Alessandro Iovino sulla sentenza della Cassazione sul processo Andreotti

andreotti-panoramaFoto: Giulio Andreotti sulla copertina di ‘Panorama’ http://www.movieplayer.it/foto/andreotti-in-copertina-su-panorama_239339/?personaggio=44714: notate l’evidente posa massonica

Dal mio libro ‘Confutazione delle menzogne dette da Alessandro Iovino, delle Assemblee di Dio in Italia’ (pag. 14-18), per ricordare alla fratellanza chi è colui che ha detto del mio libro contro la Massoneria che è privo di scientificità, di metodologia di ricerca storica!

‘Ma c’è dell’altro che dimostra che lo Iovino non ama la verità storica, in quanto attribuisce alla Suprema Corte di Cassazione cose che essa non ha detto in una sua sentenza, perchè nel suo libro ‘Il ritratto di un principe’, parlando di Giulio Andreotti e del suo processo per collusione con la mafia, lo Iovino afferma: ‘Il processo per collusione con la mafia ha contribuito a rendere ancora più enigmatica la figura del senatore a vita durante gli anni del suo tramonto politico dinnanzi all’opinione pubblica. Dieci lunghi anni in cui Andreotti non ha mai gridato allo scandalo anzi ha atteso fiducioso le sentenze. Piena assoluzione per l’assurda accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, mossa dalla Procura di Perugia, e assoluzione al processo di Palermo dall’accusa di collusione con la mafia. Ecco però l’inghippo: gli accusatori di Andreotti, in primis l’attuale procuratore di Torino Giancarlo Caselli, predicano tutt’ora che nella sentenza è specificato che Andreotti ha commesso il reato di collusione con la mafia fino al 1980, reato per il quale non può essere punito per decorrenza dei termini, ovvero per prescrizione. Tuttavia la sentenza della Cassazione, che molti non leggono, o appositamente ignorano, specifica più chiaramente che per le accuse anteriori il 1980 ci sono due verità alternative: una possibilità che Andreotti abbia avuto rapporti con la mafia l’altra che non li abbia avuti. Una situazione dubitativa per la quale non si sono resi operativi ulteriori filoni di indagini perchè arrivata la prescrizione’ (Alessandro Iovino, Il ritratto di un principe, pag. 56-57).

Due verità alternative? Una possibilità che Andreotti non abbia avuto rapporti con la mafia prima del 1980? Ma dove sono scritte queste cose nella sentenza della Cassazione? Perchè lo Iovino non esibisce le prove di quello che afferma? Non pare proprio che la Cassazione abbia affermato che ci sia la possibilità che Andreotti non abbia avuto rapporti con la mafia prima del 1980, infatti il 15 ottobre 2004 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza del 2 maggio 2003 della Corte d’Appello di Palermo che dichiarava «non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A) della rubrica, commesso fino alla primavera deI 1980, per essere Io stesso reato estinto per prescrizione» (http://www.osservatoriosullalegalita.org/11/acom/04apr1/0801ritandreotti.htm), e nella sentenza della Cassazione leggo quanto segue:

‘Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza. Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi della mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione, sviluppatasi anche attraverso l’opera di Lima, dei Salvo e di Ciancimino, oltre che nella ritenuta interazione con i vertici del sodalizio (basti pensare, ancora una volta, il suo riferimento alla vicenda Mattarella), la cui valenza sul piano della configurabilità del reato non è inficiata dalla considerazione che la soluzione realmente adottata non fu quella politica da lui propugnata, ma quella omicidiaria da lui avversata. Ne deriva che la costruzione giuridica della Corte territoriale resiste al vaglio di legittimità proprio perché essa ha interpretato i fatti di cui è processo – esprimendo tale suo convincimento in termini che lo rendono non censurabile in questa sede – nel senso che Andreotti, facendo leva sulla sua posizione di uomo politico di punta soprattutto a livello governativo, avrebbe manifestato la propria disponibilità – sollecitata o accettata da Cosa Nostra – a compiere interventi in armonia con le finalità del sodalizio ricevendone in cambio la promessa, almeno parzialmente mantenuta, di sostegno elettorale alla sua corrente e di eventuali interventi di altro genere’,

ed anche:

