Il papa è successore di Pietro e Capo della Chiesa?

Oggi, nel mondo religioso e non, si discute molto sul primato del papa: c’è chi ritiene, anche in ambito non cattolico, la sua figura come utile e necessaria. Noi sappiamo una cosa sola: che è un ruolo, che Gesù non ha mai voluto né autorizzato e che Pietro non ha mai ricoperto.

Introduzione

Fra i discepoli di Gesù, Pietro è certamente quello che emerge sia per le sue molteplici dimostrazioni di fede, sia per le sue cadute. Il suo nome era Simone, ma Gesù gli diede il nome di Pietro.
Egli aveva una natura ardente, un temperamento vivace, impetuoso; era un uomo franco, aperto, schietto, energico, pieno d’entusiasmo, ma talvolta anche presuntuoso: faceva troppo assegnamento sulla propria forza morale, mentre, poi, il timore aveva su di lui il sopravvento.
Quando Gesù lo chiamò per farne un suo discepolo, abbandonò prestamente ogni cosa e lo seguì. Questo non fu un sacrificio lieve, ma Pietro non se ne pentì mai. Con Gesù percorse la Galilea, la Giudea, la Samaria. Ovunque andava Gesù, egli era al suo seguito. Fu scelto da Gesù per seguirlo, sul monte della trasfigurazione. Egli era anche tra coloro che più da vicino, avrebbero dovuto pregare con Gesù nell’orto del Getzemane.
A lui Gesù predisse il martirio; infatti, così ci è tramandata unanimemente la testimonianza di vari scritti antichi, della morte con la quale avrebbe glorificato il suo Signore.
L’episodio che, senza alcun dubbio, lo ha reso celebre a tutti i posteri Cristiani, è quello in cui Gesù ebbe a dirgli:
“E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere” (Mt 16:18).
In realtà sono molti quelli che conoscono queste parole, ma sono pochi quelli che conoscono l’intero episodio e sanno coniugarlo con tutti gli avvenimenti che lo riguardano. Rileggiamo perciò per intero quello che è scritto in Matteo 16:13,20:
“Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» Essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti». Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo.”
Il magistero della Chiesa Cattolica, in queste parole rivolte da Gesù a Pietro, vede la sua elevazione a capo della Chiesa. Capo della Chiesa è il Vescovo di Roma, cioè il Papa, che secondo lo stesso magistero, è il legittimo successore di Pietro.
In occasione della incoronazione del Vescovo di Roma, il Cardinale preposto a porre la tiara sul capo del Pontefice neo eletto pronunzia queste parole:
“Ricevi la tiara adorna di tre corone, e sappi che sei il padre dei Principi e dei Re, il reggitore del mondo, il Vicario in terra del Salvatore nostro Gesù Cristo, cui è onore e gloria nei secoli dei secoli” (così ha scritto Silvio Romani nella Enciclopedia del Cristianesimo, alla voce: “Incoronazione”).

La domanda a cui desidero rispondere mediante il presente studio è questa: Con le parole pronunziate da Gesù rivolte a Pietro, come abbiamo letto nel Vangelo di Matteo, è vero che Gesù ha eletto Pietro a capo della Chiesa? E, se eventualmente, quelle parole non costituiscono l’elezione di Pietro a capo della Chiesa, che significato hanno?

“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”

