Casi in cui i cosiddetti padri hanno insegnato dottrine false non accettate dalla chiesa cattolica romana oggi

I cosiddetti padri della chiesa insegnarono delle dottrine false che vengono rigettate dalla Chiesa Cattolica. Meno male che si basano sulla tradizione dei cosiddetti ‘padri della Chiesa’. Ecco gli esempi che lo confermano:

ŸIreneo insegnava che i santi non vanno subito in cielo appena morti perché vi entreranno solo dopo la risurrezione: ‘Poiché il Signore ‘se n’è andato in mezzo all’ombra della morte’, dove erano le anime dei morti, poi è risorto corporalmente e dopo la risurrezione è stato elevato al cielo, è chiaro che anche le anime dei suoi discepoli, per i quali il Signore ha fatto queste cose, andranno nella regione invisibile, assegnata loro da Dio, e lì dimoreranno fino alla risurrezione, aspettando la risurrezione; poi riprenderanno i loro corpi e risusciteranno integralmente, cioè corporalmente, come risuscitò il Signore, e così andranno al cospetto di Dio. (…) Come dunque il nostro Maestro non se n’è andato appena si fu allontanato dal corpo, ma fu elevato al cielo dopo avere atteso il tempo della sua risurrezione stabilito dal Padre, il tempo indicato precedentemente per mezzo di Giona, ed essere risuscitato dopo tre giorni, così anche noi dobbiamo attendere il tempo della nostra risurrezione stabilito da Dio e preannunziato dai Profeti per poi risuscitare ed essere elevati al cielo, quelli che il Signore giudicherà degni di questo’ (Ireneo, Contro le eresie, Lib. V, 31,2). La chiesa cattolica non accetta questa dottrina di Ireneo, perché per essa in cielo ci vanno subito (cioè senza passare dal purgatorio) coloro che sono puri di ogni colpa, che non hanno nessuna pena temporanea da scontare in purgatorio; e dopo un certo tempo quelle anime che sono andate a purificarsi in purgatorio, e perciò ambedue le categorie di anime, per essa, ci vanno prima della risurrezione corporale..

ŸGiovanni Damasceno (VII – VIII sec.) annoverava i cosiddetti Canoni apostolici (una collezione di 85 canoni, la maggior parte di essi disciplinari e presi da locali concili Orientali del quarto secolo) tra i libri ispirati del Nuovo Testamento (cfr. John of Damascus, Writings – Orthodox Faith, Lib. IV, cap. 17, New York 1958, pag. 376).

Origene affermò la preesistenza delle anime cioè che l’anima dell’uomo non è stata creata assieme al corpo ma prima del corpo e poi è stata inserita nel corpo dall’esterno. Egli quindi sosteneva che gli uomini sulla terra venivano premiati o puniti da Dio in base a dei loro meriti o demeriti della loro precedente vita. Nei Principi affermò a riguardo di Giacobbe ed Esaù: ‘Allora, dopo avere esaminato più a fondo le scritture riguardo a Giacobbe ed Esaù, troviamo che non dipende da ingiustizia di Dio che prima di essere nati e di avere fatto alcunché di bene o di male – cioè in questa vita -, sia stato detto che il maggiore avrebbe servito al minore; e troviamo che non è ingiusto che nel ventre della madre Giacobbe abbia soppiantato suo fratello (…), se crediamo che per i meriti della vita precedente a ragione egli sia stato amato da Dio sì da meritare di essere preposto al fratello..’ (Origene, I Principi, Torino 1968, Libro II, 9, 7). Origene insegnava anche che tutti i peccatori, il diavolo e i demoni un giorno saranno salvati, infatti, parlando del fatto che un giorno tutti i nemici di Cristo saranno posti sotto i suoi piedi disse: ‘In che modo i nemici del salvatore siano posti dal padre come sgabello dei suoi piedi, conviene intenderlo degnamente, secondo la bontà di Dio (…) Infatti non dobbiamo credere che Dio ponga i nemici di Cristo come sgabello dei suoi piedi nello stesso modo in cui i nemici sono posti sotto i piedi dei re terreni che li sterminano (…) Invece Dio pone i nemici di Cristo come sgabello dei suoi piedi non per la loro distruzione ma per la loro salvezza (…) Vedi perciò che per tutti costoro soggezione significa salvezza dei sottomessi’ (Ser. Mat., 8; in op. cit., pag. 201). Questa dottrina è denominata apocatastasi [1]. E sempre Origene sosteneva che le pene per i malvagi non sono eterne. Per lui alla fine anche i peccatori, dopo un periodo di purificazione, saranno salvati.