’3) gli episodi considerati dalla Corte palermitana come dimostrativi della partecipazione al sodalizio criminoso sono stati accertati in base a valutazioni e apprezzamenti di merito espressi con motivazioni non manifestamente irrazionali e prive di fratture logiche o di omissioni determinanti; 4) avendo ritenuto cessata nel 1980 la assunta partecipazione nel sodalizio criminoso, correttamente il giudice di appello è pervenuto alla statuizione definitiva senza considerare e valutare unitariamente il complesso degli episodi articolatisi nel corso dell’intero periodo indicato nei capi d’imputazione; 5) le statuizioni della Corte di Appello concernenti l’insussistenza di una delle circostanze aggravanti contestate e la teorica concedibilità delle circostanze attenuanti generiche non hanno formato oggetto di impugnazione specifica e, quindi, sono passate in giudicato, precludendo qualsiasi ulteriore indagine perché la cessazione della consumazione del reato nel 1980 ne ha determinato la prescrizione. Inoltre essa ha ritenuto ulteriore fatto confermativo della asserita dissociazione l’emanazione del D.L. 12 settembre 1989, n. 317, di cui l’imputato è stato un fiero propugnatore’(Suprema Corte di Cassazione, Sezione Seconda Penale, sentenza n.49691/2004 [Presidente: G. M. Cosentino; Relatore: M. Massera] Depositata in Cancelleria il 28 dicembre 2004 – consultabile on line qua http://www.diritto.net/il-foro-penale/181/709.html).

Dunque la Corte di Cassazione ha ritenuto cosa certa la collusione tra Andreotti e la mafia prima del 1980, e quindi ritiene che Andreotti ha commesso il reato di associazione con i mafiosi dell’epoca, solo che per l’avvenuta prescrizione non è stato possibile condannarlo. La prescrizione di questo reato compiuto prima del 1980 quindi, non equivale all’assoluzione.

E che sia così lo conferma pienamente il giudice Gian Carlo Caselli che ha affermato quanto segue: ‘…. il massimo dei massimi per quanta riguarda la deformazione della verità, si è raggiunto col processo Andreotti. La stragrande maggioranza dei cittadini italiani ancora oggi è convinta che Andreotti sia stato assolto, anzi che Andreotti sia stato ingiustamente perseguitato, che sia stato costretto dalla Procura di Palermo guidata da me, a percorrere un calvario doloroso di una decina d’anni. Non è vero, è una bufala, la Corte di Cassazione, vale a dire, quando si tratta di verità processuale, l’ultima parola, quella definitiva, incontrovertibile e irrevocabile, la Corte di Cassazione ha deciso, confermando la sentenza della Corte d’appello, che fino al 1980 il senatore Andreotti ha commesso il delitto di associazione a delinquere con cosa nostra e ha dettagliato i comportamenti gravissimi, che è provato, il senatore Andreotti abbia tenuto. 1500 pagine di sentenza – la sentenza della Corte di Appello – per provare scambi di favori, incontri con Stefano Bontate e altri mafiosi dello stesso verticistico livello, discussioni su fatti criminali gravissimi, l’omicidio di Piersanti Mattarella, l’onesto capo della Democrazia Cristiana che ha patito col sacrificio della sua vita, il fatto di voler fare politica onestamente senza compromessi con i mafiosi. Ecco, fatti gravissimi commessi, che insieme concretano la sussistenza del delitto di associazione a delinquere per il quale non è stata inflitta la condanna perchè il delitto commesso effettivamente realizzato, ascrivibile in capo all’imputato, risulta prescritto per decorso del tempo. Bene, tutto questo è stato cancellato, è stato negato: si parla di persecuzione, si parla di assoluzione. Non è vero, neanche dal punto di vista tecnico, la prescrizione di un reato commesso non è assoluzione, l’assoluzione è un’altra cosa ….’ (fonte: video ‘Giudice Caselli parla di Andreotti e la Mafia’ filmato di Arcoiris.tv http://youtu.be/eAB9lf6sSF4).

Quanto affermato dunque dallo Iovino è molto grave, in quanto lui vuole insinuare nella mente del lettore che Andreotti – secondo la Cassazione – può anche non avere commesso quel reato prima del 1980; quando invece la Cassazione esclude categoricamente tale ipotesi! Scandaloso!