Abbiamo già letto l’intero dialogo fra Gesù e Simon Pietro mentre erano in Cesarea di Filippi. Il testo che tratteremo in questa prima parte come ho detto nell’introduzione riguarda Matteo 16:17,18:
“Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere.”
Il magistero della Chiesa Cattolica afferma che Gesù , con queste parole, ha costituito Pietro, capo di tutta la Chiesa Cristiana, e che il Vescovo di Roma, il Papa, è il suo legittimo successore. Nella Costituzione “De Ecclesia” del concilio Vaticano Secondo, è stata ribadita questa dottrina fondamentale della Chiesa Cattolica. In essa leggiamo infatti:
“Certamente Pietro fu costituito da Gesù Pietra Fondamentale della sua Chiesa e Pastore supremo di tutto il gregge, donde il suo Primato sui fedeli e sugli Apostoli che si perpetua nel Romano Pontefice, successore di Pietro” (Costituzione “De Ecclesia”: Ed. Città Nuova, pag. 14).
L’autore cattolico Silvio Romani dice ancora:
Se successore di S. Pietro non è il Papa, non è nessun altro: così nessuna Chiesa sarebbe la Chiesa di Cristo, ed il Cattolicesimo, fondato da Cristo, come Cristo l’ha voluto, sarebbe stato liquidato da Nerone con la morte di Pietro, e Cristo nella sua più solenne promessa, sarebbe stato smentito dal fatto, appena un trentennio dopo. Il Papa, dunque, è investito degli stessi poteri e doveri di Pietro e delle sue stesse prerogative, come la Chiesa da venti secoli confessa”. (Silvio Romani nella Enciclopedia del Cristianesimo alla voce“Papa”).
Lo stesso Romani, parlando del primato di Pietro, dice alla voce “Primato”:
“Primato: sommo potere conferito da Gesù a Pietro, che racchiude non soltanto una preminenza onorifica, ma anche una vera e propria autorità e giurisdizione su tutti gli altri Apostoli. Dal Vangelo risulta chiaramente la promessa di questo primato: (tu sei Pietro etc.) e il conferimento (pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle). Dagli Atti degli Apostoli risulta poi, che Pietro, consapevole di questa giurisdizione, la esercitò fortemente nella Chiesa primitiva e nessuno osò negargliela come un’usurpazione indebita”.

Poniamoci allora alcune domande:
• “È vero che Pietro è stato costituito da Cristo Capo della Chiesa?”
• “È vero che ha esercitato il Primato in seno alla Chiesa primitiva?
• “È vero Che nessuno osò negarglielo come fosse una usurpazione?”
Vi sono varie ragioni per respingere tutte queste affermazioni.
Ora vedremo le ragioni che escludono il primato di Pietro.

Una indispensabile premessa

La dichiarazione di Gesù: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” è riportata soltanto dall’evangelista Matteo. Gli altri tre evangelisti hanno tutti e tre raccontato l’episodio della testimonianza di Pietro e tutti e tre concludono il loro dire con le parole che Pietro rivolge a Gesù dicendogli: “Tu sei il Cristo , il Figlio dell’Iddio vivente” (Mc 8:29; Lu 9:20; Gv 6:68, 69). Tutti e tre gli Evangelisti omettono il resto dell’episodio. Quindi apprendiamo solo da Matteo che Gesù ha detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
Come mai gli altri tre evangelisti omettono questa frase rivolta da Gesù a Pietro?
Secondo alcuni, questa risposta di Gesù sarebbe stata interpolata nel IV secolo per sostenere la tesi che Pietro era stato costituito da Cristo capo di tutta la Chiesa e che il Vescovo di Roma ne era l’unico e legittimo successore. Questa opinione, però, non ha alcun fondamento storico ed è da rigettare: la Parola non può avere mistificazioni di sorta. Inoltre è da notare che se il passo fosse stato interpolato ad arte, non avrebbe lasciato la porta aperta alle discussioni, ma sarebbe stato interpolato in modo diverso, con parole meno equivoche, che non avrebbero lasciato alcun dubbio. Inoltre l’avrebbero aggiunto anche negli altri Evangeli! È, quindi, più credibile che il passo sia autentico. Anzi, al momento opportuno, vedremo come esso ha un grande valore, anche se non ha lo stesso significato che gli attribuisce la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, in genere e in particolare: dal Concilio Vaticano II in po. Il passo, quindi, è da ritenersi autentico.
Come spiegare dunque, l’omissione da parte degli altri tre evangelisti, di quelle parole? È certo che, se Gesù avesse voluto mettere Pietro a capo della Sua Chiesa, l’omissione di questa costituzione sarebbe grave. Ma noi sappiamo che gli evangelisti hanno scritto gli Evangeli sotto la guida e l’ispirazione dello Spirito Santo, questo esclude che possa esserci stata una tale omissione. Da bravi conoscitori del messaggio di Gesù, essi sapevano che il Maestro con quelle parole da loro omesse, non intendeva elevare Pietro a capo della Cristianità, la Sua Chiesa Universale, quindi l’omissione non è un fatto che mette sott’accusa la Parola scritta, ma, come vedremo, sott’accusa sono quelli che rivoltano i concetti fondamentali della Parola di Dio. Molte cose hanno dovuto omettere gli evangelisti nei loro Evangeli, anche per motivi di spazio; l’evangelista Giovanni lo ha dichiarato dicendo: (21:25) “Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero”(Gv 21:25). Gli Evangelisti si sono limitati a riportare i fatti salienti, e per gli altri tre Evangelisti i fatti salienti, più importanti relativi alla conversazione di Gesù con i Suoi discepoli in Cesarea di Filippi, erano costituiti dalla confessione di fede di Pietro: “Tu sei il Cristo il Figlio dell’iddio vivente”. Giovanni nel suo Evangelo lo dichiara solennemente, dicendo: “Ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Gv. 20:31). Per i tre Evangelisti, o sarebbe meglio dire: per Lo Spirito Santo, le parole che Gesù rivolse a Pietro non erano tanto importanti quanto quelle della confessione di fede di Pietro a Gesù; del resto, come vedremo in seguito, le parole di Gesù erano una ripetizione delle parole di Pietro e ne sottolineavano il valore, ma non costituivano il fatto nuovo della presunta elevazione di Pietro a Capo dei credenti. Per questo quelle parole non sono scritte nei vangeli di Marco, Luca e Giovanni.