Gregorio di Nissa insegnava l’apocatastasi come Origene; ecco quanto egli disse commentando le parole di Paolo : “Affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra” (Fil. 2:10): ‘A mio parere l’Apostolo divino, tenendo presenti nella sua profonda sapienza queste tre condizioni che si notano nelle anime, ha voluto alludere all’accordo nel bene che un giorno si stabilirà tra tutte le nature razionali (…) Con queste sue parole egli allude al fatto che, una volta distrutto il male dopo un lunghissimo periodo di tempo, non rimarrà altro che il bene. Anche queste nature, infatti, riconosceranno concordemente la signoria di Cristo’ (Gregorio di Nissa, L’anima e la risurrezione, Roma 1981, pag. 77), ed in un altro luogo dice: ‘Il proposito di Dio è uno solo: rendere possibile a tutti la partecipazione ai beni che si trovano in lui non appena il numero naturale di noi uomini avrà raggiunto la sua pienezza – parlo sia degli uomini che si sono purificati dal vizio già in questa vita, sia di quelli che, dopo questa vita, sono stati curati dal fuoco per un periodo di tempo conveniente, sia di quelli che in questa vita non hanno conosciuto né il bene né il male’ (Gregorio di Nissa, op. cit., pag. 132).

Ilario di Poitiers (nato tra il 310 e il 320 e morto nel 367) affermò che Gesù Cristo sulla croce non sentì dolore: ‘Su questa sua umanità, sebbene cadessero le percosse o giungessero le ferite o si avvolgessero i nodi o il corpo fosse appeso, tutte queste cose mostravano la violenza della passione, tuttavia non producevano il dolore della passione (..) il corpo di Cristo, per sua virtù, subì la violenza dei maltrattamenti che gli erano inflitti senza avvertire il dolore’ (Ilario, La Trinità, Torino 1971, Lib. 10,23, pag. 539,540).

ŸArnobio insegnava che Dio non era il creatore delle anime: ‘E poi? Solo noi ignoriamo, non conosciamo chi creò le anime, chi le formò…? (Arnobio, op. cit., Libro II, 58; pag. 79)’ e diceva che le anime dei peccatori erano mortali: ‘E invero sono precipitate giù e, ridotte al nulla, scompaiono per l’azione vanificante di una distruzione irrimediabile. Sono infatti di media qualità come si sa per l’insegnamento di Cristo, tali cioè che possono morire se non conoscono Dio (..) l’anima, ignorando Dio, sarà consumata mediante tormenti di lunghissima durata dal fuoco tremendo… Non c’è motivo, quindi, che ci inganni, non c’è motivo che ci faccia concepire speranze infondate quel che si dice da taluni pensatori recenti e fanatici per l’eccessiva stima di se stessi che, cioè, le anime sono immortali…’ (ibid.,Lib. II, 14-15; pag. 51).

ŸGiustino Martire insegnava che le anime dei credenti alla morte non vanno subito in cielo: ‘Che se voi vi siete imbattuti in sedicenti Cristiani che non facciano questa confessione, ma osino anche vituperare il Dio d’Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe, e neghino la risurrezione dei morti, sostenendo invece, che all’atto del morire, le loro anime siano assunte in cielo, non riteneteli per Cristiani’ (Dialogo con Trifone, LXXX) [2]. Giustino Martire insegnava pure che le pene per i dannati non saranno eterne, perché dopo un certo periodo di tempo saranno annichiliti.

Taziano (II sec.) insegnò un generale dissolvimento di tutto l’uomo tra la morte e la risurrezione.

