Confutazione Dottrina Cattolica Romana: La vita eterna

LA VITA ETERNA

La dottrina dei teologi papisti

La vita eterna ce la si deve guadagnare. Quando si parla della salvezza anche con i Cattolici romani si parla molto della salvezza dall’inferno, ma su di essa – come ben sapete – non ci si trova per nulla d’accordo con loro. Noi infatti diciamo loro che per la grazia di Dio abbiamo (o possediamo) la vita eterna e che perciò quando moriremo andremo subito in paradiso con Gesù, mentre loro ci rispondono dicendo che non sono sicuri di andare in paradiso ma che stanno facendo del loro meglio per guadagnarselo [10]. E difatti essi si esprimono quasi sempre in questi termini: ‘La vita eterna ce la si deve guadagnare!’. Ma perché parlano in questa maniera? Semplice, perché i loro preti gli insegnano che il paradiso se lo devono guadagnare. Vediamo da vicino alcuni di questi insegnamenti che vengono loro rivolti: ‘Dio dà il Paradiso ai buoni (…) Coll’essere buoni noi, colle sole nostre forze naturali, non potremmo meritare il Paradiso; lo meritiamo colla grazia che Dio ci ha conferito nel Battesimo, per la quale le nostre buone opere acquistano merito pel Paradiso (….) Ognuno attende con tanti sacrifici e lavori a farsi un buon stato quaggiù, a guadagnare beni incerti, che poi si possono perdere da un giorno all’altro, che non possono mai rendere felice nessuno poiché non appagano il cuore, e che, in ogni modo, bisogna abbandonare presto per la morte. Pensate invece, prima di tutto, a guadagnarvi il Paradiso’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 57-58); ‘Perciò in grazia della speranza noi aspettiamo dal Signore la vita eterna e tutte le grazie necessarie per meritarla quaggiù; ma per meritarla in qual modo?Con le buone opere’ (ibid., pag. 381); ‘Speriamo di salvarci perché Dio ci vuole salvi, e noi vogliamo, da parte nostra, fare ciò che é necessario per salvarci, e cioè, come diciamo nell’atto di speranza, speriamo da Dio ‘la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare’ (ibid., pag. 245); ‘Le opere buone sono assolutamente necessarie per conseguire la salute eterna; in altre parole, non basta la fede, non basta credere per salvarsi’ (ibid., pag. 381); ‘Ma non bastano a salvarci i meriti infiniti di Gesù Cristo? Non bastano, non perché essi non abbiano valore sufficiente, ma perché Gesù Cristo stesso ha voluto il concorso e la cooperazione delle nostre opere buone, perché per applicarcene il merito, vuole che noi sentiamo e vogliamo in unione a Lui, perché ha voluto che noi praticassimo il Vangelo e vivessimo la vita cristiana’ (ibid., pag. 383). Questi insegnamenti sono in pieno accordo con il seguente decreto del concilio di Trento: ‘Perciò a quelli che operano bene fino alla fine e sperano in Dio deve proporsi la vita eterna, sia come grazia promessa misericordiosamente ai figli di Dio, per i meriti del Cristo Gesù, sia come ricompensa da darsi fedelmente, per la promessa di Dio stesso, alle loro opere buone e ai loro meriti’ (Concilio di Trento, Sess. VI, cap. XVI). A proposito del valore del merito delle opere buone i teologi papisti fanno una distinzione tra azione meritoria di premio per convenienza, cioè de congruo; e azione meritoria per giustizia, cioè de condigno.
Facciamo un esempio per spiegare questa loro particolare distinzione; un uomo salva da morte certa un suo consimile, in questo caso egli è meritorio di una medaglia, cioè di un premio, de congruo; un operaio lavora presso qualcuno per un mese e alla fine del mese va a riscuotere il salario, in questo caso egli riceve la mercede per giustizia, cioè de condigno. Con questo discorso essi vogliono fare capire come la vita eterna è dovuta da Dio per giustizia, cioè de condigno a colui che fa opere buone. Perciò, per loro, le preghiere, le elemosine, i digiuni, sono meritevoli, mediante la grazia, della vita eterna. Il cardinale Bellarmino affermò per esempio: ‘Con le divine Scritture si prova, che le opere dei giusti son meritorie della vita eterna… Il primo argomento adunque si ricava da quei luoghi, ove la vita eterna è detta mercede; poiché, se è mercede, le opere buone, a cui essa si dà, certo sono meriti. Le opere buone dei giusti son meritorie ex condigno, non solo in ragione del patto, ma anche in ragione delle opere… Poiché Iddio rimunera le opere buone per mera liberalità ex condigno, ciò affermano tutti i teologi, come si rileva da S. Tommaso, S. Bonaventura, Scoto, Durando ed altri, in 4 sent. dist. 46’ (Bellarmino, De Justif., lib. V, cap. 3, 17 e 18).