Un errore da evitare

Nelle parole di Gesù rivolte a Pietro, che costituiscono l’oggetto del nostro studio, osserviamo che Gesù disse: “Tu sei Pietro ed io su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il significato greco di questi due vocaboli impiegati nel Sacro Testo è diverso: Petros significa ciottolo, una qualunque pietra; Petra, invece, significa roccia, macigno. Una più precisa traduzione del testo originale sarebbe questa: “Tu sei un ciottolo, ed io su questa roccia (la tua affermazione) edificherò la mia Chiesa”. Questa più precisa traduzione del testo originale greco eviterebbe l’errore che induce a confondere il significato di “petros” con “petra”. Cristo, infatti, non ha edificato la Sua Chiesa su un ciottolo qualunque, ma l’ha edificata sulla “roccia”. Chi sia questa roccia lo vedremo più avanti; e se a noi è difficile comprendere il senso delle parole di Gesù, non era difficile per i discepoli, sapere che la Roccia è Cristo, come dice Paolo in 1 Corinzi 10:4 (bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo), l’affermazione di Pietro: “Tu sei il Figliuolo dell’Iddio vivente”, era il riconoscimento della persona di Gesù, che il Padre aveva mandato nel mondo come Messia e Salvatore di tutti i credenti. Proprio per questa ragione Gesù ebbe a dirgli: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico:Tu sei Pietro, (un ciottolo) e su questa pietra (la roccia, l’affermazione da te espressa) edificherò la mia Chiesa” (Mt 16:17,18).
È indispensabile evitare l’errore di confondere la petra, che è la roccia, con il petros che è il sasso, il semplice ciottolo.
Evitando questo errore, il testo appare più chiaro.

Una disputa molto significativa

Nell’Evangelo di Luca leggiamo quanto segue:
“Fra di loro (i discepoli) nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev’essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve (Lu 22:24-27)
Questa contesa avvenne tra i discepoli dopo aver celebrato l’ultima cena con il loro Signore, quando cominciarono a intuire che Gesù parlava della Sua morte. Questa avvenne, quindi, molto tempo dopo che Gesù ebbe a dire a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Orbene, se con queste parole Gesù avesse costituito Pietro capo della Chiesa, questa contesa fra i discepoli non sarebbe sorta, perché essi avrebbero ben saputo che Gesù aveva costituito Pietro come loro futuro capo. Ma essi disputavano per sapere chi di loro fosse reputato maggiore, perché alle parole rivolte da Gesù a Pietro non avevano dato il significato di una elezione a capo della Chiesa.
Qualcuno può osservare che i discepoli non avevano compreso le parole di Gesù, come del resto non avevano compreso molte altre cose, altrettanto importanti. Anche ammettendo questa ipotesi, l’episodio narrato da Luca, non si ferma alla disputa fra i discepoli, ma ha anche un seguito: Luca ci dice che Gesù intervenne nella loro disputa. Orbene, se Gesù avesse costituito Pietro come capo della Chiesa, avrebbe detto loro: “Perché disputate? Non ricordate che in Cesarea di Filippi ho costituito Pietro come vostro capo e capo della Chiesa?”. Al contrario, invece, Gesù intervenne per dichiarare loro che nessuno doveva ambire al primato per signoreggiare sul gregge, ma che coloro che avessero voluto essere grandi dinanzi agli occhi dell’Eterno, avrebbero dovuto comportarsi da servi, come Egli si era comportato, servo. Con il Suo intervento Gesù elimina l’idea che, con le parole rivolte a Pietro in Cesarea di Filippi, lo abbia costituito Principe degli Apostoli e capo di tutta la Chiesa.