Clemente d’Alessandria (II-III sec.) disse che la filosofia conduceva alla conoscenza di Dio infatti dopo avere citato alcune dichiarazioni di alcuni filosofi disse: ‘Bastano anche queste affermazioni scritte da pagani per ispirazione di Dio e da noi scelte, per condurre alla conoscenza di Dio chi è capace anche in piccola misura di scoprire la verità’ (Clemente Alessandrino, Il protrettico, Torino 1971, Cap VI, 72,5; pag. 142). Sempre lui affermò che Gesù non ebbe né fame né sete perché se egli mangiò e bevve lo fece solo per dimostrare la sua natura umana e non per necessità, ecco cosa dice infatti nel suo libroStromata: ‘Lo ‘gnostico’ è tale che soggiace soltanto alle passioni che sono in funzione del mantenimento del corpo, come fame, sete e simili. Quanto al Salvatore, invece, sarebbe ridicolo pensare che il corpo, in quanto corpo, richiedesse i necessari servigi per il mantenimento; non è che Egli mangiasse a causa del corpo, che era tenuto in vita da una santa potenza, ma perché in chi lo frequentava non si insinuassero falsi pensieri intorno a Lui, come in effetti alcuni poi credettero che Egli si fosse manifestato solo in apparenza. In realtà Egli era assolutamente immune da passione; nessun moto di passione penetrava la sua persona, né piacere né dolore’ (Clemente Alessandrino, Stromata, Torino 1985, Lib. VI, cap. 9; pag. 706). Clemente diceva anche che gli apostoli alla loro morte evangelizzarono le anime nell’Ades: ‘..gli apostoli, seguendo il Signore, evangelizzarono anche quelli che si trovavano nell’Ade; evidentemente era necessario che i migliori discepoli diventassero imitatori del Maestro anche là..’ (Clemente Alessandrino, op. cit., Lib. VI, 45,5: pag. 688-689). Un’altra strana dottrina di Clemente era quella che sosteneva che il peccato che commisero i nostri progenitori nel giardino d’Eden, fu di natura sessuale.

Tertulliano insegnava il traducianesimo materialista, ossia la teoria secondo la quale le anime vengono trasfuse ai figli dai genitori mediante il seme materiale. Ecco la sua dichiarazione: ‘In che modo dunque è stato concepito l’essere vivente? Essendosi formata insieme la sostanza sia del corpo che dell’anima o formandosi prima una di queste due? Noi affermiamo che entrambe queste sostanze vengono concepite, fatte e portate a compimento nello stesso momento, proprio come nello stesso momento vengono anche fatte uscire, e diciamo anche che non vi è alcun momento all’atto del concepimento in cui venga stabilito un ordine di precedenza (…) L’anima inseminata nell’utero insieme con la carne riceve insieme con essa anche il sesso..’ (Tertulliano, L’anima, Venezia 1988, 27,1; 36,2; pag. 125,157). La chiesa cattolica romana rigetta questa dottrina infatti afferma: ‘..un cattolico non può sostenere nessuna specie di traducianesimo: quello materialista perché eretico (esso nega infatti la spiritualità dell’anima)…’ (Enciclopedia Cattolica, vol. 12, 415). Sempre Tertulliano insegnava che solo le anime dei fedeli morti martiri andavano subito in cielo, le anime degli altri invece scendevano negli inferi e precisamente nel seno d’Abramo. Ecco quello che egli disse: ‘Finché la terra è intatta, per non dire chiusa, essa non apre a nessuno il cielo. Il regno dei cieli infatti verrà aperto con la fine del mondo (…) Quanti sperimentano questa nuova morte in nome di Dio, violenta appunto come quella di Cristo, sono accolti in un luogo diverso e particolare (…) La sola chiave del paradiso è il tuo sangue. Vi è anche un mio libro sul paradiso, in cui ho mostrato che tutte le altre anime rimangono negli inferi fino al giorno della seconda venuta del Signore’ (Tertulliano, op. cit., 55:3,5; pag. 207). Tertulliano affermava che per i credenti l’omicidio, l’idolatria, la frode, l’adulterio e la fornicazione e qualsiasi altra profanazione del tempio di Dio sono peccati imperdonabili (cfr. Tertullien, La Pudicité, Paris 1993, XIX 25,26; pag. 261). Tertulliano affermava che tutti coloro che non si erano ancora sposati dovessero rimandare il battesimo: ‘Per motivi non meno seri dovrebbero rimandare il loro battesimo tutti quelli che non si sono ancora sposati; molti pericoli e molte prove stanno davanti a loro, si tratti di gente ancora vergine che sta crescendo negli anni o di gente vedova che non sa ancora che pesci pigliare..; costoro dovrebbero rimandare il battesimo fino a quando non si siano decisi o a sposarsi o a impegnarsi con coraggio nella castità’ (Tertulliano, Il battesimo, Roma 1979, pag. 163).