Confutazione

La vita eterna è il dono di Dio che si ottiene credendo in Gesù

Questa dottrina cattolica romana che attribuisce alle opere il potere di fare meritare la vita eterna agli uomini e di salvare gli uomini dall’inferno è una dottrina di demoni che fino adesso ha menato all’inferno centinaia di milioni di persone; sì, ci sono centinaia di milioni di persone a soffrire nelle fiamme dell’inferno proprio perché in vita si erano appoggiati su questa dottrina sulla salvezza insegnatagli dai loro preti. Ora la confuteremo.

Secondo quello che dice la Scrittura, la vita eterna non é la mercede che Dio dona all’uomo che si sforza di guadagnarsela, ma essa é il dono che Dio dona all’uomo che si ravvede dei suoi peccati e crede nel nome del Figliuol di Dio. Paolo dice infatti: “Il dono di Dio é la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom. 6:23), quindi la vita eterna, essendo il dono di Dio, l’uomo non la può né meritare e neppure guadagnare operando il bene, altrimenti il dono non é più dono. Di conseguenza va rigettato in blocco il loro discorso sul merito de condigno! E poi, se Dio desse la vita eterna come mercede a coloro che operano, ciò significherebbe che Egli è debitore verso di essi perché Paolo dice che “a chi opera, la mercede non è messa in conto di grazia, ma di debito” (Rom. 4:4); e questo non può essere perché lo stesso apostolo dice anche: “Chi gli ha dato per il primo, e gli sarà contraccambiato?” (Rom. 11:35). E poi ancora, se le opere buone sono meritorie di vita eterna, allora perché mai il Figlio di Dio sarebbe venuto a soffrire in questo mondo? Poteva rimanere presso Dio Padre senza venire in questo mondo! Ma egli venne proprio per questo, per acquistarci con il suo sangue la vita eterna e fare sì che tutti gli uomini, Giudei e Gentili, potessero riceverla per grazia mediante la fede in Lui. Egli sapeva che gli uomini non possono meritarsi la vita eterna perché tutti sono sotto la condanna e meritano la punizione eterna, e perciò venne a morire per noi affinché per i suoi meriti, e ripeto per i suoi meriti, noi potessimo ottenere gratuitamente la vita eterna da Dio. E ancora, ma come si può affermare che le opere buone sono meritorie di vita eterna quando messe tutte assieme non possono in niuno modo raggiungere il valore che ha la vita eterna? Come si può fare tale affermazione quando Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Quand’avrete fatto tutto ciò che v’è comandato, dite: Noi siamo servi inutili; abbiam fatto quel ch’eravamo in obbligo di fare” (Luca 17:10) [11]? Bisogna essere veramente arroganti per affermare che Dio debba dare la vita eterna per giustizia a coloro che fanno opere meritorie! Per queste ragioni va rigettata la dottrina che afferma che la vita eterna viene data da Dio come mercede.

Ho detto innanzi che la vita eterna si ottiene mediante la sola fede, e questo é confermato dalle seguenti Scritture.