Uguaglianza fra i discepoli

L’Evangelista Matteo, lo stesso che ha riportato nel suo Vangelo le parole di Gesù che noi stiamo esaminando, riporta un altro discorso che Gesù fece ai suoi discepoli in un’altra circostanza; infatti, Gesù ebbe a dir loro:
“Ma voi non vi fate chiamare «Rabbì»; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo”.
Anche questo discorso, è stato fatto dopo aver detto a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa” e anche qui dissipa ogni idea di primato. Con questa Sua dichiarazione, Gesù stabilisce due principi:

1. La perfetta eguaglianza fra i discepoli; nessuno di loro avrebbe dovuto farsi chiamare dagli altri: Maestro, Padre, Guida, dovendosi fra loro considerare tutti fratelli, nessuno maggiore degli altri.

2. Con questa categorica proibizione di farsi chiamare dagli altri uomini: Maestro, Padre, Guida, ci dice che questi attributi appartengono a Dio Padre e a Lui solo.

Gesù aveva stabilito l’uguaglianza di tutti gli apostoli e di tutti i membri della Chiesa, locale e universale nella quale solo lo Spirito Santo è il suo degno rappresentante, e non un uomo: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quello che v’ho detto” (Gv 14:26). È Lui il delegato, il Vicario, non un uomo! Perciò, Egli ha proibito ai discepoli di tutti i tempi, di assumere le funzioni di capo di tutta la Chiesa. Ne consegue che chi si appropria di questi attributi, se ne appropria arbitrariamente, usurpando ciò che appartiene a Dio.
Per questa ragione Gregorio I detto Magno, Vescovo di Roma, scrisse una lettera al Patriarca metropolitano di Costantinopoli, Giovanni, il Digiunatore, che aveva assunto il titolo di Vescovo Universale, dicendogli: “Io dichiaro positivamente e liberamente che chiunque si fa chiamare Vescovo Universale, o vuole che gli si dia un tale titolo, ha l’orgoglio ed il carattere dell’anticristo, di cui egli è il precursore”. (Ep.VI, 80: citata da E. Meynier: in Storia dei Papi, tipografia Alpina Torre Pellice 1932 pag. 71).