Agostino affermò che i bambini che non si comunicavano sotto le due specie non potevano essere salvati; ‘Nessuno senza il Battesimo ed il sangue del Signore può sperare la salvezza e la vita eterna; invano, senza questi sacramenti, la vita eterna è promessa ai bambini’ (Agostino, De pec. mer. et remiss. 1,24,34: citato da Bernardo Bartmann, Teologia Dogmatica, vol. III. pag. 193. Ricordo che questa dottrina è stata condannata dal concilio di Trento). Agostino sosteneva il traducianesimo spiritualista, che si differenziava da quello materialista di Tertulliano in quanto secondo esso l’anima del figlio deriverebbe dall’anima del genitore. Ecco come si espresse: ‘Come una fiaccola ne accende un’altra senza che la fiamma comunicante perda nulla della sua luce, così l’anima si trasmette dal padre al figlio’ (Agostino, Ep., 190, 15: citato nell’Enciclopedia Cattolica, vol. 12, 415). Anche questo tipo di traducianesimo è rigettato dalla chiesa cattolica romana: ‘..un cattolico non può sostenere nessuna specie di traducianesimo… quello spiritualista (sia che faccia derivare l’anima del figlio da un seme spirituale, sia che attribuisca all’azione dei genitori un’attività creatrice) perché erroneo’ (Enciclopedia Cattolica, vol. 12, 415). Agostino insegnava che le relazioni carnali in ambito matrimoniale erano legittime solo se avevano il fine di procreare altrimenti costituivano dei peccati. Egli infatti ebbe a dire: ‘Quanto al fatto che i coniugati cedano alla concupiscenza usando il loro rapporto matrimoniale al di là di quello che è necessario per la procreazione dei figli, anche questo lo pongo tra le cose per le quali ogni giorno noi preghiamo: Perdona le nostre offese come noi perdoniamo a chi ci ha offeso’ (Agostino, Discorsi, Roma 1989, Discorso 354/A), ed anche: ‘…rendere il debito coniugale non è affatto una colpa, esigerlo oltre la necessità di procreare è un peccato veniale’ (Agostino, La Dignità del matrimonio, Roma 1982: pag. 100) [3]. La chiesa papista attualmente contraddice il suo padre Agostino perché non reputa peccato le relazioni carnali che non hanno come fine la procreazione (mentre Agostino come abbiamo visto le considerava dei peccati) ed è a favore del controllo delle nascite (a cui Agostino si opponeva perché era per la procreazione a tutti i costi). Però di un controllo delle nascite che non si basa su mezzi come l’aborto, l’interruzione dell’atto, sterilizzazione e antifecondativi chimici e meccanici (questi mezzi sono dichiarati da essa illeciti), ma su altri mezzi come l’astensione dell’atto coniugale per sempre (continenza assoluta) o per un tempo determinato (continenza temporanea) o soltanto periodicamente nelle presunte epoche di fecondibilità. Questi mezzi, quando sono accompagnati da ‘motivi morali sufficienti e sicuri, rendono lecita una regolazione della prole’ (Pio XII, Discorso alle ostetriche del 29 ott. 1951, in Civ. Catt. 1951, IV, p. 53; citato nell’Enciclopedia Cattolica alla voce ‘nascite controllo’ (vol. VIII, 1663). cfr. Jean-Marie Aubert, Compendio della morale cattolica, Cinisello Balsamo (MI) 1989, pag. 354-355).

