Confutazione Dottrina Cattolica Romana: La Penitenza (o confessione)

La dottrina dei teologi papisti

Mediante la penitenza vengono rimessi dal prete, che ne è il ministro, i peccati mortali commessi dopo il battesimo perché il prete ha ricevuto da Cristo il potere di rimettere i peccati. Questo sacramento è assolutamente necessario alla salvezza. Chi commette i peccati mortali e non si confessa va all’inferno. La confessione va fatta almeno una volta all’anno; e tra le altre cose vanno specificati al prete le specie e le circostanze dei peccati mortali. Il penitente però dopo avere ricevuto l’assoluzione deve fare delle opere di penitenza per ottenere piena assoluzione dei suoi misfatti. Ed inoltre egli deve lucrare le indulgenze per ottenere la remissione della pena temporanea dovuta per i suoi misfatti. ‘La Penitenza o Confessione è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 518). Per ciò che concerne il tempo nel quale la penitenza fu istituita da Cristo, il Perardi, sempre nel suo catechismo, afferma: ‘Il Sacramento della Penitenza fu istituito da Gesù Cristo quando disse agli Apostoli, e in essi ai loro successori: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi e saranno ritenuti a chi li riterrete’ (ibid., pag. 518). Oltre a queste parole di Gesù i teologi papisti prendono altri passi della Scrittura per confermare la penitenza; quello che dice che Dio aveva posto la parola della riconciliazione in Paolo e negli altri apostoli che erano con lui (cfr. 2 Cor. 5:19), quello che dice che le turbe andavano da Giovanni ed erano battezzate nel fiume Giordano confessando i loro peccati (cfr. Mar. 1:5), quello che dice che ad Efeso molti di coloro che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte (cfr. Atti 19:18), quello che dice di confessare i falli gli uni agli altri (cfr. Giac. 5:16), e le parole che Gesù pronunciò dopo avere risuscitato Lazzaro: “Scioglietelo, e lasciatelo andare” (Giov. 11:44). La ragione per cui questo sacramento è chiamato penitenza è ‘perché per ottenere il perdono dei peccati è necessario pentirsene e fare la penitenza che ingiunge il confessore’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 518); è chiamato confessione invece ‘perché è necessario confessare al sacerdote tutti i propri peccati mortali’ (ibid.,pag. 518). E’ bene tenere presente che, secondo la teologia romana, la penitenza concerne soprattutto la confessione dei cosiddetti peccati mortali, perché per quelli cosiddetti veniali i Cattolici possono essere assolti anche senza di essa; e che l’assoluzione, ossia ‘la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente (dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia) è considerato un vero atto giuridico pronunziato da un giudice con il quale il peccatore viene assolto. E per chi non lo reputa tale c’è questo anatema tridentino: ‘Se qualcuno dirà che l’assoluzione sacramentale del sacerdote non è un atto giudiziario (…) sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, can. 9).

Secondo quello che insegna il catechismo cattolico i Cattolici devono andare dal prete a fare la confessione dei loro peccati per averne l’assoluzione almeno una volta all’anno. Questo lo devono fare in base al seguente decreto del concilio Laterano IV del 1215: ‘Qualsiasi fedele dell’uno o dell’altro sesso, giunto all’età di ragione, confessi fedelmente, da solo, tutti i suoi peccati, al proprio parroco almeno una volta l’anno…’ (Concilio Laterano IV, Cost. XXI). E dato che abbiamo menzionato questo concilio, ricordiamo che fu proprio questo concilio ad introdurre il dogma della penitenza obbligatoria da farsi al prete nella chiesa romana; prima di quell’anno infatti, essa non era reputata obbligatoria [14].

Il catechismo romano afferma che: ‘Per fare una buona confessione si richiedono cinque cose: 1)l’esame di coscienza; 2) il dolore dei peccati; 3) il proponimento di non commetterne più: 4) la confessione; 5) la soddisfazione o penitenza’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 521). Voglio ora soffermarmi brevemente su questi ultimi due aspetti di questo sacramento. Secondo la teologia romana chi va a confessarsi dal prete deve manifestare al sacerdote la specie dei peccati, il loro numero e le circostanze su ogni peccato commesso, infatti il concilio di Trento a tale proposito decretò: ‘E’ chiaro infatti, che i sacerdoti non avrebbero potuto esercitare questo giudizio senza conoscere la causa né imporre le penitenze con equità, se i penitenti avessero dichiarato i loro peccati solo genericamente, e non invece, nella loro specie ed uno per uno. Si conclude da ciò che è necessario che i penitenti manifestino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se essi sono del tutto nascosti e sono stati commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo (…) Si deduce, inoltre, che nella confessione debbano manifestarsi anche quelle circostanze che mutano la specie del peccato; senza di esse, infatti, né il penitente espone completamente gli stessi peccati, né questi potrebbero venire conosciuti dai giudici e sarebbe impossibile ad essi percepire esattamente la gravità delle colpe ed imporre per essa ai penitenti la pena dovuta’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, cap. V). Il Perardi nel suo manuale conferma ciò dicendo: ‘Dobbiamo accusare i peccati mortali pienamente, senza farci vincere da una falsa vergogna a tacerne alcuno, dichiarandone la specie, il numero e anche le circostanze che aggiunsero una nuova gravemalizia’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 535).

Per quanto riguarda la specie, i Cattolici devono confessare di che genere è il peccato; se è un furto, una percossa, una menzogna ecc. Per quanto riguarda il numero essi sono obbligati a confessarli tutti, senza celarne alcuno; per esempio se saltano la messa per tre volte devono dire di non essere andati a messa per tre volte ecc. Se nascondessero un solo peccato essi commetterebbero un sacrilegio e non farebbero una buona confessione! Per quanto riguarda infine le circostanze, secondo quello che scrisse Tommaso d’Aquino (un dottore della chiesa romana) sono queste: Chi, Che cosa, Dove, Con quali aiuti, Perché, Come, Quando. Per spiegarle ci serviremo d’un esempio. Un uomo che si é reso colpevole di un furto e va a confessarlo al prete deve specificargli le seguenti cose affinché il prete sappia ben giudicare e dare la sentenza.

1) Chi ha commesso il furto: se ricco, o povero; se padre di famiglia, o figlio; se secolare o prete.

2) Che cosa ha rubato: se denaro, e quanto; o oggetti da vestire, o viveri, o oggetti sacri, come calici ecc..

3) Dove ha commesso il furto: se in campagna, in città o in altro luogo.

4) Con quali aiuti: se ha avuto compagni, se ha scalato muri..

5) Perché ha rubato: se spinto dalla necessità, o per vendetta, o per altro qualsiasi motivo, come per esempio, per andare a divertirsi.

6) Come: se ha fatto violenza, o se si è introdotto di nascosto, e non sia stato veduto da nessuno.

7) Quando ha commesso il furto: se di giorno o di notte, ecc.

Quindi i teologi papisti insegnano ai Cattolici romani non solo che il prete ha il potere di assolverli, ma anche che per essere assolti devono confessargli la specie, il numero e le circostanze dei peccati.

Dopo che il Cattolico confessa al prete tutti questi particolari sui suoi peccati mortali il catechismo romano dice che il prete prima gli dà l’assoluzione dei peccati e poi gli dà la soddisfazione o penitenza sacramentale che ‘è l’opera buona imposta dal confessore a castigo e a correzione del peccato, e a sconto della pena temporanea meritata peccando’ (ibid., pag. 543). Perché questo? Perché ‘il Sacramento della Penitenza, applicando all’anima i meriti di Gesù Cristo, rimette la pena eterna, ma ne lascia ordinariamente una temporanea da scontare o in questa vita o nell’altra. Dio vuole che diamo anche noi una soddisfazione; non è giusto che Gesù Cristo solo debba espiare tutta la pena dei peccati del cristiano’ (ibid., pag. 543). Ma anche dopo avere fatto la penitenza sacramentale, che Perardi dice che se il prete non ha fissato quando farla, è da preferirsi fare ‘prima di uscire di chiesa o almeno il più presto che potete’ (ibid., pag. 544), rimane ancora qualcosa da fare per espiare la pena difatti Perardi dice: ‘La penitenza sacramentale non basta, d’ordinario, a liberarci da tutta la pena temporanea meritata col peccato, e perciò conviene supplire con altre opere di penitenza e di pietà e conindulgenze’ (ibid., pag. 544). In sostanza, secondo questa dottrina sulla soddisfazione, i peccati l’uomo li può espiare in parte affidandosi ai meriti di Cristo ed in parte compiendo appunto queste opere. Quindi ai Cattolici vengono insegnate diverse cose a riguardo dei peccati che commettono; la prima é che andandosi a confessare dal prete questi glieli rimetta con l’autorità divina, la seconda è che siccome la penitenza rimette la pena eterna ma ne lascia una temporanea da dover scontare – perché per ottenere subito la remissione di tutta la pena meritata per il peccato occorrerebbe una contrizione perfettissima – si deve dare a Dio la soddisfazione della pena temporanea. Questa si compie prima con la penitenza sacramentale, e poi con le opere di penitenza e di pietà, che secondo il Nuovo Manuale del Catechista sono: ‘I digiuni, le mortificazioni, gli atti di misericordia spirituale e corporale, le preghiere, e l’uso pio di quelle cose benedette e di quelle cerimonie sacre che si chiamanosacramentali, come l’acqua santa e le varie benedizioni’ (ibid., pag. 544). E anche per chi rigetta le opere di penitenza il concilio Tridentino ha lanciato l’ennesimo anatema: ‘Se qualcuno dirà che le soddisfazioni, con cui i penitenti per mezzo di Gesù Cristo cercano di riparare i peccati, non sono culto di Dio, ma tradizioni umane, che oscurano la dottrina della grazia e il vero culto di Dio e lo stesso beneficio della morte del Signore, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, can. 14).