Lo Iovino in realtà non ha fatto altro che prendere le falsità dell’avvocato Giulia Bongiorno (difensore di Giulio Andreotti nel processo) dette durante una trasmissione di Porta a Porta del 12 gennaio 2009 a proposito del processo Andreotti, contenute in questo suo intervento: ‘Mentre la sentenza della Corte d’Appello diceva che prima dell’80 ci sono dei fatti di suoi rapporti con la mafia e dopo no, quella della Cassazione, che è il terzo grado e che nessuno vuole andare a vedere, dice che nella parte anteriore al 1980 ci sono due verità alternative: la possibilità che lui avesse rapporti con la mafia o non li avesse. C’è una situazione di dubbio, per la quale però non ha senso tornare indietro e vedere quale delle due verità alternative perché è arrivata la prescrizione. Quindi è una cosa dubitativa, ben diversa dalla sentenza d’appello’, e ripeterle a pappagallo nel suo libro.

Peraltro Giulio Andreotti – che lo Iovino considera un suo maestro politico – ha scritto la prefazione al libro di Iovino ‘L’Apogeo di Stalin’, pubblicato nel 2009, dando lustro a questo suo libro (L’Apogeo di Stalin – Alessandro Iovino – LA16-2013 – A libro aperto – http://youtu.be/SVrDV_fkw3w – min. 8), e contribuendo a fargli vincere la sezione saggistica del Premio Letterario “Letizia Isaia” 2009!

E bene ha fatto l’avvocato Antonello Tomanelli del Foro di Bologna a confutare pubblicamente quelle falsità il 19 gennaio 2009. Ecco cosa ha scritto sul suo sito internet:

‘Ma le accuse a Santoro lasciano interdetti soprattutto se si considera la puntata di “Porta a Porta” del 12 gennaio, andata in onda solo tre giorni prima e dedicata ai 90 anni di Giulio Andreotti. Una puntata che Bruno Vespa ha condotto (questa sì) “al di fuori dei più elementari principi deontologici del giornalismo”, come invece si è espresso Fabrizio Cicchitto a proposito di “Annozero”. Ci si riferisce, in particolare, a quella parte della puntata che ha affrontato le vicende processuali di Andreotti. Proponendosi quella parte della puntata di approfondire la questione relativa al processo subìto da Andreotti per concorso esterno in associazione mafiosa (il “fatto”), logica giornalistica avrebbe voluto che quell’approfondimento venisse condotto con l’ausilio di soggetti non solo in rapporto diretto con quel fatto, ma anche (e soprattutto) attendibili. Ebbene, in studio, a parlare di quel processo (oltre a Pisanu, Cossiga e Macaluso, per ovvi motivi lontani dal “fatto”) vi erano lo stesso Andreotti e l’on. Giulia Bongiorno, l’avvocato che lo difese. Soggetti che hanno avuto sì un rapporto diretto con il “fatto”, ma che hanno tutto l’interesse a mentire. Infatti, è accaduto quello che ogni persona di buon senso si sarebbe aspettato: una clamorosa distorsione dei fatti, unicamente tesa a fugare ogni dubbio sull’onestà del senatore a vita. Ci si riferisce, in particolare, all’affermazione dell’avvocato Bongiorno sulla questione della tanto discussa prescrizione del reato di partecipazione all’associazione mafiosa fino alla primavera del 1980, quando Andreotti litigò furiosamente con il boss mafioso Stefano Bontate a seguito dell’uccisione, il 6 gennaio, di Piersanti Mattarella, democristiano e presidente della Regione Sicilia. Una lite che, secondo i giudici d’appello, avrebbe segnato la rottura dei rapporti tra Andreotti e la mafia. Vale la pena riportare integralmente l’intervento della Bongiorno: “Mentre la sentenza della Corte d’Appello diceva che prima dell’80 ci sono dei fatti di suoi rapporti con la mafia e dopo no, quella della Cassazione, che è il terzo grado e che nessuno vuole andare a vedere, dice che nella parte anteriore al 1980 ci sono due verità alternative: la possibilità che lui avesse rapporti con la mafia o non li avesse. C’è una situazione di dubbio, per la quale però non ha senso tornare indietro e vedere quale delle due verità alternative perché è arrivata la prescrizione. Quindi è una cosa dubitativa, ben diversa dalla sentenza d’appello”. Niente di più falso. Non è vero che la Corte d’Appello di Palermo ha accertato che Andreotti non ebbe più rapporti con la mafia dopo la primavera del 1980, ossia dopo la lite con Stefano Bontate. Al contrario, ha accertato che ebbe diversi contatti con esponenti mafiosi, ma li ha ritenuti insufficienti a fondare una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, assolvendo l’imputato ex art. 530, comma 2°, del codice di procedura penale (insufficienza di prove), dopo aver presupposto che l’attività di “concorso esterno” era cessata a seguito della lite con Stefano Bontate (e prescritto il relativo reato) e non si era più ricostituita. Ma la bugia della Bongiorno diventa clamorosa sulla sentenza della Corte di Cassazione. Innanzitutto, la Cassazione ha ritenuto incensurabile la sentenza della Corte d’Appello laddove individua il reato (prescritto) di concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1980. Altro che le “due verità alternative” e la “cosa dubitativa” di cui parla la Bongiorno! Ma vi è di più. Come già detto, per la Corte d’Appello la lite con Stefano Bontate è il segno della rottura dei rapporti tra la mafia e Andreotti. Dopo quella rottura Andreotti continua ad avere contatti con mafiosi, ma non così intensi da ritenere provato il concorso esterno nell’associazione mafiosa (meglio, non così intensi da provare la ricostituzione del rapporto con Cosa Nostra ritenuto cessato dopo quella lite). Ebbene, la Corte di Cassazione ha precisato che tale ragionamento si pone in contrasto con un orientamento giurisprudenziale consolidato, che ritiene configurabile la rottura del vincolo associativo “soltanto a seguito di recesso volontario o di esclusione del partecipe che devono essere accertati caso per caso in virtù di una condotta esplicita, coerente e univoca e non in base a elementi indiziari di valenza incerta”. A detta della Cassazione, i giudici d’appello hanno errato nel ritenere il recesso di Andreotti dal vincolo mafioso provato dalla lite con Stefano Bontate. Ma non potendo la Corte di Cassazione, che è giudice di legittimità, interpretare i fatti, ossia entrare nel merito, ha dovuto confermare la sentenza d’appello. Le cose, quindi, stanno in maniera molto diversa da quanto affermato dalla Bongiorno, che sostanzialmente presenta la sentenza della Corte di Cassazione quale “migliorativa” della posizione di Andreotti, quando in realtà è “peggiorativa”. Ma non poteva andare diversamente, con soggetti la cui posizione è, per ovvi motivi, antitetica rispetto a quell’obiettività che dovrebbe sempre caratterizzare l’informazione. Qui la violazione, da parte di Bruno Vespa, del dovere deontologico di verità, il caposaldo del diritto di cronaca e il più pregnante tra i doveri del giornalista, appare evidente, avendo fatto sì che la distorsione dei fatti divenisse altamente probabile invitando addirittura l’avvocato di Andreotti, senza nemmeno nessuno che potesse smentire quanto da lei affermato. Eppure, nessuna critica è stata mossa a quella puntata di “Porta a Porta” (fonte: http://www.difesadellinformazione.com/).