Atenagora definì adulterio le seconde nozze: ‘La norma della nostra vita non consiste nell’esercizio delle parole ma nel dimostrare ed insegnare con le opere: si rimane come si è nati oppure ci si accontenta di un solo matrimonio. Le seconde nozze non sono altro che un decoroso adulterio (…) E chi si separa dalla prima moglie, anche se questa è morta, è un adultero dissimulato e agisce contro la mano di Dio perché Dio al principio plasmò un solo uomo e una sola donna, trasgredisce in tal modo la comunione di carne con carne, secondo l’unità che si realizza nell’unione delle persone’ (Atenagora, Le opere, Siena 1974, XXXIII, pag. 64) [4].

Lattanzio negò la divinità di Cristo. Nel suo libro Istituzioni divine fece le seguenti affermazioni: ‘Dio, che è il Modellatore e il Fondatore delle cose, come abbiamo detto nel secondo libro, prima di intraprendere questa opera del mondo, generò il santo e incorruttibile spirito che Egli chiamò Suo Figlio. E nonostante Egli dopo ne creò innumerevoli altri, che noi chiamiamo angeli, questo solo è il Suo Primogenito Figliuolo, degno dell’appellativo del Divino Nome, cioè, Egli possiede il potere e la maestà del Padre’ (Lactantius, The Divine Institutes, Washington 1964, Lib. 4, cap. 6: pag. 255); ‘In primo luogo noi attestiamo che Egli nacque due volte; prima, nello spirito, più tardi, nella carne’ (Lactantius,op. cit., Lib. 4, cap. 8: pag. 258-259); ‘Perché nella prima nascita spirituale Egli fu senza una madre dato che fu generato da Dio il Padre solamente, senza la funzione di una madre. Nella seconda, quella secondo la carne, Egli fu senza un padre, dato che fu formato in un seno vergine senza la funzione di un padre…’ (ibid., Lib. 4, cap. 13: pag. 273). Lattanzio insegnava anche che dopo la morte tutte le anime ‘sono trattenute in una custodia comune, fino a che giungerà il tempo in cui il Grande Giudice terrà l’esame dei meriti’ (ibid., Lib. 7, cap. 21: pag. 526).