Pietro non ha mai esercitato le funzioni di Capo della Chiesa. Dopo l’ascensione di Gesù in cielo, non ha mai esercitato le funzioni di principe degli apostoli e della Chiesa. Vi furono, infatti, dei provvedimenti presi dalla Chiesa, che se essa avesse avuto un capo, sarebbero stati presi solo da Pietro. Dalla Parola di Dio risulta invece che nessuna particolare funzione sia stata mai compiuta da Pietro. Anzi. Esaminiamo alcuni esempi:
• L’elezione del dodicesimo apostolo: l’apostolo Pietro, in un discorso rivolto alle circa 120 persone radunate, fece loro rilevare che il tradimento di Giuda e il suo successivo suicidio avevano fatto scendere il numero dei discepoli da 12 a 11. e qui suggerì di procedere all’elezione del dodicesimo apostolo scegliendolo fra coloro che erano stati in compagnia di Gesù a cominciare dal battesimo di Giovanni sino alla Sua ascensione. Ad eleggere il dodicesimo apostolo, però, non fu Pietro ma si “tirò a sorte” tra due discepoli che avevano questi requisiti, e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici. (At 1:26). Se Pietro avesse esercitato la funzione di capo del gruppo, nello stesso modo come Gesù aveva eletto i 12 discepoli, egli avrebbe eletto il dodicesimo venuto meno. Ma non fu lui ad eleggerlo, perché non ha mai esercitato la funzione di Capo.
• Elezione dei sette diaconi: moltiplicandosi il numero dei convertiti, aumentavano anche le esigenze. Gli apostoli non tenevano dietro a tutti i servizi e necessità. Gli apostoli fecero presente a tutti i membri della Chiesa che era necessario trovare tra i membri sette uomini, dei quali si fosse avuta ottima testimonianza e che essi avrebbero costituito come diaconi. Quando questi sette uomini furono trovati, i membri “li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani” (At 6:6). Non fu Pietro ad eleggere i diaconi, ma avrebbe dovuto farlo lui se avesse esercitato la funzione di capo della Chiesa. Fu la Chiesa a scegliere gli uomini e il collegio degli apostoli a consacrarli come Diaconi.
• L’Evangelo in Samaria: in seguito ad una persecuzione a cui andò incontro la Chiesa di Gerusalemme, tutti furono dispersi, tranne gli Apostoli. I dispersi uscirono da Gerusalemme e cominciarono ad annunziare altrove il messaggio della Buona Novella. Con gioia i Samaritani accettarono il messaggio di salvezza annunziato loro da Filippo che era uno dei Diaconi. Era indispensabile che l’opera da lui iniziata fosse portata a compimento dagli Apostoli. Se Pietro fosse stato il Capo della Chiesa, egli stesso, venuto a conoscenza di questa esigenza, avrebbe inviato in Samaria uno degli Apostoli. Leggiamo, invece, che “gli Apostoli che erano a Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria aveva ricevuto la Parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni” (At 8,14). Pietro, dunque, anziché ordinare ad altri di andare, ha ricevuto lui l’ordine di andare, perché non era il Capo della Chiesa.
• La conferenza di Gerusalemme: l’Evangelo era stato annunziato anche ai pagani, e molti di loro si erano convertiti al Cristianesimo. Ma, le Chiese Cristiane, fino ad allora, erano formate, da credenti che provenivano dal Giudaesimo, i quali erano tutti circoncisi, ma i pagani non lo erano. Perciò nacque una discussione, perché alcuni fra i Giudei convertiti, affermavano che i pagani convertiti dovevano anche loro essere circoncisi secondo il rito di Mosè per essere salvati. Altri Giudei convertiti, invece, erano pienamente convinti che ai fini della salvezza la circoncisione non aveva alcun valore. Come si risolse la situazione? Fu stabilito che le parti controverse, rappresentate dai più ragguardevoli “salissero a Gerusalemme agli Apostoli e Anziani per trattare questa questione”. (At 15.2). Ebbene, se Pietro fosse stato il Capo della Chiesa, egli stesso avrebbe dovuto convocare quei credenti per risolvere la controversia dando delle direttive secondo i suggerimenti dello Spirito Santo. Rileviamo invece che non fu Pietro a convocare la Conferenza di Gerusalemme ma le Chiese nelle quali nacque il dissenso; non fu Pietro a presiedere la Conferenza e a proclamare quanto era stato stabilito; perciò, risulta che anche in occasione della Conferenza di Gerusalemme, Pietro non ha esercitato la funzione di Capo della Chiesa. Infatti leggiamo: “Allora gli apostoli e gli anziani si riunirono per esaminare la questione. Ed essendone nata una vivace discussione, Pietro si alzò in piedi e disse: «Fratelli, voi sapete che dall’inizio Dio scelse tra voi me, affinché dalla mia bocca gli stranieri udissero la Parola del vangelo e credessero. E Dio, che conosce i cuori, rese testimonianza in loro favore, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna discriminazione fra noi e loro, purificando i loro cuori mediante la fede. Or dunque perché tentate Dio mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi siamo stati in grado di portare? Ma noi crediamo per essere salvati mediante la grazia del Signore Gesù allo stesso modo di loro»”. È evidente qui, che Pietro non ha aperto i lavori della Conferenza per ricevere i convenuti e presentare il dilemma da affrontare. È detto, infatti, che prima che Pietro aprisse la bocca per parlare, era nata “una vivace discussione” fra i convenuti. Inoltre Pietro, nel prendere la parola, reclama l’ascolto non come Capo della Chiesa, ma come colui che prima era stato eletto da Cristo Gesù per portare l’evangelo ai Gentili, riferendo che Dio aveva dato lo Spirito Santo ai Gentili, che non erano circoncisi, deducendone che la circoncisione non era indispensabile ai fini della salvezza. Pietro non fu neppure l’ultimo a parlare per concludere i lavori della Conferenza in quanto dopo di lui parlarono Barnaba, Paolo ed infine per concludere i lavori parlò Giacomo, il fratello di Gesù, Anziano della Chiesa di Gerusalemme. A concludere i lavori della Conferenza fu, dunque, Giacomo con una proposta conclusiva approvata dal collegio degli Apostoli ed inviata tramite lettera alle chiese. Pietro, in tutto questo, non ha avuto una funzione direttiva. Nel risolvere il problema, si è uniformato agli ordini impartiti da Dio Padre, da Gesù Cristo e dallo Spirito Santo. Pietro, dunque, non ha esercitato la funzione di Capo della Chiesa in nessuna circostanza, come le vicende del libro degli Atti ci ricordano.