Ma alle opere di penitenza e di pietà, come abbiamo visto prima, vi si devono aggiungere pure le indulgenze. Che cosa è l’indulgenza? ‘E’ una remissione di pena temporanea dovuta per i peccati; che la Chiesa concede sotto certe condizioni a chi è in grazia, (applicandogli i meriti e le soddisfazioni sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi, le quali costituiscono il tesoro della Chiesa)’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 546). Essa può essere plenaria quando per mezzo di essa è rimessa tutta la pena temporanea dovuta per i peccati; parziale quando è solo una remissione parziale della suddetta pena. Ma perché la curia romana ha introdotto la pratica delle indulgenze? La ragione è questa: spiegata in questi termini: ‘Il fine che l’Autorità ecclesiastica si propone nella elargizione delle indulgenze, è non solo di aiutare i fedeli a scontare le pene del peccato, ma anche di spingere gli stessi a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità, specialmente quelle che giovano all’incremento della fede e al bene comune’ (Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina di Paolo VI, 8). Ed anche per coloro che non accettano le indulgenze c’è il relativo anatema tridentino che è il seguente: ‘La potestà di elargire indulgenze è stata concessa alla chiesa da Cristo ed essa ha usato di questo potere, ad essa divinamente concesso, fin dai tempi più antichi. Per questo il santo sinodo insegna e comanda di mantenere nella chiesa quest’uso, utilissimo al popolo cristiano e approvato dall’autorità dei sacri concili e colpisce di anatema quelli che asseriscono che esse sono inutili o che la chiesa non ha potere di concederle’ (Concilio di Trento, Sess. XXV, cap. XXI) [15].

Ora, le indulgenze possono essere acquistate dai Cattolici facendo delle opere; vediamo ora quali sono alcune di queste opere di fatica che fanno lucrare l’indulgenza plenaria della chiesa, tenendo presente che secondo la norma sei della Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina l’indulgenza plenaria si può acquistare una sola volta al giorno.

  • L’adorazione del SS.mo Sacramento per almeno mezz’ora;
  • la pia lettura della S. Scrittura per almeno mezzora;
  • il pio esercizio della Via Crucis (Sessolo Giovanni, L’aggiornamento delle indulgenze, Milano 1968, pag. 61);
  • la recita del Rosario mariano in chiesa o pubblico oratorio, oppure in famiglia, in una Comunità religiosa, in una pia

Associazione (Sessolo Giovanni, op. cit., pag. 61)Tra le indulgenze plenarie c’è anche quella chiamata Giubileo..

L’indulgenza parziale invece la può lucrare:

  • chi recita la giaculatoria ‘Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono ecc..’;
  • chi recita l’Angelus Domini, le Litanie, la SalveRegina (ibid., pag. 18);
  • il fedele che devotamente usa un oggetto di pietà (crocifisso, croce, corona, scapolare, medaglia), benedetto da un sacerdote qualsiasi (Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina, norma 17).

Ci sono altre opere o cerimonie sacramentali mediante le quali i Cattolici possono acquistare sia indulgenze plenarie che indulgenze parziali, ma mi fermo qui con le indulgenze [16].

A questo punto ci si domanderà: ‘Ma il Cattolico allora dopo essersi confessato in maniera regolare, e fatto le opere di penitenza per espiare i suoi peccati, e dopo avere acquistato l’indulgenza plenaria, è sicuro di andare in paradiso?’ In teoria sì, dovrebbe esserne perfettamente sicuro, ma nella pratica non lo è, e non può esserlo affatto, perché dice Perardi: ‘Potremmo sperare di trovarci, in punto di morte, così puri, così santi da meritare subito il Paradiso?’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 175). D’altronde – dicono loro – nessuno è perfetto, qualche imperfezione ce l’hanno tutti, qualche peccato veniale lo si contrae anche dopo avere acquistato l’indulgenza plenaria, e perciò, chi può dire di andare subito in paradiso! Quindi, prima di andare in paradiso bisogna andare a sostare per qualche tempo in purgatorio per purgarsi del residuo di colpa che rimane, mediante delle pene molto severe; allora e solo allora si potrà andare in paradiso, perché si sarà santi e puri. Nessuno dunque si permetta di dire che quando morirà andrà subito in cielo perché questa è presunzione che offende la giustizia di Dio!

Per quanto riguarda la necessità di questo sacramento, secondo la teologia romana, esso è indispensabile per ottenere la salvezza, nella stessa maniera in cui è indispensabile il battesimo per essere rigenerati: ‘Il sacramento della Penitenza è assolutamente necessario alla salvezza per tutti coloro che hanno peccato gravemente dopo il Battesimo. – E’ di fede’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 311). Ciò significa che se per esempio un Cattolico muore senz’avere confessato i suoi cosiddetti peccati mortali al prete, viene dichiarato essere andato all’inferno.

Per la chiesa romana quindi la confessione è un sacramento molto importante e per coloro che non l’accettano c’è il seguente anatema del concilio di Trento: ‘Se qualcuno dirà che nella chiesa cattolica la penitenza non è un vero e proprio sacramento istituito dal signore nostro Gesù Cristo, per riconciliare i fedeli con Dio, ogni volta che cadono nei peccati dopo il battesimo, sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. XIV, can. 1).

Confutazione

La Scrittura non conferma la confessione fatta al prete

Ora, i teologi papisti asseriscono che i preti hanno ricevuto il potere di rimettere i peccati da Cristo perché é scritto che Gesù ha detto agli apostoli: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Giov. 20:23)! Ma stanno le cose proprio così? Affatto. Innanzi tutto dobbiamo dire che se Cristo con quelle parole avesse istituito questo sacramento della confessione così come lo possiede la chiesa cattolica romana dovrebbero esserci a tale proposito delle conferme ben precise sia negli Atti degli apostoli che nelle epistole degli apostoli tenendo presente anche il fatto che esso è reputato indispensabile per conseguire la salvezza perché tramite esso vengono rimessi i peccati ‘mortali’ commessi dopo il battesimo. Ma dobbiamo dire che in tutti questi scritti del Nuovo Testamento non c’è nessuna traccia di questo cosiddetto sacramento amministrato dagli apostoli ai credenti. Difatti non una volta, dico nemmeno una volta, si trova che gli apostoli richiesero che i credenti si andassero a confessare da loro per ottenere la remissione dei loro peccati. Una chiara conferma che gli apostoli non richiedevano ai credenti di andarsi a confessare da loro per ottenere la remissione dei loro peccati e quindi che essi non avevano quell’autorità di riconciliare i credenti con Dio (che invece pretendono avere i preti) l’abbiamo nel caso di Simone, negli Atti degli apostoli. Luca dice che “Simone credette anch’egli; ed essendo stato battezzato, stava sempre con Filippo…” (Atti 8:13), quindi era diventato anche lui un credente. Ma quando gli apostoli Pietro e Giovanni vennero a Samaria a pregare per i credenti affinché ricevessero lo Spirito Santo avvenne che egli “vedendo che per l’imposizione delle mani degli apostoli era dato lo Spirito Santo, offerse loro del danaro, dicendo: Date anche a me questa potestà, che colui al quale io imponga le mani riceva lo Spirito Santo” (Atti 8:18,19). Ecco dunque un credente che dopo il battesimo cade in un peccato (secondo la teologia romana un peccato ‘mortale’ perché simonia [17] e quindi egli aveva l’obbligo di confessarsi agli apostoli per ottenerne la remissione), quindi, dato che Pietro e Giovanni erano là, quello che ci si aspetterebbe è che essi gli dicano di pentirsi e di venire a confessarsi da loro. Ma non avviene nulla di tutto ciò perché Pietro gli dice: “Ravvediti dunque di questa tua malvagità; e prega il Signore affinché, se é possibile, ti sia perdonato il pensiero del tuo cuore..” (Atti 8:22). Notate che Pietro in questo caso disse a Simone (che aveva anch’egli creduto) di ravvedersi e di pregare il Signore affinché gli fosse perdonato il suo peccato. L’apostolo non gli disse: ‘Ravvediti e poi vieni a confessarti da noi, perché abbiamo il potere di rimettere i peccati da parte di Dio’, ma gli disse di ravvedersi e di pregare direttamente il Signore affinché lui gli perdonasse il suo peccato. Come potete vedere, da questo episodio citato da Luca si apprende in maniera inequivocabile che i credenti dopo il battesimo per ottenere la remissione dei loro falli dovevano confessarli direttamente a Dio senza la mediazione di nessun uomo sulla terra. Che la confessione dei peccati i credenti la dovevano fare direttamente a Dio ai giorni degli apostoli mentre loro erano in vita lo si deduce chiaramente anche dall’epistola di Giovanni, uno degli apostoli a cui Gesù disse: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giov. 20:23). Nella sua prima epistola egli afferma: “Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giov. 1:9). Ma a chi li dovevano confessare quei peccati? A Dio certamente, perché egli dice che se essi – quindi lui si includeva – li confessavano a Dio egli nella sua fedeltà e giustizia glieli avrebbe rimessi e li avrebbe purificati da ogni iniquità. Non può essere altrimenti perché Giovanni sapeva che Gesù aveva loro detto che quando pregavano dovevano dire: “Padre nostro che sei nei cieli… rimettici i nostri debiti” (Matt. 6:9,12) e quindi si dovevano rivolgere direttamente a Dio. Più avanti Giovanni afferma: “Figliuoletti miei, io vi scrivo queste cose affinché non pecchiate; e se alcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo, il giusto; ed egli è la propiziazione per i nostri peccati…” (1 Giov. 2:1,2): notate che egli non disse: ‘Se qualcuno ha peccato avete gli apostoli del Signore, o gli anziani delegati da loro a rimettere i peccati’; no, ma “noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo”. Questo significa che Giovanni credeva che quand’anche un credente avesse peccato egli avrebbe trovato perdono presso Dio Padre andando direttamente a lui nel nome del suo Figliuolo.