Avete notato come ha definito questo avvocato le affermazioni di Giulia Bongiorno sulla sentenza della Corte di Cassazione? Una bugia clamorosa. Ecco dunque come un avvocato considera quello che ha scritto lo Iovino nel suo libro, perchè in effetti si tratta di una bugia clamorosa!

Alla luce dunque di tutto ciò, leggere nel libro ‘Il ritratto di un principe’ quelle parole, significa che ci troviamo davanti a quello che il giudice Caselli ha definito ‘deformazione della verità’, che peraltro nelle ADI è una cosa abbastanza diffusa e che credo le parole menzognere di Iovino confermano ulteriormente. Nelle ADI infatti, per motivi interessati, hanno manipolato i libri di autori stranieri (come ho dimostrato nel caso di Charles Spurgeon, Myer Pearlman e Merrill F. Unger), le dottrine bibliche (il proponimento dell’elezione di Dio, il ritorno di Cristo ecc.), e la storia delle ADI (con l’omissione dell’alleanza delle neonate ADI nel 1947 con la Massoneria e il Vaticano per uscire dalla persecuzione)! Giudicate voi da persone intelligenti quello che dico.

E poi devo sentirmi dire da uno che deforma la verità che il mio libro contro la Massoneria è privo di scientificità, di metodologia di ricerca storica? Ma si ravveda e metta in pratica le parole dell’apostolo Paolo: “Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri” (Efesini 4:25)!’

Chi ha orecchi da udire, oda.

Giacinto Butindaro

Tratto da: http://giacintobutindaro.org/2013/07/10/la-clamorosa-bugia-di-alessandro-iovino-sulla-sentenza-della-cassazione-sul-processo-andreotti/

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