Il primato di Pietro

In quanto cristiani, crediamo che il solo capo della Chiesa è Gesù. L’apostolo Pietro non fu costituito capo della Chiesa da Gesù e quindi egli non potè trasmettere a nessun successore questo incarico.

Anche gli apostoli attestano questa verità. Paolo, ad esempio, scrive che Dio ha risuscitato il suo Figliuolo e “gli ha posta ogni cosa sotto ai piedi, e l’ha dato per capo supremo alla Chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti” (Ef. 1:22,23). Cristo è capo della Chiesa, egli, che è il Salvatore del corpo” (Ef. 5:23; cfr. Col. 1:17,18, Ef. 4:15).

Perciò la Chiesa di Dio non ha due capi, di cui uno é in cielo e l’altro é sulla terra; o uno invisibile e l’altro visibile, ma uno solo ed Egli è in cielo alla destra di Dio, e mediante la fede è nel cuore di tutti coloro che lo hanno ricevuto come loro personale Salvatore.

Il primo presunto successore di Pietro che prese questo titolo o comunque la carica di pastore di tutte le chiese fu Leone I detto Magno (440-461), il quale sosteneva con forza che Gesù avrebbe concesso a Pietro il primato della dignità apostolica, che passò poi al vescovo di Roma al quale compete la cura di tutte le chiese. Questo titolo si rafforzò notevolmente nel settimo secolo quando l’imperatore Foca, nel 607, per contraccambiare l’amicizia del vescovo di Roma riconobbe la supremazia della “sede apostolica di Pietro su tutte le chiese” (caput omnium ecclesiarum) e vietò al patriarca di Costantinopoli di usare il titolo di “universale” che da quel momento doveva essere riservato solo al vescovo di Roma (allora era Bonifacio III).
Così facendo, il papa dimenticava ciò che il suo predecessore aveva dichiarato a tale proposito (papa Gregorio Magno aveva dichiarato che il vescovo che si arrogava il titolo di “vescovo universale” era precursore dell’anticristo e che nessuno deve prendere questo nome di bestemmia), e non rifiutò di farsi chiamare “vescovo universale”.


IL PRIMATO DI PIETRO

Pietro non ha mai preteso di avere un primato.

Nel cap. 16, ver. 23, di Matteo è scritto che Gesù rivolgendosi a Pietro gli disse: “vattene via da me, Satana, tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”.

Gesù dovette restaurarlo tre volte nella missione dell’apostolato (“pasci le mie pecore” di cui al cap. 21, vers. 15-17 del Vangelo di Giovanni), dopo il triplice rinnegamento di Pietro (Matteo cap. 26, ver. 69-79).