Veniamo a Giacomo, il fratello del Signore: egli scrisse una lettera alle dodici tribù della dispersione nella quale disse le seguenti cose: “Donde vengon le guerre e le contese fra voi? Non è egli da questo: cioè dalle vostre voluttà che guerreggiano nelle vostre membra? Voi bramate e non avete; voi uccidete ed invidiate e non potete ottenere; voi contendete e guerreggiate… O gente adultera, non sapete voi che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio….” (Giac. 4:1,2,4). Ora, secondo la teologia romana quei credenti dopo il battesimo s’erano resi colpevoli di peccati ‘mortali’, uccidevano, invidiavano, erano diventati amici del mondo e nemici di Dio. Ci si aspetterebbe dunque che Giacomo dicesse loro di andarsi a confessare dagli apostoli o dagli anziani della Chiesa. Ma ancora una volta di questa confessione non c’è il minimo accenno, infatti l’apostolo scrive subito dopo: “Appressatevi a Dio, ed Egli si appresserà a voi. Nettate le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! Siate afflitti e fate cordoglio e piangete! Sia il vostro riso convertito in lutto, e la vostra allegrezza in mestizia! Umiliatevi nel cospetto del Signore, ed Egli vi innalzerà” (Giac. 4:8-10). Ecco ancora una volta una esortazione a rivolgersi direttamente a Dio, ad andare a confessare i propri peccati a Dio direttamente e non a un ministro di Dio.

Tutti questi esempi appena visti attestano in maniera chiara che Cristo non diede agli apostoli la potestà di rimettere i peccati agli uomini, infatti essi non richiesero mai che i credenti caduti nel peccato si andassero a confessare da loro. Anche allora i credenti quando peccavano erano esortati a confessare i loro peccati a Dio per ottenerne la remissione. D’altronde c’erano anche le Scritture dell’Antico Patto che confermavano loro che questa confessione essi la dovevano fare a Dio e non a degli uomini, quantunque uomini santi che erano stati con Gesù. Citiamo per esempio queste eloquenti parole di Davide: “Io t’ho dichiarato il mio peccato, non ho coperta la mia iniquità. Io ho detto: Confesserò le mie trasgressioni all’Eterno; e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato” (Sal. 32:5). Non erano anche per loro una chiara prova che essi dovevano confessarsi a Dio solo? Ma domandiamoci: ‘Ma non sarebbero stati confusi gli stessi apostoli se avessero ordinato ai credenti di andare a dichiarare i loro peccati a loro e non direttamente a Dio, quando le Scritture dell’Antico Patto ordinavano di andare a confessarsi a Dio direttamente. Ma come avrebbero potuto gli apostoli affermare di avere il potere di rimettere i peccati che i credenti commettevano contro Dio senza essere ripresi per la loro arroganza?

Infine, per confermare ulteriormente che la confessione delle proprie iniquità, secondo la Scrittura, va fatta a Dio e non a dei presunti intermediari quali i preti cattolici, citiamo due confessioni trascritte nell’Antico Testamento, quella di Esdra e quella di Daniele.

Nel libro di Esdra è scritto: “E al momento dell’oblazione della sera, m’alzai dalla mia umiliazione, colle vesti e col mantello stracciati; caddi in ginocchio; stesi le mani verso l’Eterno, il mio Dio, e dissi: ‘O mio Dio, io son confuso; e mi vergogno, o mio Dio, d’alzare a te la mia faccia; poiché le nostre iniquità si son moltiplicate fino al di sopra del nostro capo, e la nostra colpa è sì grande che arriva al cielo. Dal tempo de’ nostri padri fino al dì d’oggi siamo stati grandemente colpevoli…” (Esd. 9:5-7).

Nel libro di Daniele è scritto: “E feci la mia preghiera e la mia confessione all’Eterno, al mio Dio, dicendo: ‘O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e continui la benignità a quelli che t’amano e osservano i tuoi comandamenti! Noi abbiamo peccato, ci siam condotti iniquamente, abbiamo operato malvagiamente, ci siamo ribellati, e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni, non abbiam dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in tuo nome ai nostri re, ai nostri capi, ai nostri padri, e a tutto il popolo del paese…” (Dan. 9:4-6).

Ecco dunque dei membri del popolo di Dio sotto l’Antico Patto che si confessarono direttamente a Dio per ottenere il suo perdono. Per riassumere: nella Scrittura non c’è la benché minima menzione di una confessione da farsi ad un sacerdote per ottenere il perdono dei peccati; non c’è nell’Antico Patto e non c’è neppure nel Nuovo Patto perché gli apostoli nelle loro epistole non ne parlano.

Forse qualcuno penserà che gli apostoli in virtù di quelle parole che Gesù disse loro cioè: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Giov. 20:23), richiedessero che i peccatori andassero da loro a dichiarare i loro peccati per ottenere la remissione di essi. Ma anche qui si deve dire che di una simile confessione non esiste la benché minima traccia nella Scrittura. Perché questo? Perché gli apostoli avevano ricevuto l’ordine di predicare la remissione dei peccati secondo che aveva loro detto Gesù: “Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e remission dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme” (Luca 24:46,47) e non la potestà di assolvere i peccatori penitenti perché questa la possiede solo Dio, il giusto Giudice. Questo é confermato dai seguenti episodi trascritti nel libro degli Atti degli apostoli.

Ÿ A Gerusalemme il giorno della Pentecoste, quando i Giudei che udirono la predicazione di Pietro, dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Fratelli, che dobbiam fare?” (Atti 2:37), Pietro rispose loro dicendo: “Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remission de’ vostri peccati…” (Atti 2:38). Notate che cosa Pietro disse di fare a quei Giudei per ottenere la remissione dei loro peccati; egli disse loro di ravvedersi e di farsi battezzare. Pietro assieme agli altri apostoli non dissero loro: ‘Venite a confessarvi da noi e noi vi rimetteremo i vostri peccati perché abbiamo ricevuto da Cristo il potere di farlo’. Questa é una chiara dimostrazione di come gli apostoli non intesero malamente le parole del Signore Gesù come invece hanno fatto i teologi cattolici romani.

A casa di Cornelio, Pietro predicò la remissione dei peccati nel nome di Cristo infatti disse: “Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome” (Atti 10:43). Anche in questo caso Pietro non pretese che Cornelio ed i suoi andassero da lui a confessargli i loro peccati appunto perché l’apostolo non aveva il potere di rimettere a nessuno i peccati da parte di Dio ma quello di predicare la remissione dei peccati il che è differente.

Sempre a casa di Cornelio, Pietro disse: “Ed egli ci ha comandato di predicare al popolo e di testimoniare ch’egli è quello che da Dio è stato costituito Giudice dei vivi e dei morti” (Atti 10:42); quindi è Cristo, essendo il Giudice di tutti, ad avere il potere di assolvere e non degli uomini costituiti da lui. I peccatori quindi per ottenere misericordia da Dio devono confessare le loro iniquità a Cristo che è il Giudice che può assolvere o condannare (e non a degli uomini). Gesù stesso ha confermato che il peccatore per essere assolto è sufficiente che si confessi direttamente a Dio quando disse in una parabola che un pubblicano, salito al tempio per pregare, “non ardiva neppure alzar gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: O Dio, sii placato verso me peccatore!” (Luca 18:13); questo pubblicano non andò a confessarsi dai sacerdoti che erano nel tempio ma direttamente da Dio, ed ottenne la remissione dei suoi peccati secondo che Gesù disse: “Io vi dico che questi scese a casa sua giustificato” (Luca 18:14).

Quando gli apostoli comparvero davanti al Sinedrio, Pietro e gli altri dissero: “L’Iddio de’ nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi uccideste appendendolo al legno. Esso ha Iddio esaltato con la sua destra, costituendolo Principe e Salvatore, per dare ravvedimento a Israele, e remission dei peccati” (Atti 5:30,31). Anche in questo caso gli apostoli non si attribuirono affatto il potere di rimettere i peccati agli uomini perché fecero capire chiaramente con le loro parole che è Dio colui che dà la remissione dei peccati come anche il ravvedimento. Ora, noi sappiamo che il ravvedimento è Dio a darlo agli uomini perché è scritto che quelli della circoncisione dopo che Pietro raccontò loro come Dio lo aveva mandato dai Gentili a predicare il Vangelo e come essi avevano ricevuto lo Spirito Santo, dissero: “Iddio dunque ha dato il ravvedimento anche ai Gentili affinché abbiano vita” (Atti 11:18); quindi come gli apostoli non avevano il potere di dare il ravvedimento a nessuno, ma solo l’ordine di predicare il ravvedimento a tutti, così essi non avevano neppure il potere di dare la remissione dei peccati a nessuno perché quella la dava direttamente Dio al peccatore penitente; essi anche in questo caso avevano l’ordine di predicare la remissione dei peccati (cfr. Luca 24:47 per comprendere che gli apostoli avevano ricevuto l’ordine di predicare il ravvedimento e la remissione dei peccati).