Girolamo per scoraggiare una vedova di nome Furia dal risposarsi le scrisse: ‘Quante spine porti con sé il matrimonio, l’hai constatato a tue spese durante la vita matrimoniale. Te ne sei saziata fino alla nausea, come gli Ebrei della carne di quaglia. Il tuo palato ha provato l’amarezza infinita del fiele, hai vomitato cibi acidi e malsani, hai mitigato l’arsura dello stomaco; perché vorresti ancora ingerire cose che ti sono state di danno? proprio come un cane che ritorna ai cibi vomitati, o un maiale al fango dove s’è voltolato? Persino gli animali che non hanno la ragione, compresi gli uccelli migratori, non vanno a ricadere nelle medesime trappole e reti! (…) L’uomo che una madre porta in casa ai figli non è un padrigno ma un nemico; è tutt’altro che un padre; è un tiranno (….) Confessa apertamente i tuoi desideri poco puliti! Nessuno, giustamente, va a marito per non dormire poi col marito’ (Girolamo, Le lettere, Roma 1962, vol. 2, pag. 37,50). Ecco con che termini dispregiativi si esprimeva Girolamo attorno al matrimonio che voleva contrarre una vedova. Sempre Girolamo nel commento ai Galati disse che Paolo quando rimproverò Pietro dicendogli: “Se tu, che sei Giudeo, vivi alla Gentile e non alla giudaica, come mai costringi i Gentili a Giudaizzare?” (Gal. 2:14) usò una menzogna strategica. Per confermare questo citiamo una affermazione dello stesso Girolamo presa da una sua lettera scritta ad Agostino: ‘In secondo luogo mi chiedi perché nei Commentari sulla lettera ai Galati ho detto che Paolo non ha potuto riprendere Pietro per un fatto compiuto pure da lui stesso, cioè riprendere un altro di simulazione, di cui egli stesso era colpevole. Tu invece sostieni che il rimprovero dell’Apostolo non fu finto, ma autentico e che perciò io non dovrei insegnare che lì si tratta di menzogna, ma che tutto ciò che sta scritto nella Bibbia deve essere inteso come sta scritto’ (Le Opere di sant’AgostinoLe Lettere, 1969, 75, 3,4, pag. 601). Ma Girolamo, per difendere la condotta di Pietro ad Antiochia, si spinge ad accusare Paolo di avere simulato anche lui, in altre parole di avere agito in alcune circostanze anche lui come Pietro, e perciò egli non doveva rimproverare Pietro come fece, infatti dopo avere citato i passi della Scrittura dove Luca racconta che Paolo tornato a Gerusalemme, dietro consiglio dei fratelli, prese quattro fratelli che avevano fatto un voto e, dopo essersi purificato, entrò nel tempio annunziando di volere compiere i giorni della purificazione, fino alla presentazione dell’offerta per ciascuno di loro, Girolamo afferma: ‘Oh, Paolo! Anche a proposito di questo fatto ti domando: ‘Perché mai ti facesti radere la testa? Perché mai hai fatto la processione a piedi nudi secondo il rito giudaico? Perché mai avresti offerto sacrifici e per te sarebbero state immolate vittime prescritte dalla Legge mosaica?’ Certamente risponderai: ‘Perché non si scandalizzassero i Giudei convertiti’. Ti fingesti dunque Giudeo per salvare i Giudei. E questa simulazione ti fu insegnata da Giacomo e dagli altri seniori: eppure non riuscisti a scamparla (…) Abbiamo visto che Pietro e Paolo finsero l’uno come l’altro d’osservare i precetti della Legge per paura dei Giudei. Con quale faccia, allora, con quale ardire ha potuto Paolo biasimare l’altro di una mancanza commessa pure da lui stesso?’ (op. cit., 75, 3,10-11; pag. 613) [5]. In altre parole, per Girolamo, Pietro ad Antiochia fece solo finta di osservare la Legge per non fare allontanare i Giudei dalla fede in Cristo (e quindi si comportò bene), e Paolo usò una bugia strategica per calmare gli animi perché anche lui altre volte faceva finta di osservare la legge per non scandalizzare i Giudei credenti.

Ora, queste strane dottrine qui sopra citate neppure la chiesa cattolica romana le accetta, ma rimane il fatto che esse erano proclamate da quelle stesse persone che lei prende per sostenere la sua tradizione. Quindi la tradizione dei suoi padri, secondo lei, si suddivide in una parte buona e in una cattiva; in una parte vera e in un altra mendace; la prima è da accettare la seconda no. Quindi neppure lei venera la sua tradizione al pari delle Scritture, perché non accetta tutto quanto quello che i suoi padri hanno detto. E questo naturalmente essa è costretta a farlo perché riconosce le contraddizioni che ne deriverebbero se dovesse accettare tutto quello che essi hanno detto. Ha deciso perciò di accettare solo quei loro insegnamenti che piacciono a lei e che le servono a confermare le sue presenti tradizioni. Il fatto è però che anche quegli insegnamenti dei cosiddetti padri che lei ha preso per sostenere la sua tradizione sono mendaci e sono da rigettare, ma lei li ritiene e li venera perché sono per lei una fonte di guadagno.