• Gesù disse: “Chi crede ha vita eterna” (Giov. 6:48), e: “Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figliuolo e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giov. 6:40), ed ancora: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giov. 3:14-16). Vediamo quale fu la ragione per cui Mosè innalzò il serpente di rame nel deserto. Quando gli Israeliti nel deserto mormorarono contro Dio e contro Mosè “l’Eterno mandò fra il popolo de’ serpenti ardenti i quali mordevano la gente, e gran numero d’Israeliti morirono. Allora il popolo venne a Mosè e disse: ‘Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro l’Eterno e contro te; prega l’Eterno che allontani da noi questi serpenti’. E Mosè pregò per il popolo. E l’Eterno disse a Mosè: ‘Fatti un serpente ardente, e mettilo sopra un’antenna; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, scamperà’. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra un’antenna; e avveniva che, quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, scampava” (Num. 21:6-9). Ora, Gesù ha paragonato il suo innalzamento a quello del serpente di rame fatto nel deserto, ed il paragone è veramente appropriato perché come gl’Israeliti morsi dai serpenti per scampare alla morte dovevano solo guardare al serpente di rame innalzato da Mosè (notate infatti che quelli che venivano morsicati, per non morire, dovevano solo guardare il serpente di rame e non compiere qualche rito o qualche opera buona scritta nella legge), così gli uomini morti nei loro falli per essere vivificati ed ottenere la vita eterna da Dio devono solamente contemplare il Figliuolo di Dio e credere in lui. In lui che prima fu appeso al legno della croce e poi dopo essere risuscitato dai morti fu assunto alla destra di Dio. Sì, è proprio così che si ottiene la vita eterna da Dio, (soltanto) credendo in Cristo Gesù; e non compiendo opere buone o sforzandosi di essere buoni come invece proclamano i teologi papisti morti nei loro falli che parlano in questa maniera perché loro stessi ancora non hanno contemplato il Figliuolo e non hanno creduto in lui. Sono come i Farisei al tempo di Gesù i quali investigavano le Scritture che rendevano testimonianza di Gesù perché pensavano di avere la vita eterna per mezzo di esse ma non volevano andare a Lui per ottenere la vita.

• Giovanni il Battista disse: “Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna” (Giov. 3:36).

• Paolo disse a Timoteo: “Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me per il primo tutta la sua longanimità, e io servissi d’esempio a quelli che per l’avvenire crederebbero in lui per aver la vita eterna” (1 Tim. 1:16).

Ora, noi che abbiamo creduto nel Signore abbiamo, per la grazia di Dio, la vita eterna perché Giovanni disse: “Io v’ho scritto queste cose affinché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figliuol di Dio” (1 Giov. 5:13). Egli non disse: ‘Affinché speriate di ottenere la vita eterna voi che credete nel nome del Figliuol di Dio’, come se noi credenti non possedessimo di già la vita eterna in noi stessi, ma disse di averci scritto quelle cose per farci sapere che noi abbiamo di già la vita eterna. Lo stesso apostolo dice anche: “Chi crede nel Figliuol di Dio ha quella testimonianza in sé… E la testimonianza è questa: Iddio ci ha data la vita eterna, e questa vita è nel suo Figliuolo. Chi ha il Figliuolo ha la vita; chi non ha il Figliuolo di Dio, non ha la vita” (1 Giov. 5:10,11,12). Queste parole confermano pienamente che noi che crediamo abbiamo la vita eterna; come facciamo a dirlo con certezza di fede? A cagione della testimonianza che lo Spirito Santo ci rende all’interno. Lo Spirito è verità e perciò non può mentire; noi crediamo in ciò che lo Spirito ci attesta in noi, che conferma pienamente quello che dice la Scrittura. E poi, riflettendo ulteriormente sulle parole di Giovanni, come possono i Cattolici romani affermare che un credente che ha ricevuto Cristo nel suo cuore non può dire con certezza di fede di avere la vita eterna, quando Gesù Cristo è “la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata” (1 Giov. 1:2) e “chi ha il Figliuolo ha la vita” (1 Giov. 5:12)? Quando parlano così è come se dicessero che un cittadino italiano non può dire di avere la cittadinanza italiana perché questo è orgoglio! Per loro: ‘Presumere di salvarsi senza merito è superbia che offende la giustizia di Dio e, quasi, se ne burla, come se Egli ci debba il Paradiso, o ci debba premiare del bene che non abbiamo voluto fare’ (Giuseppe Perardi, op. cit., pag. 245). Così dicendo essi ci accusano di essere dei presuntuosi perché noi diciamo di essere stati salvati per la grazia di Dio, ma sappiate che i presuntuosi non siamo noi che diciamo loro che siamo certi di avere la vita eterna per la grazia di Dio perché abbiamo creduto e crediamo, ma sono loro che dicono che si viene salvati nel regno celeste compiendo opere buone. Quindi, per concludere: l’accusa di essere dei presuntuosi e degli orgogliosi che ci viene mossa dai Cattolici romani perché diciamo che abbiamo la vita eterna, non é altro che una calunnia. Ma d’altronde é inevitabile che coloro che cercano di guadagnarsi la vita eterna con le loro opere vedano di malocchio quelli che dicono che l’hanno ottenuta credendo, gratuitamente, senza fare alcuna opera buona.