Come potete vedere gli apostoli non confessavano i peccatori ma li esortavano a ravvedersi e a credere in Gesù Cristo per ottenere la remissione dei loro peccati; a lui dovevano confessare i loro peccati e non a loro. La penitenza cattolica romana che l’uomo deve fare al sacerdote quindi non ha nessun passo scritturale che la sostenga. E questo lo ha riconosciuto pure Bartmann che ha detto che nella Scrittura ‘non si trova alcun passo in cui si esiga esplicitamente che il peccatore confessi i suoi peccati gravi a unsacerdote per ottenerne il perdono’ (Bernardo Bartmann, op. cit., pag. 282). Ma allora, qualcuno dirà, come mai dinanzi all’evidenza i teologi difendono il dogma della penitenza? La ragione è perché devono compiacere al papa in ogni cosa e non possono permettersi di dissentire da lui se non vogliono incorrere in qualche provvedimento disciplinare. Nella chiesa romana funziona così: il papa detta la legge e i teologi devono ubbidirgli anche se la sua legge contrasta la verità e non può quindi essere sostenuta con la Parola di Dio.

Per concludere, tutte le suddette Scritture da noi citate confermano che la confessione dei propri peccati l’uomo, sia il peccatore che vuole essere salvato, che il credente che è già salvato, la deve fare al Signore affinché i suoi peccati gli vengano rimessi perché solo Dio ha il potere di perdonare i peccati all’uomo secondo che é scritto nei Salmi: “Egli è quel che ti perdona tutte le tue iniquità” (Sal. 103:3).

Spiegazione dei passi presi per sostenere il sacramento della penitenza

Innanzi tutto vogliamo spiegare le parole di Gesù: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Giov. 20:23). Noi abbiamo il potere di rimettere i peccati a tutti coloro che peccano contro di noi infatti nella preghiera che Gesù insegnò ai suoi discepoli vi sono queste parole: “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” (Matt. 6:12). Come potete vedere noi possiamo rimettere i debiti ai nostri debitori, cioè a quelli che sono in debito verso noi. Ma noi non abbiamo il potere di rimettere i debiti che un uomo ha nei confronti di Dio, perché quello ce lo ha solo Dio [18]. Pure gli scribi lo sapevano questo infatti quando sentirono che Gesù disse a quel paralitico: “Figliuolo, sta’ di buon animo, i tuoi peccati ti sono rimessi” (Matt. 9:2), dissero: “Perché parla costui in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può rimettere i peccati, se non un solo, cioè Dio?” (Mar. 2:7. Essi però non riconoscendo in Gesù Cristo l’Iddio d’Israele, sbagliarono nell’affermare che egli bestemmiava. Ma Gesù dimostrò loro di avere il potere di rimettere i peccati, e perciò di essere Dio, dicendo al paralitico di alzarsi, di prendere il suo lettuccio e di andarsene a casa sua (cfr. Mar. 2:9-12). I suoi discepoli però, quantunque lo videro e lo sentirono rimettere i peccati agli uomini, dopo che lui fu assunto in cielo non se ne andarono in giro a farsi confessare i peccati dai peccatori ed a rimetterglieli, e neppure a farsi confessare i peccati dai credenti per rimetterglieli, e questo perché non avevano inteso le parole che Gesù aveva loro rivolto nella maniera errata in cui hanno inteso alcuni in seguito. Abbiamo infatti dimostrato poco fa come non ci sono esempi o passi nel Nuovo Testamento che attestino una simile procedura.

La confessione auricolare fatta al prete è chiamata anche il sacramento della riconciliazione perché secondo il catechismo cattolico il prete mediante la sua assoluzione riconcilia l’uomo con Dio. Ma questa affermazione è falsa perché l’uomo può riconciliarsi con Dio direttamente mediante Cristo Gesù senza il bisogno di nessun mediatore terreno. I teologi papisti per sostenere che i preti hanno in loro la parola della riconciliazione per riconciliare gli uomini con Dio come l’avevano prima di loro gli apostoli prendono le seguenti parole di Paolo ai Corinzi: “Iddio… ha posta in noi la parola della riconciliazione” (2 Cor. 5:19); ma noi facciamo notare che questa parola della riconciliazione che avevano gli apostoli non si riferisce affatto alla formula assolutoria dei preti: ‘Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo’, che essi rivolgono ai confessanti dopo avere udito la loro confessione, perché gli apostoli non confessavano e non assolvevano né i peccatori e neppure i credenti quando essi si rendevano colpevoli ma li esortavano a ravvedersi e a fare pace con Dio. L’apostolo Paolo spiega in che consisteva questa parola della riconciliazione quando dice: “Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: Siate riconciliati con Dio” (2 Cor. 5:20). Gli apostoli quindi non obbligavano gli uomini a confessarsi a loro, come fanno i preti, ma li esortavano a riconciliarsi con Dio, il che è tutt’altra cosa! Loro facevano la loro ambasciata; mentre Colui che li aveva mandati assolveva coloro che accettavano le loro parole. Ma non è forse questa una ulteriore prova che la confessione auricolare al prete non ha fondamento scritturale e che per sostenerla i teologi cattolici romani fanno ricorso ad arbitrarie interpretazioni scritturali?

Veniamo ora agli altri passi del Nuovo Patto che a dire dei teologi cattolici romani confermano la confessione al prete; quello di Marco che dice: “Ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati” (Mar. 1:5); quello scritto negli Atti degli apostoli che dice: “E molti di coloro che aveano creduto, venivano a confessare e a dichiarare le cose che aveano fatte” (Atti 19:18); quello di Giacomo che dice: “Confessate dunque i falli gli uni agli altri” (Giac. 5:16); e quello che dice che dopo che Lazzaro uscì dal sepolcro Gesù disse: “Scioglietelo, e lasciatelo andare” (Giov. 11:44). Ora, ma noi domandiamo ai teologi papisti: ‘Ma dov’è qui la confessione fatta all’uomo per ricevere l’assoluzione? Noi non la vediamo. Ma non la vediamo non perché abbiamo gli occhi chiusi, ma perché essa non c’è. Vediamo quindi ora di dimostrare come i suddetti passi non hanno nulla a che fare con la confessione al prete.

Nel caso del battesimo di Giovanni gli uomini si pentivano dei loro peccati e li confessavano a Dio e non a Giovanni. E poi, per rispondere come si conviene ai teologi papisti, diciamo anche che Giovanni non era un apostolo, e quella confessione quei Giudei la fecero prima di essere battezzati (mentre la confessione cattolica si deve fare dopo il battesimo), ed ancora prima che Gesù dicesse ai suoi discepoli; “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giov. 20:23), e la fecero pubblicamente e non privatamente come invece viene fatta la confessione al prete; tutte cose queste che annullano nella maniera più evidente la loro stessa interpretazione data a questo passo.

Nel caso di quei credenti che ad Efeso confessarono le cose che avevano fatte essi non le vennero a confessare agli apostoli per ottenere la remissione dei loro peccati, perché dato che avevano già creduto avevano già ottenuto la remissione di tutti i loro peccati mediante il nome di Gesù Cristo secondo che è scritto: “Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remission de’ peccati mediante il suo nome” (Atti 10:43). Essi vennero per raccontare le cose malvagie che avevano fatte prima di credere nel Signore, per fare comprendere quanta misericordia Dio aveva usata verso di loro perdonandogli tutti quei loro peccati. Questo è quello che ancora oggi viene fatto in mezzo a noi da coloro che hanno creduto. Come potete vedere in questi suddetti passi non v’è la minima prova in favore della confessione privata fatta al prete e della sua obbligatorietà.

Per ciò che concerne le parole di Giacomo: “Confessate dunque i falli gli uni agli altri” (Giac. 5:16), esse sono in perfetta armonia con gli insegnamenti del nostro Signore, e non sono per nulla a favore della confessione al prete come invece sostengono molti teologi cattolici romani (non tutti perché c’è qualcuno che ha capito che le parole di Giacomo non si riferiscono alla confessione al prete), e questo perché Giacomo non ha detto ai fedeli di andarsi a confessare ad una casta sacerdotale per ottenere l’assoluzione divina; ma ha detto loro di confessare a vicenda i loro propri peccati infatti dice “gli uni agli altri”. Le parole di Giacomo sono in armonia con le seguenti parole di Gesù: “Badate a voi stessi! Se il tuo fratello pecca, riprendilo; e se si pente, perdonagli. E se ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te e ti dice: Mi pento, perdonagli” (Luca 17:3,4); quindi é giusto che un fratello che pecca contro un altro fratello vada a confessare il proprio fallo al fratello a cui ha fatto torto chiedendogli il perdono perché questo ha fondamento scritturale. E’ giusto pure, secondo le parole di Giacomo, nel cospetto di altri fedeli riconoscere i propri falli per umiliarsi nel cospetto di Dio e davanti agli stessi fedeli. Infine occorre dire che talvolta un credente che vuole ricevere una parola di consolazione o di incoraggiamento dal proprio pastore può andargli a confessare un suo peccato; ma questo, lo ribadiamo, egli non lo fa perché pensa che il pastore ha il potere di assolverlo da parte di Dio, ma solo per aprire il suo cuore nel cospetto di un fratello maturo dal punto di vista spirituale che può dargli dei retti consigli e pregare assieme a lui.

Ed infine veniamo alle parole che Gesù rivolse ai Giudei dopo che Lazzaro uscì dal sepolcro avendo i piedi e le mani legati da fasce e il viso coperto d’uno asciugatoio. Secondo i teologi papisti dopo che gli uomini risorgono dalla morte spirituale mediante il battesimo hanno bisogno di essere sciolti e slegati dai peccati che commettono. E questa potestà di sciogliere i loro peccati la possiede il prete in virtù delle parole che Gesù rivolse ai suoi discepoli: “Tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo..” (Matt. 18:18)! Ci limitiamo a dire che in quelle parole di Gesù noi non vediamo affatto il potere che hanno i sacerdoti cattolici di assolvere i peccatori dai loro peccati. Vederci la loro confessione sarebbe come vedere il papato nelle parole di Gesù a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa..” (Matt. 16:18). L’interpretazione che i teologi papisti danno a quel passo per sostenere il potere di rimettere i peccati che hanno i sacerdoti è falsa perché Colui che ha il potere di rimettere i peccati a coloro che sono risuscitati con Cristo è solo Dio.