Gli “undici apostoli” e le centinaia di “discepoli” di Gesù, conoscevano bene che Cristo non aveva dato alcun primato né a Pietro, né a nessun altro. L’Evangelo di Giovanni, vescovo dell’Asia minore, fu scritto verso l’anno 100 e l’autore conosceva bene anche la vecchiaia di Pietro costretto a stendere le mani perché un altro lo cingerà e lo condurrà dove non vorrebbe andare (Giov. cap. 21, ver. 18). Al tempo degli apostoli:

1) furono i discepoli che fra due concorrenti “trassero a sorte e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici apostoli” al posto di Giuda (atti cap. 1, ver. 26);

2) furono i semplici fratelli della chiesa di Gerusalemme che “quando Pietro fu salito a Gerusalemme questionavano con lui” (atti cap. 11, ver. 2);

3) Paolo rimprovera pubblicamente Pietro, da quanto risulta dal cap. 2, ver. 11 della lettera ai Galati: “Ma quando Cefa (Pietro) fu venuto ad Antiochia, io gli resistei in faccia perchè egli era da condannare”;

4) fu San Paolo che nella sua seconda lettera ai Corinzi (cap. 11, ver. 5) scrive: “Ora io stimo di non essere stato in nulla da meno dei sommi apostoli”;

5) nella “conferenza” di Gerusalemme fu Giacomo che dice: “io giudico che…”, mentre le decisioni sono prese collegialmente, giusta quanto risulta dal cap. 15 degli Atti, ver. 13, 19, 22, 25: “Allora parve bene agli apostoli ed agli anziani con tutta la chiesa…”;

6) Pietro si qualifica semplice “servitore ed apostolo di Gesù Cristo” nella sua seconda lettera al cap. 1, ver. 1;

7) Paolo nella sua lettera ai Galati (cap. 2, ver. 1) scrive: “Paolo, apostolo (non dagli uomini, nè per mezzo d’alcun uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo)”.


LE CHIAVI DEL REGNO

Le “chiavi” del regno dei cieli e dell’inferno sono insite nelle predicazioni del Vangelo.

Il sacerdozio pagano, con i suoi altari ed i suoi sacrifizi, era considerato interprete ed intermediario del volere divino.

Il sacerdozio cattolico fu posto in essere dalla curia romana nel 1160 per accoppiarlo con il sacrificio eucaristico (introdotto solo nel sec. XI) e con la confessione e l’assoluzione dei peccati. Ai vescovi ed al papa fu attribuita la facoltà di consacrare altri sacerdoti, mentre la potestà sul tutto e tutti diventò un monopolio del pontefice romano.

In proposito si ricorda che nel Vangelo non esiste casta sacerdotale. In particolare Gesù ha detto a tutti i suoi fedeli (apostoli e discepoli) di predicare il Vangelo e che coloro i quali crederanno al loro messaggio saranno salvati, mentre quelli che lo rigetteranno saranno condannati. In sostanza questi ambasciatori di Cristo e notificatori della Sua Parola tengonosimbolicamente “le chiavi” dell’aldilà in quanto mettono gli ascoltatori nella posizione della più importante libera responsabile scelta; se la persona accetta la predicazione si convertirà, sarà assolto dai suoi peccati, diventerà egli stesso un evangelizzatore ed infine entrerà in paradiso. Se invece la persona rigetta il messaggio di Cristo, i suoi peccati rimangono a lui legati e le porte del cielo gli saranno chiuse.

È ovvio che questa salvezza, gratuita, non è affidata ad una casta sacerdotale o ad una istituzione chiesastica, ma a tutti i cristiani (che la Scrittura chiama santi) secondo le capacità ed i talenti di ciascuno. Gesù disse a tutti coloro che avevano fede in lui:

a) “io vi dico che tutte le cose che avrete legate sulla terra saranno legate nel cielo e che tutte le cose che avrete sciolte sulla terra saranno sciolte nel cielo” (Matteo cap. 18, ver. 18);

b) “come il padre mi ha mandato anch’io mando voi: ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti” (Giov. cap. 20, ver. 19-23).

Non prove storiche ma tradizioni e romanzi riportano che Pietro sia stato a Roma per 25 anni dal 42 al 67.

Nella lettera ai Galati al cap. 2, ver. 6-9, l’apostolo Paolo scrive: “Ma quelli che godono di particolare considerazione (quali già siano stati a me non importa; Dio non ha riguardi personali) quelli, dico, che godono maggiore considerazione non m’imposero nulla di più; anzi quando videro che a me era stata affidata la evangelizzazione degli incirconcisi, come a Pietro quella dei circoncisi (ebrei) – (poichè Colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo della circoncisione aveva anche operato in me per farmi apostolo dei gentili) – e quando conobbero la grazia che m’era stata accordata, Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, che son reputati colonne, dettero a me ed a Barbara la mano di associazione perchè noi andassimo ai gentili ed essi ai circoncisi”.