Il cristiano è certo che quando morirà andrà in paradiso con Gesù

Noi credenti siccome che per la grazia di Dio abbiamo la vita eterna dimorante in noi, siamo certi che quando moriremo, a condizione naturalmente che conserviamo la fede sino a quel giorno, andremo in cielo ad abitare con Gesù perché Gesù ha detto: “Io son la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muoia, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai” (Giov. 11:25,26), ed anche: “Se uno mi serve, mi segua; e là dove son io, quivi sarà anche il mio servitore” (Giov. 12:26). E “siccome abbiam lo stesso spirito di fede, ch’è in quella parola della Scrittura: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo, e perciò anche parliamo” (2 Cor. 4:13), dicendo come gli apostoli: “Siamo pieni di fiducia e abbiamo molto più caro di partire dal corpo e d’abitare col Signore” (2 Cor. 5:8). Sì, abbiamo a tale riguardo in noi lo stesso sentimento che era in Paolo il quale aveva il desiderio di partire e d’essere con Cristo, e questo perché essere con Cristo in cielo è cosa di gran lunga migliore del rimanere sulla terra. Tutto ciò per i teologi papisti è sfacciata presunzione; perché secondo loro, prima di andare in paradiso tutti coloro che muoiono nella grazia devono andare in purgatorio ad espiare la pena dei loro peccati! E guai a chi non accetta questa loro dottrina perché il concilio di Trento ha detto: ‘Se qualcuno afferma che, dopo avere ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli; sia anatema’ (Concilio di Trento, Sess. VI, can. 30). Ma non è affatto così come dicono loro, perché la Scrittura insegna che quando Dio rimette i peccati ad un uomo gli rimette di conseguenza anche la pena eterna. L’esempio del ladrone pentitosi sulla croce in punto di morte ne è un esempio, perché Gesù gli rimise tutti i suoi peccati con i relativi debiti di pena eterna infatti gli disse: “Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso” (Luca 23:43). Gesù non gli disse che prima doveva andare a sostare nel purgatorio qualche tempo per purgarsi di una parte della pena eterna dei suoi peccati e poi sarebbe potuto andare in paradiso, ma gli disse che in quello stesso giorno lui sarebbe andato in paradiso! Riflettete; ma non è assurdo credere che Dio rimetta tutti i debiti all’uomo che si pente e poi, quando muore, lo manda in un luogo di tormenti come il purgatorio ad espiare parte di essi prima di farlo entrare nel regno dei cieli? Eppure questo è quello che credono i Cattolici romani! Con tutto ciò non vogliamo dire che noi credenti siamo giunti alla perfezione o che siamo senza peccato; lungi da noi questo, perché noi riconosciamo di essere delle persone con dei difetti che abbiamo bisogno di essere perfezionati e di perfezionarci, e che talvolta facciamo quello che odiamo e abbiamo bisogno perciò di confessare i nostri falli al Signore per ottenerne la remissione. Ma vogliamo dire solamente che in virtù della misericordia di Dio per la quale Egli ci ha fatti rinascere e diventare figli di Dio e ci ha dato la vita eterna, siamo sicuri di essere stati perdonati appieno dal Signore, di avere ricevuto il purgamento di tutti i nostri peccati e perciò se moriamo con Gesù con lui andremo a vivere in cielo subito dopo essere morti. La chiamino pure presunzione questa nostra fiducia i teologi papisti; continuino a lanciare i loro anatemi i concili contro chi, secondo loro, ostenterà questa certezza di remissione di peccati e di vita eterna; noi continueremo a gloriarci nel Signore per avere ottenuto il purgamento dei nostri peccati con il sangue di Gesù, continueremo a glorificare il suo nome per questo, e continueremo a predicare agli uomini che in Cristo c’è la certezza di remissione dei peccati, che in lui c’è la certezza di avere la vita eterna; ma nella teologia papista c’è ambiguità, falsità, incertezza; cose che generano nelle persone che l’accettano nient’altro che dubbi, angosce e incertezze. O uomini e donne che giacete nella paura della morte e non sapete dove state andando (o meglio sapete che andrete in un purgatorio che però non esiste) perché avete dato retta ai falsi insegnamenti dei preti, vi supplichiamo nel nome di Cristo a pentirvi e a credere in Cristo per ottenere la remissione dei peccati e la vita eterna!