La confessione della specie, del numero e delle circostanze dei peccati è inutile

Secondo la Scrittura per ottenere la remissione dei peccati da Dio non è affatto necessario specificare a Dio la specie, il numero e le circostanze dei peccati e di questo ne abbiamo una conferma nell’invocazione che il pubblicano fece nel tempio a Dio; egli disse solo: “O Dio, sii placato verso me peccatore” (Luca 18:13); e Dio lo perdonò perché egli scese a casa sua giustificato.

Anche la parabola del figliuol prodigo conferma che la confessione a Dio non ha bisogno della specificazione della specie, del numero esatto o approssimativo di essi, e delle circostanze dei peccati: il figliuol prodigo quando tornò dal padre gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno d’esser chiamato tuo figliuolo” (Luca 15:21), e il padre lo perdonò perché disse ai suoi servitori di rivestirlo con la veste più bella, di mettergli un anello al dito, di calzarlo e di menare fuori il vitello ingrassato e di ammazzarlo per mangiarlo. Nessuna confessione della specie e del numero e delle circostanze dei suoi peccati fu richiesta dal padre; eppure quel giovane aveva vissuto per molto tempo dissolutamente, aveva speso la sua sostanza con le meretrici, e ne aveva di peccati e di particolari da raccontare. Non ci fu bisogno di manifestarli; così anche il peccatore che si accosta a Dio non ha bisogno di confessare a Dio tutte le circostanze di ogni suo peccato, perché Dio non glielo richiede. Che egli lasci i suoi iniqui pensieri, che egli creda con il suo cuore nel Vangelo; e allora egli otterrà misericordia da Dio il quale gli cancellerà tutti i suoi peccati e non si ricorderà più di essi!

Nel Vangelo troviamo anche che Gesù rimise i peccati a dei peccatori senza che loro gli avessero fatto la lista di tutti i peccati che avevano commesso e le circostanze che li riguardavano, anzi, senza neppure che essi glieli avessero confessati. Alla donna colta in adulterio che i Farisei gli avevano menata Gesù disse: “Neppure io ti condanno; và e non peccar più” (Giov. 8:11); alla donna peccatrice che era in casa del Fariseo di nome Simone egli disse: “I tuoi peccati ti sono rimessi” (Luca 7:48), perché questa si umiliò davanti al Signore anche piangendo; all’uomo paralitico che gli portarono gli disse: “O uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi” (Luca 5:20) senza che questo gli enumerasse tutti i suoi peccati e tutte le circostanze che li accompagnavano.

Infine Gesù ci ha detto, a noi suoi discepoli, di dire al Padre: “Rimettici i nostri debiti” (Matt. 6:12), senza specificare uno per uno i peccati e tutte le cose che concernono i nostri peccati, perché quello che Dio richiede da noi è che noi ci pentiamo sinceramente davanti a lui e gli chiediamo perdono.

Noi ci siamo confessati a Dio ottenendo il perdono dei peccati

Davide, quando il profeta Nathan andò da lui per riprenderlo e annunziargli la punizione di Dio contro di lui, disse a Nathan: “Ho peccato contro l’Eterno” (2 Sam. 12:13), ma non gli confessò di avere peccato per essere da lui perdonato, ma perché riconobbe di avere fatto ciò che é male agli occhi di Dio. Davide fece la confessione delle sue iniquità a Dio, infatti leggiamo nel cinquantunesimo salmo che egli invocò Dio dicendogli: “Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua benignità; secondo la moltitudine delle tue compassioni, cancella i miei misfatti. Lavami del tutto della mia iniquità e nettami del mio peccato! Poiché io conosco i miei misfatti, e il mio peccato é del continuo davanti a me. Io ho peccato contro te, contro te solo, e ho fatto ciò ch’é male agli occhi tuoi; lo confesso, affinché tu sia riconosciuto giusto quando parli, e irreprensibile quando giudichi” (Sal. 51:1-4). Davide fu esaudito da Dio infatti Nathan gli disse: “E l’Eterno ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai” (2 Sam. 12:13), ma badate che non fu Nathan il profeta a rimettergli il suo peccato usando qualche formula ma fu Dio. Il profeta disse a Davide la parola che egli aveva ricevuto da Dio. Anche noi un giorno, come Davide, abbiamo confessato le nostre iniquità a Dio, e lui, nella sua fedeltà, ci ha perdonati purificandoci la nostra coscienza da tutte quelle opere morte di cui essa era contaminata. Questo lo diciamo per esperienza diretta; non ci fu bisogno di qualche mediatore terreno per ottenere la remissione dei nostri peccati, perché la ottenemmo direttamente da Dio mediante il Signore nostro Gesù Cristo che siede alla sua destra.

Coloro che invece vanno a confessare i loro peccati al prete, reputato da loro colui che fa il tramite tra Dio e loro, ricevono sì l’assoluzione che, secondo il catechismo cattolico ‘è la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente (dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, Così sia)’ (Giuseppe Perardi, op. cit.,pag. 541), ma sta di fatto che i loro peccati non spariscono mai dalla loro coscienza; perché? Perché essi non li confessano a Dio ma ad un uomo che non può fare nulla per toglierglieli. Se molti Cattolici romani che osservano queste pratiche religiose nella loro ignoranza ma anche con sincerità d’animo mostrassero in Dio la stessa fiducia che mostrano nei preti allora sì che otterrebbero la remissione dei loro peccati e nuova vita dal Signore, e uscirebbero da questa organizzazione per unirsi ai riscattati, ma purtroppo essi, accecati da questa religione, vanno a confessarsi a chi non può fare nulla per loro.

O uomini e donne che giacete nelle tenebre e che venite guidati da gente che cammina nelle tenebre, rientrate in voi stessi, accostatevi al Signore confessandogli i vostri peccati e lui si avvicinerà a voi e vi purificherà la vostra coscienza dalle opere morte mediante il sangue dell’Agnello. Allora sì che sarete giustificati dalle vostre iniquità, e otterrete pace con Dio; allora sì che non vi sentirete più spinti ad andare a confessarvi dal prete!

La via per ottenere il perdono dei peccati da Dio sia per gli increduli che per i credenti

Come abbiamo potuto vedere quantunque venga detto che il sacramento della penitenza è di istituzione divina, pure l’uomo che lo riceve non potrà mai essere sicuro di essere perdonato, lavato appieno dai suoi peccati, e perciò non potrà giammai essere sicuro di andare in paradiso alla sua morte. Che religione vana è quella cattolica; dice ai suoi seguaci, credi queste verità rivelate da Dio e fai tutte queste cose che ti sono ordinate perché esse sono prescritte da Dio per il perdono dei tuoi peccati, e poi lancia l’anatema contro chi, dopo avergli ubbidito, ostenterà certezza di remissione dei suoi peccati, e ardirà dire di essere sicuro di essere salvato!! Non dovrebbe farvi seriamente riflettere o Cattolici romani tutto questo sull’opportunità di continuare ad andare a confessarvi dal prete e di appoggiarvi sulle opere di penitenza e sulle indulgenze? Ma quando è che rientrerete in voi stessi e capirete che questa via prescrittavi dai vostri preti per farvi riconciliare con Dio è vana perché non vi assicura la certezza assoluta del perdono di tutti i vostri peccati con la relativa certezza di andare in paradiso subito dopo morti, ma vi continua a lasciare nel buio più cupo?

La via per ottenere il perdono prescritta da Dio in Cristo Gesù è questa. Per i peccatori è sufficiente che si ravvedono e credano nel nome di Cristo. Gesù prima di morire disse: “E’ compiuto” (Giov. 19:30); quindi il prezzo del riscatto è stato da lui pagato appieno; al peccatore non rimane quindi nessuna opera di penitenza da fare per ottenere la remissione dei suoi peccati. Gli rimane solo di ravvedersi e di credere nel sacrificio di Cristo; questo è quello che gli rimane di fare. Egli non deve fare la Via Crucis, o visite a basiliche in giorni stabiliti, egli non deve recitare il rosario, egli non deve salire in ginocchio la cosiddetta scala santa di Roma, o fare qualche altra cosiddetta opera di penitenza perché codeste cose non giovano a nulla; servono solo a fargli perdere tempo e denaro! La pena per i nostri peccati l’ha scontata Cristo Gesù sulla croce del Calvario quando morì carico delle nostre iniquità perciò l’uomo se vuole ricevere il perdono dei suoi peccati deve soltanto chiederlo a Dio con un cuore rotto e lo otterrà. Come fece quel pubblicano nel tempio che si batteva il petto e diceva: “O Dio, sii placato verso me peccatore!” (Luca 18:13) e scese a casa sua giustificato. Quindi il perdono dei peccati è gratuito, totalmente gratuito in ragione della sovrabbondante grazia di Dio secondo che é scritto: “Tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio, e son giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù; il quale Iddio ha prestabilito come propiziazione mediante la fede nel sangue d’esso, per dimostrare la sua giustizia, avendo Egli usato tolleranza verso i peccati commessi in passato..” (Rom. 3:23-25). Non c’é niente da pagare perché non c’é niente da guadagnarsi; non c’é niente che si possa meritare perché altrimenti “grazia non é più grazia” (Rom. 11:6). Ma la chiesa romana con la questione sulle penitenze e sulle indulgenze riesce a fare credere alle persone che i propri peccati possano essere espiati facendo delle opere; questo è grave perché così le persone credono che il sacrificio espiatorio di Cristo non sia sufficiente per ottenere la remissione dei propri peccati. Ah! Hanno annullato la grazia di Dio, hanno calpestato i meriti di Cristo; e perciò il Vangelo non è più la buona novella della pace in cui basta credere per essere riconciliati con Dio, ma un messaggio privato del suo potere salvifico, perché per ottenere la remissione dei peccati non è più sufficiente credere in esso, ma bisogna fare tante e tante cose; bisogna seguire insomma la via delle opere e non quella della fede.