Infatti troviamo Paolo in Grecia, Macedonia (Atti cap. 17, 18 e 20), in Italia, a Roma (Atti cap. 27 e 28), mentre Pietro era a Gerusalemme, Babilonia, ecc. In particolare:

1) Pietro era a Gerusalemme, dopo la resurrezione di Gesù (Atti cap. 1, ver. 14);

2) Pietro fu inviato dagli apostoli in Samaria, assieme a Giovanni (Atti cap. 8, ver. 14);

3) nell’anno 42 Pietro era a Gerusalemme, dove fu visitato da Paolo, tre anni dopo la conversione di questo, avvenuta nell’anno 39;

4) Pietro andò a Lidda (Atti cap. 9, ver. 32);

5) Pietro andò a Ioppe dove dimorò molti giorni (Atti cap. 9, ver. 43);

6) Pietro andò a Cesarea per alcuni giorni (Atti cap. 10, ver. 48);

7) Pietro ritorna a Gerusalemme (Atti cap. 11, ver. 2);

8) il re Agrippa, un anno prima della sua morte (45) fece arrestare Pietro in Gerusalemme (Atti cap. 12, ver.3). Dopo la sua liberazione, Pietro “se ne andò in un altro luogo” (Atti cap. 12, ver. 17), tanto piccolo da non essere nominato, come le piccole cittadine di Lidda e Ioppe;

9) nella conferenza di Gerusalemme “fu deciso che Paolo e Barbara salissero a Gerusalemme agli apostoli ed anziani” (Atti 15, ver. 2), dove c’era anche Pietro;

10) nell’epistola di Paolo ai romani, scritta nell’anno 58 da Corinto, l’apostolo si dichiara “pronto ad annunziare l’evangelo anche a voi che siete in Roma” avendo l’ambizione di predicare là dove Cristo non fosse stato nominato per non edificare sul fondamento altrui (cap. 1, ver. 15 e cap. 15, ver. 20). Alla fine dell’ultimo capitolo egli rivolge i suoi saluti a ben 26 componenti della comunità cristiana romana, ma fra essi il nome di Pietro non figura;

11) Paolo, arrivato a Roma nell’anno 61 “convoca i principali fra i giudei” (Atti cap. 28, ver. 17) i quali gli dicono di volere consocere quello che egli pensa di questa “setta” (cristianesimo), perchè “è noto che da per tutto essa incontra opposizione” (Atti cap. 28, ver. 22). Nessuna menzione di Pietro e del suo apostolato di ben 19 anni!;

12) dopo aver preso in fitto una casa di Roma per due anni (Atti cap. 28, ver.30), verso l’anno 63, Paolo scrisse una lettera ai Colossesi. Questa lettera termina con i soliti saluti di fratelli della chiesa di Roma e di compagni di prigionia. Nessun saluto e notizia di Pietro!;

13) alla fine della breve lettera (scritta a Roma nell’anno 67 e diretta a Filemone) Paolo, “vecchio” (cap. 1, ver.9), invia i soliti saluti dei componenti della comunità cristiana romana (vers. 23-24): nessuna menzione di Pietro;

14) la tradizione cattolica dice che Pietro fu martirizzato nell’anno 67 quando anche fu ucciso Paolo, il quale scrisse da Roma la sua seconda lettera a Timoteo. Al termine di questa lettera, Paolo, riferisce: “quanto a me io sto per essere offerto in libagione e il tempo della mia dipartenza è giunto” (cap. 4, ver. 6). “Luca solo è con me” (ver. 11)! “Tutti mi hanno abbandonato” (ver. 16). Nessuna notizia di Pietro. Infatti Pietro era a Babilonia (I lettera di Pietro cap. 5, ver. 13) sul campo che il Signore gli aveva affidato per predicare il Vangelo.

Tratto da: Il Cammino Cristiano

Articoli correlati:

I commenti non saranno approvati se sono anonimi, offensivi, volgari e insensati.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...