Concludendo; sia la salvezza dal peccato, sia la giustificazione, sia la remissione dei peccati e sia la vita eterna si ottengono soltanto mediante la fede, quindi senza il concorso di nessuna opera buona; la santificazione invece, che noi abbiamo per frutto (ossia quella progressiva), si ottiene osservando i comandamenti di Dio ossia mediante le opere buone. In altre parole, le opere buone sono i frutti che scaturiscono dalla nostra salvezza e dalla nostra giustificazione ottenute per fede, ma non sono la fonte della salvezza e della nostra giustificazione e non possono concorrere in nessuna maniera a salvare e a giustificare l’uomo, perché “il giusto vivrà per la sua fede” (Hab. 2:4) e non a cagione di opere meritorie.

Il cristiano è certo che sarà salvato dall’ira a venire

I Cattolici affermano: ‘Speriamo di salvarci’, volendo dire con queste parole: ‘Non siamo sicuri che saremo salvati perché nessuno può esserlo, ma non fa niente, perché forse Dio che è così misericordioso avrà pietà di noi e ci salverà’. Queste loro parole stanno a dimostrare che essi non sono certi che saranno salvati dall’ira a venire, come noi non siamo certi del tempo che farà domani perché diciamo: ‘Speriamo che il cielo sia sereno’, o: ‘Speriamo che piova’, e così via. Ma questo modo di parlare riguardo alla salvezza è caratteristico di tutti coloro che ancora non sono passati dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce; per questo non ce ne meravigliamo.

La sacra Scrittura ci insegna che il credente è stato strappato dalla potestà delle tenebre e trasportato nel regno di Dio ed è certo che sarà salvato dall’ira a venire; ecco alcune Scritture che attestano ciò.

• “Ma Iddio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, sarem per mezzo di lui salvati dall’ira. Perché, se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figliuolo, tanto più ora, essendo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rom. 5:8-10);

• “Poiché Iddio non ci ha destinati ad ira, ma ad ottener salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo” (1 Tess. 5:9);

• “Vi siete convertiti dagl’idoli a Dio per servire all’Iddio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il suo Figliuolo, il quale Egli ha risuscitato dai morti; cioè, Gesù che ci libera dall’ira a venire” (1 Tess. 1:9,10).

Quindi, non è presunzione affermare che noi saremo salvati dall’ira a venire. Ma come può essere definita presuntuosa una persona che ha fede in Dio quando è scritto che “la fede è certezza di cose che si sperano” (Ebr. 11:1)? Ma vi sono anche degli esempi nella Scrittura che ci insegnano come il credente è certo di scampare all’ira di Dio; essi sono quelli di Noè, di Lot e del popolo d’Israele.