Anche per coloro che invece sono stati già perdonati, se cadono in qualche fallo, è sufficiente che li confessino direttamente a Dio. Questo perché Cristo mediante la sua morte ha espiato già tutti i nostri peccati. Il prezzo lo ha già pagato appieno lui.

Adesso vogliamo citare alcune Scritture che attestano che il sacrificio di Cristo è perfetto e che non rimane nulla da espiare, nulla da soddisfare per coloro che hanno creduto in Lui.

  • Ÿ Paolo dice ai Colossesi: “E voi, che eravate morti ne’ falli e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Egli ha vivificati con lui, avendoci perdonato tutti i falli..” (Col. 2:13); ed ai Corinzi: “E tutto questo vien da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo” (2 Cor. 5:18).
  • Lo scrittore agli Ebrei dice: “Noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre” (Ebr. 10:10), ed anche: “Con un’unica offerta egli ha per sempre resi perfetti quelli che son santificati” (Ebr. 10:14)

Qualcuno dirà: Ma queste parole si riferiscono ai peccati commessi prima di credere in Cristo che ci sono stati rimessi mediante la sola fede in lui!’. E’ vero, ma rimane il fatto che è sempre in virtù del perdono acquistatoci da Cristo sulla croce che i peccati commessi dopo la nostra conversione ci vengono rimessi senza compiere nessuna soddisfazione sacramentale, ma solo confessandoli a Dio secondo che è scritto: “Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giov. 1:9). Al bando dunque la penitenza della chiesa cattolica romana; al bando dunque questa sua diavoleria, abilmente travestita da sacramento di Cristo, che non fa altro che fare passare il sacrificio di Cristo per inutile, per insufficiente. E poi parlano di fede, e poi parlano di grazia; ma noi diciamo: Ma dov’è la fede e la grazia in questa religione del fare, in questa religione che dice in sostanza fai da te tutto il possibile per salvarti e vedrai che Dio ti verrà incontro perché sarà costretto e obbligato a perdonarti? Avete compreso allora perché quando i teologi cattolici parlano di fede e di grazia, ne parlano sempre in maniera molto complicata, ambigua, e distorta, facendo capire che rimane sempre e ripeto sempre da fare qualcosa all’uomo? Perché essi alla fin fine devono sempre fare uscire da qualche parte le opere di penitenza, le indulgenze, ed il tesoro della Chiesa da cui appunto tira fuori queste infami indulgenze. A proposito di questo tesoro: avete notato che esso è formato oltre che dai meriti di Cristo anche dai meriti di Maria e dei santi? Ma ditemi: non è forse questa l’ulteriore prova che per loro i meriti acquistati da Cristo a caro prezzo sulla croce non sono sufficienti a salvarci? Non è abbastanza chiaro che per loro le sofferenze di Cristo non sono per nulla sufficienti da sole a rimettere i peccati agli uomini con tutta la loro pena eterna? Diffidate dunque di tutti i discorsi sulla fede e sulla grazia e sui meriti di Cristo tenuti dai teologi papisti; perché dietro di essi si nasconde un altro Vangelo, non quello della grazia. Essi predicano un altro Vangelo impotente a salvare; essi predicano una remissione dei peccati vana e illusoria. Perciò l’anatema lanciato dal santo apostolo Paolo: “Se alcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema” (Gal. 1:9 è diretto pure contro loro..

Il Giubileo e la Via Crucis sono invenzioni umane

Quando ho parlato delle indulgenze ho accennato al Giubileo e alla Via Crucis. E dato che di esse si sente sovente parlare (soprattutto del Giubileo in questi tempi) voglio brevemente spiegare in che cosa consistono e confutarle.

Il Giubileo cattolico romano, chiamato anche Anno Santo, è una solenne indulgenza plenaria che viene concessa dal papa. Esso fu inventato da Bonifacio VIII (1294-1303) nel 1300. Con una sua bolla decretò che ogni cento anni chi avesse visitato ‘la basilica di San Pietro e quella di San Paolo in Roma’, e fosse in grazia, cioè assolto dai peccati, avrebbe guadagnato il condono di tutta la pena che avrebbe dovuto soffrire in purgatorio per i peccati commessi. (Durante quel primo giubileo indetto da Bonifacio VIII i cronisti dicono che il denaro veniva raccolto con i rastrelli tanto era abbondante). Clemente VI (1342-1352) ridusse il Giubileo ad ogni cinquanta anni, e così il secondo Giubileo fu celebrato nel 1350. Urbano VI (1378-1389) lo ridusse ulteriormente a trentatré anni in memoria degli anni che Gesù visse in terra. Infine Paolo II (1464-1471) ordinò che il Giubileo si celebrasse ogni venticinque anni e tale è rimasto da quel tempo l’intervallo di tempo tra un Giubileo e l’altro. Secondo quello che dice l’Enciclopedia Cattolica le condizioni solite ad apporsi per l’acquisto del Giubileo ordinario sono la confessione, la comunione, la visita a determinati luoghi di culto della chiesa cattolica e la recita di alcune preghiere. Dal 1950 non è più indispensabile venire a Roma per lucrare questa indulgenza. NelDizionario storico del papato si legge infatti che in quell’anno la costituzione apostolica Par annum sacrum proclamò il carattere universale dell’indulgenza giubilare per cui ‘non fu più indispensabile compiere il viaggio a Roma, essendo gli ordinari autorizzati a designare in ciascuna città episcopale, per le visite prescritte, la cattedrale e due altre chiese od oratori in cui il culto si celebrava regolarmente’ (Dizionario storico del papato, Milano 1996, pag. 66). Per quanto riguarda il Giubileo occorre dire che benché nella legge di Mosè si parli di un giubileo ordinato da Dio, quello cattolico non ha nulla a che fare con esso. Ricordiamo in che cosa consisteva il giubileo giudaico. Dio disse a Mosè: “Santificherete il cinquantesimo anno, e proclamerete l’affrancamento nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognun di voi tornerà nella sua proprietà, e ognun di voi tornerà nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non seminerete e non raccoglierete quello che i campi produrranno da sé, e non vendemmierete le vigne non potate” (Lev. 25:10,11. In quell’anno quindi, secondo la legge, chi a motivo della sua povertà aveva negli anni precedenti venduto una sua proprietà, ritornava in possesso della sua proprietà; e parimente anche chi a motivo della povertà si era venduto come schiavo a uno dei suoi fratelli in quell’anno tornavo libero. Questo giubileo era l’ombra di ciò che doveva avvenire quando sarebbe venuto Cristo; perché come al giubileo lo schiavo tornava in libertà così con la venuta di Cristo coloro che erano venduti schiavi al peccato sarebbero stati affrancati dal peccato mediante l’Evangelo della pace. Ma i papi che sapevano come sfruttare le ombre della legge per arricchirsi, ecco che hanno preso il giubileo giudaico e ne hanno fatto un giubileo che da un lato libera il Cattolico da tutta la cosiddetta pena che deve scontare in purgatorio e dall’altro fa affluire nelle casse del papato ingentissime somme di denaro. Che inganno!

La devozione della Via Crucis fu inventata dai frati Francescani nel quindicesimo secolo, e divenne d’uso generale nel diciottesimo secolo quando i papi la permisero a tutte le chiese. La devozione consiste nel soffermarsi da soli o in processione davanti a quattordici quadri (chiamati stazioni e che sono appesi ai muri) uno dopo l’altro recitando certe preghiere stabilite. Le quattordici stazioni rievocano degli eventi accaduti a Gesù lungo la strada per il Calvario e la sua morte e sono così divise: 1) Processo e condanna a morte; 2) Gesù prende la croce; 3) Prima caduta; 4) Incontro con la Madre; 5) Simone di Cirene; 6) Incontro con la Veronica; 7) Seconda caduta; 8) Incontro con le pie donne; 9) Terza caduta; 10) Gesù è spogliato; 11) Crocifissione; 12) Morte di Gesù; 13) Deposizione dalla Croce; 14) Nel sepolcro. A riguardo di questo ‘pio’ esercizio si legge nel libro L’Aggiornamento delle Indulgenze: ‘Resta quindi valido e vivamente raccomandato il pio esercizio della Via Crucis. Fatto bene, produce frutti copiosi di fervore e di santità. Esso rinnova la memoria delle sofferenze che Cristo Signore ha sopportato, portando la Croce, lungo la via che dal pretorio di Pilato porta al monte Calvario, dove egli ha offerto la sua vita per la nostra redenzione. (…) Due sole cose sono obbligatorie per il pio esercizio: 1) passare da una ‘stazione’ all’altra; 2) meditare o considerare la Passione del Signore. Tutto il resto è lasciato alla pietà e devozione di ciascuno (…) L’aggiunta di qualche preghiera vocale, benché non sia prescritta, viene quasi spontanea ed è molto utile per preparare e per accompagnare la meditazione, in modo simile a quanto si fa nel S. Rosario. Chi fa il pio esercizio dellaVia Crucis può acquistare l’indulgenza plenaria. S’intende che, come per ogni altra indulgenza plenaria, deve anche adempiere le tre condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice’ (Sessolo Giovanni, op. cit., pag. 49,50). E’ scritturale questa devozione? Affatto, perché nella Scrittura non troviamo in verun luogo che i discepoli erano dati ad una simile pratica. E poi occorre dire che alcuni degli episodi rievocati in queste ‘stazioni’ che concernono la passione di Gesù e che i Cattolici quindi hanno impressi nella loro mente non sono scritti nella Parola di Dio e ci riferiamo ai numeri 3, 4, 6, 7, 9.