Per ciò che ci riguarda, le eresie dei cosiddetti padri sopra citate ci mostrano come quegli uomini non si possono citare affatto come autorità, come invece viene fatto dalla chiesa romana, e non sono per nulla degni di fiducia come lo sono invece i profeti e gli apostoli. Certo, è vero che non tutto quello che essi dissero è falso ma rimane il fatto che non ci si deve per nulla appoggiare a loro nella comprensione delle Scritture se non si vuole rimanere ingannati dai loro errori così tanto diffusi nei loro scritti. Ricordatevi che i Cattolici romani sono rimasti ingannati non dalle Scritture, perché esse non ingannano nessuno, ma dalle interpretazioni arbitrarie date alle Scritture dai loro cosiddetti padri. Perciò vi esorto ad essere molto prudenti nel caso doveste leggere gli scritti di Agostino, di Girolamo, di Tertulliano, di Clemente d’Alessandria, di Origene e degli altri cosiddetti padri della chiesa.

NOTE

[1] Termine greco che etimologicamente significa ‘rimettere una cosa al suo posto primitivo’, e che nella Scrittura è usato una sola volta, quando Pietro dice: “..il cielo deve tenere accolto (Gesù) fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose… (apokatastasis)” (Atti 3:21). Superfluo dire che Pietro quando parlò dell’apocatastasi non intese dire che un giorno anche i peccatori, il diavolo, gli angeli ribelli e i demoni, saranno salvati.

[2] E’ vero che la chiesa papista dice che i giusti che muoiono non vanno subito in cielo, ma la dottrina è diversa da quella di Giustino perché secondo essa le anime dei giusti se ne vanno prima in purgatorio ad espiare le loro colpe per poi andare in cielo prima della risurrezione corporale.

[3] Alla luce delle Scritture questa dottrina è falsa perché, quantunque marito e moglie non devono fare nulla per impedire il concepimento perché questo è un atto di ribellione a Dio, si fa passare la relazione carnale nell’ambito della coppia che non può avere o non può più avere figli o durante il periodo di infecondibilità come peccato quando la Scrittura non la definisce tale perché dice: “Il marito renda alla moglie quel che le è dovuto; e lo stesso faccia la moglie verso il marito” (1 Cor. 7:3).

[4] Facciamo notare a tale riguardo che agli occhi di Dio le seconde nozze mentre uno dei coniugi è ancora in vita sono adulterio, ma le seconde nozze dopo la morte del coniuge non costituiscono affatto adulterio come invece asseriva Atenagora.

[5] Confutiamo le asserzioni di Girolamo. Innanzi tutto Paolo non mentì perché sempre ai Galati ha detto poco prima: “Ora, circa le cose che vi scrivo, ecco, nel cospetto di Dio vi dichiaro che non mentisco” (Gal. 1:20). E poi ricordiamo che tra il comportamento tenuto da Paolo con i Giudei in alcune circostanze della sua vita e quello tenuto da Pietro ad Antiochia c’è una grande differenza. Quello di Paolo non era da condannare perché lui si faceva Giudeo con i Giudei per guadagnarli a Cristo, e con i credenti che venivano dal Giudaismo si faceva Giudeo per fare capire loro che egli non disprezzava la legge di Mosè; mentre quello di Pietro ad Antiochia era da condannare perché lui per paura dei Giudei si ritirò dai Gentili, con i quali prima mangiava, e cominciò ad imporre ai Gentili l’osservanza della legge di Mosè affinché fossero giustificati. In sostanza mentre Paolo, quando si faceva osservatore della legge con i Giudei, lo faceva per non essergli d’intoppo, e non imponeva loro – come neppure ai Gentili – l’osservanza della legge per la loro giustificazione perché egli predicava che si viene giustificati soltanto mediante la fede e non per le opere della legge; Pietro ad Antiochia era da condannare perché lui costringeva i Gentili ad osservare la legge per essere giustificati per la legge. Le cose sono completamente differenti dunque. Quindi Pietro si mise a simulare e con lui altri; ma quando Paolo vide che non procedevano dirittamente rispetto al Vangelo, allora rimproverò Pietro. A giusta ragione, a testa alta, senza temere di essere svergognato da alcuno perché lui quantunque fosse Giudeo non costringeva i Gentili (e neppure i Giudei) ad osservare la legge per essere giustificati, come invece fece Pietro ad Antiochia.

Tratto dal libro di Giacinto Butindaro ‘La Chiesa Cattolica Romana’ pag. 238-241

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