Noè per esempio quando entrò dentro l’arca e il Signore lo chiuse dentro era certo di scampare al giudizio che Dio avrebbe mandato di lì a poco sul mondo degli empi e questo perché Dio gli aveva detto: “Tutto quello ch’è sopra la terra, morrà. Ma io stabilirò il mio patto con te; e tu entrerai nell’arca: tu e i tuoi figliuoli, la tua moglie e le mogli de’ tuoi figliuoli con te. E di tutto ciò che vive, d’ogni carne, fanne entrare nell’arca due d’ogni specie, per conservarli in vita con te” (Gen. 6:17-19).

Anche Lot, dopo che Dio lo trasse fuori da Sodoma, era certo che rifugiandosi nella città di Tsoar non sarebbe perito nel castigo di Sodoma e questo perché quando lui disse ad uno degli angeli di Dio: “Ecco, questa città è vicina da potermici rifugiare, ed è piccola. Deh, lascia ch’io scampi quivi – non è essa piccola? – e vivrà l’anima mia!” (Gen. 19:20), quegli gli rispose: “Ecco, anche questa grazia io ti concedo: di non distruggere la città, della quale hai parlato. Affrèttati, scampa colà, poiché io non posso far nulla finché tu vi sia giunto” (Gen. 19:21,22).

E veniamo agl’Israeliti in Egitto: non è forse vero che essi erano certi che in quella notte il distruttore non sarebbe entrato nelle loro case? Ma perché ne erano certi? Perché Dio aveva detto loro: “L’Eterno passerà per colpire gli Egiziani; e quando vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti, l’Eterno passerà oltre la porta, e non permetterà al distruttore d’entrare nelle vostre case per colpirvi” (Es. 12:23). Loro credettero nelle parole di Dio, fecero lo spruzzamento del sangue come Dio aveva ordinato loro, e perciò erano sicuri che quando l’angelo dell’Eterno in quella notte avrebbe visto quel sangue sarebbe passato oltre le loro case. Pure noi che siamo stati cosparsi con il sangue di Gesù Cristo siamo sicuri che il Signore ci salverà dall’ira a venire; lui ce l’ha promesso e noi crediamo fermamente nelle sue parole. Possiamo dire sin da ora che per fede noi non periremo coi figliuoli di disubbidienza.

A Dio, nostro Salvatore e Benefattore, sia la gloria ora e in eterno in Cristo Gesù. Amen.

NOTE

[10] Va detto però che i Cattolici romani quantunque dicano che stanno guadagnandosi il paradiso, alla fine devono andare sempre nel purgatorio (che è un luogo di tormento per loro) perché per loro in cielo ci vanno subito solo i santi, cioè coloro che sono puri da ogni macchia, e loro dato che non lo sono, perché dicono di essere dei poveri peccatori, devono prima andarsi a purgare dalle loro colpe in purgatorio per potere poi accedere puri da ogni scoria in paradiso.

[11] Queste parole di Gesù annullano la dottrina sul merito de condigno propugnata dalla chiesa papista perché mettono in chiaro come le opere buone non possono fare meritare la vita eterna al credente. Ma ragionate: perché mai dopo avere ricevuto il dono della vita eterna nel momento in cui crede, il credente se la dovrebbe meritare nel corso della vita facendo opere buone? Se è chiamata il dono di Dio non è un controsenso affermare che dopo averlo ricevuto si deve meritare? Non è piuttosto il caso di dire che una volta ricevuto questo dono è necessario conservarlo per non perderlo? Non ha forse detto Paolo a Timoteo: “Afferra la vita eterna” (1 Tim. 6:12) e non ‘guadagnati la vita eterna con i tuoi meriti’? In effetti cercare di meritarsela significherebbe cercare di pagare a Dio il prezzo del suo acquisto pagato da Cristo Gesù il che costituisce un offesa a Cristo! Sarebbe come dire: Vediamo di pagare a Dio il regalo da lui ricevuto!

G.Butindaro, La Chiesa Cattolica Romana

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