La confessione fatta al prete è una scuola di perversione

Tutti coloro che dopo avere fatto i preti nella chiesa cattolica romana sono usciti da essa perché Dio ha dato loro il ravvedimento e la remissione dei peccati, attestano in svariate maniere che la confessione è un pantano fangoso nel quale i preti si trastullano senza poterne uscire fuori; ma anche che essa fomenta ogni sorta di malvagità e di impurità sia nella vita dei preti che nella vita di coloro che vanno a confessarsi da loro, in special modo nelle penitenti sia esse nubili che sposate. Vediamo di esaminare le ragioni per cui la confessione al prete è dannosa sia al prete che a coloro che vanno a confessarsi da lui.

Il prete è celibe ed ha fatto il voto di castità prima di entrare nell’ordine sacerdotale; gli è stato detto che deve mantenersi puro e immacolato e che non può sposarsi perché la relazione carnale con una donna, quantunque sia la propria moglie, non s’addice ad una persona santa come è il sacerdote che fa da intermediario fra Dio e gli uomini che sono sulla terra! Ma che succede al prete una volta che egli si mette nel confessionale? Succede che egli secondo quello che gli viene ordinato dalla teologia romana deve domandare alle donne delle cose di cui non si deve parlare secondo che è scritto: “Ma come si conviene a dei santi, né fornicazione, né alcuna impurità, né avarizia, sia neppur nominata fra voi….” (Ef. 5:3), e per lui diventa impossibile mantenersi puro perché comincia a sentire tante cose turpi che suscitano in lui le più violente passioni. Ma perché egli deve fare loro tutte quelle domande impertinenti? Perché gli è stato detto che per dare l’assoluzione egli deve conoscere la specie, il numero e le circostanze dei peccati commessi dalla penitente! E quali sono perciò le funeste conseguenze di tutto ciò? Che i preti si abbandonano alla fornicazione e all’adulterio; fomentando scandali nelle loro parrocchie. Il tempo verrebbe meno se dovessimo parlare di tutti gli scandali che i preti, sotto la spinta della confessione, fomentano! Ci limitiamo a dire che molte giovani e molte donne sposate che andavano a confessarsi dai preti hanno subito delle violenze carnali proprio in seguito alle domande perverse che faceva loro il prete e a cui essi dovevano rispondere per fare, come prescrive il catechismo romano, una buona e completa confessione. Ma qui è bene precisare che quello che succede ai preti succederebbe anche a qualsiasi ministro del Vangelo sposato se cominciasse a sentirsi dire da delle donne le stesse cose che sentono i preti dalle loro penitenti. Perché? Perché la carne è debole, e all’udire certe cose viene eccitata a peccare. Sì, è vero che ai preti viene ordinato di essere prudenti e di venire incontro alle penitenti quando devono domandargli certe cose; ma in questi casi la prudenza, non importa quanto grande sia, non serve a nulla. Possiamo dire che queste raccomandazioni ecclesiastiche date a questi schiavi della chiesa romana possono essere paragonate alle raccomandazioni a non sporcarsi che una persona fa all’altra dopo averla gettata in un pantano fangoso! Inoltre che dire del grande imbarazzo nel quale si trovano le donne nel dover rispondere a certe domande del prete? E’ naturale che sia così perché l’uomo o la donna non gradisce affatto che gli vengano fatte certe domande. Ma esse si trovano ad un bivio: o rispondere e rivelare impurità ad un uomo celibe, o rifiutarsi di rispondere e venire così privati dell’assoluzione sacerdotale con la certezza di andare all’inferno in caso di morte! Solitamente esse optano per la prima decisione e aprono il loro cuore a questi uomini corrotti che non aspettano altro di entrare nel confessionale per pascersi di queste turpitudini che le loro penitenti gli vanno a dire! E ne mietono i frutti amari pure loro dopo; perché la loro confessione si rivela un peso gravoso e una grande vergogna per loro. Una cosa veramente deprimente! Si contaminano loro stesse, e contaminano la mente ed il corpo del loro interlocutore, che non essendo sposato comincia ad ardere ancora maggiormente nel sentirle parlare e cade in tentazione.

Ma la confessione fatta al prete è anche una forma di spionaggio che la chiesa romana esercita sui suoi membri. In questa maniera il prete viene a conoscere i segreti delle famiglie, perché con le sue domande riesce a sapere quello che molti non verrebbero mai a sapere su Tizio o su Caio. E’ come se il prete fosse del continuo dietro alla porta di casa a guardare dal buco della serratura; come se sentisse tutto quello che i loro penitenti dicono in casa loro per mezzo di microfoni spia, o come se vedesse tutto quello che fanno in privato per mezzo di una telecamera accesa giorno e notte!

Ma il prete nel confessionale oltre a dovere fare la spia per conto del Vaticano, deve pure dare dei suggerimenti alle persone che vanno da lui a confessarsi per fare sì che essi seguitino i precetti della chiesa romana senza sviarsene né a destra e né a sinistra. E così suggerirà alle giovani o ai giovani, in una maniera molto astuta e abile, di entrare negli ordini religiosi o in qualche istituto religioso della chiesa romana; ad altri suggerirà di sposarsi Tizio al posto di Caio; ad altri ancora dirà di votare quel politico anziché l’altro. Sì perché il confessionale è anche un luogo dove i preti fanno politica, cioè la politica del papa; la politica che conviene al papato per continuare a governare incontrastato su centinaia di milioni di persone.

Ed infine il confessionale serve alla curia romana per tenere lontane le persone dalla verità; è risaputo infatti che i preti, nei confessionali, mettono in guardia i loro penitenti da coloro che hanno conosciuto la verità, cioè da noi. ‘Sono una setta’, dicono loro; ‘Guardatevi dal frequentarli per non ritrovarvi all’inferno per l’eternità con loro’, proseguono. E così i Cattolici romani vengono tenuti lontani dalla verità!

Ecco che cosa è la confessione al prete; non un sacramento ma un inganno camuffato da sacramento! O Cattolici romani uscite dalle segrete; uscite dal mezzo di questa meretrice che si prostituisce coi popoli della terra; andate ai piedi del Signore e chiedetegli con un cuore rotto di perdonarvi e lui lo farà perché egli è pronto a perdonare. Sappiate che non potrete mai trovare la pace andandovi a confessare al prete; il riposo dell’anima è lungi da coloro che vanno dal prete a confessarsi. Gesù ha detto: “Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo” (Matt. 11:28); quindi è a lui che dovete venire se volete trovare il vero riposo alle anime vostre e a nessun altro. Chi ha orecchi da udire oda.

NOTE

[14] Tenendo presente che in quel tempo Innocenzo III (1198-1216) perseguitava a morte gli Albigesi, i Valdesi e i Catari, ed aveva ordinato di denunciarli sotto pena di scomunica, non sorprende un gran che se egli abbia pensato di rendere la confessione al prete obbligatoria. Perché in questa maniera egli poteva venire a sapere chi erano e dove abitavano coloro che dissentivano dalla chiesa cattolica per poterli sterminare. E che questa sia la ragione che spinse a rendere obbligatoria una cosa che fino a quel tempo era stata facoltativa ce lo dice il seguente fatto. Il concilio di Tolosa nel 1229 estese il precetto di Innocenzo III, ordinando che la confessione fosse fatta tre volte all’anno, dicendo che emanava quel decreto per potere più efficacemente distruggere l’eresia e che dichiarava sospetti d’eresia coloro che non si sarebbero confessati tre volte all’anno.

Per quanto riguarda la storia della confessione auricolare da farsi al prete eccola per sommi capi. Durante i primi secoli, nella Chiesa si cominciò a prescrivere che colui che fosse caduto in qualcuno dei peccati per i quali la Chiesa aveva stabilita una penitenza in segno di ravvedimento, confessasse il suo peccato nella raunanza e venisse poi sottoposto alla penitenza canonica. In altre parole inizialmente la confessione per alcuni peccati avveniva pubblicamente e dopo di essa il vescovo assegnava al penitente la penitenza prescritta dai canoni sinodali che variava a secondo del peccato commesso; e dopo che il penitente era passato per tutti i gradi della sua punizione (che poteva durare anche molti anni) veniva riconciliato con la Chiesa e ammesso alla cena del Signore. La riconciliazione avveniva mediante l’imposizione delle mani del vescovo sul penitente e la preghiera del vescovo a pro di lui affinché Dio accettasse la sua penitenza e lo restituisse alla Chiesa. Questa cerimonia non consisteva in un’assoluzione del penitente perché si riteneva che questi potesse essere assolto solo da Dio, solo lui infatti aveva il potere di perdonare i peccati; in altre parole il vescovo non assolveva il penitente come oggi si sa il prete fa nella confessione ma solo intercedeva presso Dio per lui. Ma col passare del tempo sviluppandosi la dottrina del potere delle chiavi questa intercessione diventerà assoluzione per cui verrà attribuito al vescovo il potere di riconciliare il penitente con Dio oltre che con la Chiesa. Come abbiamo detto innanzi la confessione era pubblica. Come dunque avvenne che da pubblica essa divenne privata? In questa maniera. Quando nella seconda metà del terzo secolo sorse la questione dei lapsi, ossia di coloro che erano caduti nell’idolatria durante la persecuzione che c’era stata sotto l’imperatore Decio, i quali chiedevano di essere riammessi alla comunione e la Chiesa accettò di riammetterli dopo che avessero fatto anche loro confessione pubblica del loro peccato, allora il numero dei penitenti divenne così grande che il culto doveva dilungarsi per molto tempo. I vescovi allora fecero in quell’occasione un canone nel quale ordinarono che si scegliesse fra gli anziani un uomo savio che ascoltasse le confessioni dei penitenti ed imponesse loro la penitenza stabilita dai canoni a secondo il peccato. Questo anziano fu chiamato penitenziere. Ecco dunque quali furono le circostanze in cui si ebbe il principio della confessione auricolare privata ad un uomo. Alla fine del quarto secolo però questa confessione venne abolita. Il motivo ce lo dice lo storico Socrate: ‘Nello stesso tempo (anno 383) piacque abolire i preti delle chiese, che presiedevano alla penitenza, e ciò per la seguente ragione. Dopochè i Novaziani si erano separati dalla Chiesa per non volere comunicare con quelli che nella persecuzione di Decio, avevano apostatato, da quel tempo i vescovi aggiunsero all’albo ecclesiastico un prete penitenziere; affinché coloro che avevano peccato dopo il battesimo, confessassero i loro peccati innanzi al prete a ciò stabilito. La quale istituzione anche ora si mantiene presso le altre sétte. I soli Homousiani (così venivano chiamati coloro che avevano accettato la definizione del concilio di Nicea intorno alla divinità di Cristo Gesù) ed i Novaziani che convengono nella fede di quelli, han rigettato il prete penitenziere. Anzi i Novaziani neppure da principio vollero ammettere quest’aggiunta. Ma gli Homousiani, i quali ora tengono le chiese, avendo per alcun tempo conservata questa istituzione, finalmente, ai tempi di Nettario vescovo, l’abrogarono a cagione di un certo delitto commesso nella chiesa’. Il delitto in questione fu il seguente. Una nobile signora di Costantinopoli confessò di avere compiuto adulterio con un certo diacono di quella chiesa; il fatto da lei confessato però venne a conoscenza di tutti, per cui si decise di abolire la confessione per il male che ne derivava. Questa abolizione della confessione privata da farsi al prete sta ad indicare come essa non era reputata dai vescovi di allora di istituzione divina e necessaria alla salvezza come invece viene fatto credere oggi. Ma verso il 450, il vescovo di Roma Leone I incominciò a introdurre nella chiesa romana l’uso della confessione al penitenziere. E col passare del tempo essa si andò sempre più diffondendosi in Occidente. Nel nono secolo, secondo diverse testimonianze cattoliche, la confessione auricolare al prete era semplicemente un uso ma non era ancora assolutamente obbligatoria e il prete non dava l’assoluzione che noi conosciamo oggi perché non veniva insegnato che egli avesse l’autorità di rimettere i peccati e quindi la confessione non era indispensabile alla salvezza. In un canone del concilio di Chalons tenutosi nel 813 si legge: ‘Alcuni dicono che bisogna confessare i propri peccati a Dio, altri dicono che bisogna confessarli ancora ai preti’. Nel dodicesimo secolo i teologi papisti passarono a fare della confessione al prete una dottrina insegnata dalla Scrittura ma tra di loro c’erano molte divergenze a riguardo della sua istituzione (alcuni dicevano che era di diritto divino mentre altri che fosse un precetto ecclesiastico), e del potere del prete (alcuni dicevano che il prete rimetteva i peccati mentre altri dicevano che egli li dichiarava solo rimessi da Dio). In altre parole non c’era ancora una dottrina stabilita sulla confessione; si andò comunque via via facendo strada e fortificandosi sempre di più l’idea che fosse stata istituita da Cristo e che il prete avesse il potere divino di rimettere i peccati, per cui essa era obbligatoria. La confessione, come abbiamo visto, diventerà obbligatoria nel tredicesimo secolo sotto Innocenzo III. Diventerà poi ufficialmente sacramento al concilio di Firenze del 1439 che la incluse tra i sacramenti istituiti da Gesù Cristo.

[15] Per capire l’uso che nel passato i papi hanno fatto dell’indulgenza plenaria citiamo i seguenti fatti storici. Al concilio di Clermont nel 1095 Urbano II per invogliare i Cattolici romani a partecipare alla prima crociata contro i Mussulmani, che controllavano i luoghi sacri in Terra Santa, proclamò che il pellegrinaggio armato in Terra Santa (in altre parole, compiuto col fine di strappare i luoghi sacri dalle mani dei Mussulmani) sarebbe equivalso ad una penitenza per tutti i peccati che i pellegrini avessero confessati e di cui si fossero pentiti. Questo equivalse a dire che i pellegrini potevano abbandonarsi a violenze e soprusi di ogni genere tanto alla fine avrebbero ottenuto dal loro papa il condono della penitenza meritata per tutti i loro misfatti: e difatti questo è quello che avvenne in quella prima crociata, i pellegrini durante il viaggio in terra Santa sterminarono migliaia di Ebrei (che assieme ai Mussulmani erano fortemente odiati dai papi) e giunti in Israele compirono sanguinosi massacri per liberare Gerusalemme dalla mano dei Turchi. Quando poi la chiesa cattolica romana, per sterminare gli ‘eretici’, istituì l’Inquisizione il papa concedeva l’indulgenza plenaria a coloro che portavano la legna per erigere il rogo destinato agli ‘eretici’. Il che voleva dire dichiarare la partecipazione alla morte di un ‘eretico’ un opera pia degna del più grande rispetto.

[16] Le indulgenze risalgono all’undicesimo secolo. In breve, la loro storia è questa. Anticamente la Chiesa cominciò ad infliggere una penitenza (delle punizioni) a coloro che cadevano in determinati peccati (idolatria, omicidio, fornicazione, adulterio) prima di ‘assolverli’ e riammetterli alla comunione. La durata della penitenza era proporzionata alla qualità di ogni colpa, e tale durata era divisa in vari stadii. Il primo stadio si chiamava fletus o pianto; il penitente vestito di sacco e coperto di cenere si doveva fermare davanti alla porta del locale di culto, perché non vi poteva entrare, e chiedere a coloro che vi entravano di pregare per lui. Il secondo stadio si chiamava auditio od ascoltare; il penitente poteva entrare nel locale di culto ma doveva starsene vicino alla porta e al termine della predicazione, prima che cominciassero le preghiere, doveva uscire dal locale di culto. Il terzo grado si chiamava substratio o chinato; il penitente doveva starsene in ginocchio tutto il tempo che si facevano delle preghiere per lui, e durante questo periodo doveva fare certi lavori come per esempio scopare il locale di culto. Il quarto stadio era chiamato consistentia o rimanenza; il penitente poteva entrare nel locale di culto e partecipare al culto, ma non alla cena del Signore. Dopo avere superato questo stadio il penitente veniva ammesso alla cena del Signore, in seguito alla cerimonia della riconciliazione compiuta dal vescovo mediante l’imposizione delle mani. A poco a poco a quei peccati visti sopra ve ne furono aggiunti altri con le relative penitenze da espiare. Si vennero così a formare i Canoni Penitenziali che erano la regola che doveva seguire il vescovo nell’infliggere le penitenze nei diversi casi che si presentavano. Per esempio secondo uno di questi canoni chi lavorava di Domenica doveva stare 3 giorni a pane ed acqua, un altro canone diceva che chi malediceva i genitori doveva stare a pane ed acqua per 40 giorni, un altro ancora che chi li percuoteva doveva fare 7 anni di penitenza, per chi compiva un ‘piccolo’ furto c’era 1 anno di penitenza, per chi testimoniava il falso c’erano 8 anni di penitenza e per chi non pagava le decime la punizione era che doveva pagare il quadruplo e stare a pane ed acqua per 20 giorni. Il vescovo però poteva a suo piacimento diminuire gli anni di penitenza a secondo della condotta del penitente; questo alleviamento di pena era chiamato indulgenza. Ma siccome che molti, a motivo di svariati loro peccati commessi, avevano accumulato così tanti anni di penitenza che non gli sarebbero bastate più vite sulla terra per espiarla, allora i vescovi pensarono di commutare la pena con denaro e siccome che in quel tempo nacquero le crociate contro i Turchi per andargli a togliere dalle mani i luoghi sacri chi prendeva le armi per andare a combattere i Turchi riceveva la remissione di tutta la pena da espiare mentre chi non poteva o non voleva andare a combattere poteva riscattare tutta la pena pagando del denaro che sarebbe servito alla crociata. Ma col passare del tempo si era fortificata la dottrina del purgatorio, che venne ufficializzata al concilio di Firenze (1439), per cui l’indulgenza cominciò ad essere applicata anche alle anime che si diceva fossero là ad espiare i loro peccati. Ecco sorgere quindi le indulgenze papali per i morti a metà del XV secolo. Nel 1457 Callisto III (1455-1458) concesse al re Enrico IV di Castiglia una indulgenza plenaria per i vivi, e per quelli che pagassero 200 maravedi per la crociata contro i Mori, una indulgenza per i defunti. E Sisto IV (1471-1484) nel 1476 concesse per la cattedrale di Saintes (Francia) una bolla, valevole per 10 anni, con indulgenza plenaria per i vivi e anche per i defunti.

[17] Per simonia i Cattolici intendono il traffico di cose sacre a scopo di lucro. Il simoniaco è colui che vende o compra ‘uffici sacri’, ecc.

[18] D’altronde, se l’uomo ha contratto dei debiti con il Creatore, perché ha infranto la sua legge, è naturale e logico che egli debba andare direttamente da Lui a chiederne la remissione perché solo Lui glieli può rimettere. Come potrebbe una sua creatura, quantunque sia diventata in Cristo un suo figliuolo e magari anche un ministro del Vangelo, avere la potestà di rimettere ad un altra creatura quei suoi debiti che egli ha nei confronti del suo Creatore?

G.Butindaro, La Chiesa Cattolica Romana

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